Storia · capitolo 6

La telefonata

La Grande Casa di Samy


Passarono dei mesi prima che io chiamassi quel numero, mesi di cui ho solo vaghi ricordi. A dire il vero, non so perché non richiamai subito, forse per paura. La vita mi aveva tolto tanto e facevo veramente fatica a fidarmi delle persone e non riuscivo a immaginare cosa sarebbe stato di me se la mia vita fosse stata diversa.

Sapevo che ogni giorno, tornando a casa dal lavoro, avrei dovuto solo diventare invisibile; sapevo che dovevo stare in casa il meno possibile e che, per poter sopravvivere quando ero costretta a rimanerci, le regole erano poche e apparentemente semplici: non contraddire mia madre, evitare di parlare con i nonni, non lavarmi se non una volta alla settimana, non pulire casa e dare a mia madre almeno la metà del mio stipendio. Cosa ne sapevo di come ci si poteva comportare là fuori, in un contesto normale? Come si viveva in una famiglia in cui tutte le sere ci si sedeva al tavolo a cenare e a parlare insieme? Cosa si provava a dormire in un letto dove le lenzuola sanno di pulito e non di pipì di gatto? Chissà cosa avrà mai voluto dire dormire sereni...

Così passai i mesi successivi a immaginarmi nella normalità, a fingermi interessata alla musica di quegli anni, ai Duran Duran e agli Europe (gli Spandau Ballet non mi sono mai piaciuti!) e a scoprire la mia acerba femminilità. Di nascosto nel bagno di casa, la sera, provavo a farmi delle nuove acconciature, a sollevarmi i capelli, a mettermi il rossetto che avevo comperato sempre di nascosto. Ogni cosa che sperimentavo mi faceva sentire un grande vuoto e un senso di smarrimento, allora smettevo subito e ritornavo alle mie abitudini, che mi facevano soffrire ma che almeno conoscevo.

Passò l’inverno e, con l’arrivo della primavera, le cose iniziarono a peggiorare anche al lavoro. Sia il titolare sia il compagno di mia madre, quando il locale chiudeva per la pausa pomeridiana, avevano l’abitudine di sedersi a un tavolo, accendere la televisione e mettere delle videocassette di film porno. In molte occasioni li scoprii a masturbarsi facendo allusioni a me e, in breve, cominciarono a costringermi a imitare le scene di sesso che vedevano. Temevo che, da lì a poco, mi sarei ritrovata a dover gestire non un solo maniaco ma addirittura due, uno dei quali frequentava anche la mia casa! E se mia madre l’avesse scoperto, mi avrebbe certamente dato la colpa, accusandomi di volerle portare via il compagno. Il tanto temuto orco delle fiabe ora lo avevo in famiglia.

Così, in un pomeriggio di marzo, il giorno dell’equinozio di primavera, mi decisi a chiamare: andai in una cabina telefonica per essere sicura di poter parlare inascoltata e composi il numero che Nergal mi aveva dato. Mi rispose direttamente lui, lo riconobbi dal suo accento inglese e fui meravigliata che si ricordasse di me. Gli chiesi di poterci vedere quella stessa sera e lui acconsentì senza fare domande, come quando ci eravamo conosciuti. Decisi io sia il posto sia l’ora: ci incontrammo alle 21,30 sullo stesso ponte della ferrovia e lui mi venne incontro stringendomi la mano e dicendomi: «Sono felice che tu abbia deciso di vivere». Fui contenta di vederlo, anche se il suo modo formale di salutarmi (nessuno mi aveva mai stretto la mano) e il suo atteggiamento distaccato mi mettevano a disagio.

All’epoca collegai il mio imbarazzo al fatto che si era presentato in giacca e cravatta. Una cosa decisamente strana per un appuntamento con una ragazzina malvestita e con tendenze suicide, per di più di sera, alla ferrovia e nel quartiere di Quarto Oggiaro. Ma lui non sembrava accorgersi del contrasto e mi chiese semplicemente di andare a bere qualcosa. La sua disinvoltura mi irritò parecchio e, come tutte le volte che mi succede, iniziai a parlare con tono acido. Ero mal vestita e sporca, una pessima compagnia per andare per locali e sicuramente lui era abituato a frequentare un altro tipo di donne. Era meglio chiarire subito le cose. Non volevo che facesse il finto tonto per raggirarmi, non volevo passare per stupida e quindi gli chiesi di dirmi apertamente se era un medico, qualcuno dei servizi sociali, un membro di qualche associazione o un poliziotto.

Mi rispose con tutta calma che non era niente di tutto ciò, come se il mio alzare i toni e la mia l’aggressività non lo avessero minimamente toccato. Mi disse anche che l’indomani avrebbe potuto portarmi a conoscere gli altri ragazzi e spiegarmi meglio di cosa si trattava, ma che prima avrei dovuto accettare le sue condizioni: una volta entrata nel gruppo, non avrei dovuto parlare a nessuno né della casa dove avrei vissuto né degli altri ragazzi; non avrei mai potuto usare il mio vero nome, ma solo quello che lui mi avrebbe dato; all’interno della casa, ogni decisione sarebbe stata presa da lui, che era il solo responsabile e, al di fuori della casa, non avrei potuto incontrarmi o avere rapporti con gli altri del gruppo. Quella casa sarebbe stata il rifugio di tutti noi e lui ci avrebbe protetto e avrebbe fatto in modo che le nostre vite cambiassero.

Ero giovane, ma non così sprovveduta e capii che quello che mi stava proponendo era l’adesione ad una setta: ne avevo sentito parlare, ma non abbastanza da riconoscere il tipo di quella che mi stava prospettando. L’immagine di quell’uomo, il suo modo di porsi nei miei confronti, il suo linguaggio e la sua educazione erano in netto contrasto con l’idea di setta che avevo in mente. Così, spinta dalla curiosità e dalla disperazione, accettai di andare a conoscere il posto che - ancora non lo sapevo - sarebbe diventato la mia seconda casa negli anni successivi.

 

 

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