Gli angeli
Mia nonna diceva sempre che tutti noi abbiamo un angelo custode che ci protegge e forse per questo ci teneva tanto che io recitassi sempre le preghiere. La nonna era la classica figlia della guerra, una donna semplice, abitudinaria e devota alla Chiesa. Ogni mattina, dopo le preghiere, mi pettinava i capelli dividendoli in due trecce, alla cui estremità applicava due nastri colorati che aveva stirato con cura. Da bambina, quando dovevo esercitarmi a leggere, mi mettevo in cucina mentre lei cucinava. Mi piaceva anche ascoltare i racconti della sua giovinezza e di come era diventata infermiera. Guardavo quella donna ormai anziana, così piccola e rotonda, e cercavo d’immaginarla giovane e vestita con il camice bianco mentre girava per i lunghi corridoi dell’ospedale Sacco. Cercavo di crearmi un’immagine di lei mentre si prendeva cura dei malati, medicando le loro ferite e portandogli le medicine. Era premurosa anche con me, la nonna: mi curava quando stavo male, si preoccupava quando non rientravo per l’ora prevista e mi veniva a cercare in cortile quando non le rispondevo.
A volte la sogno ancora nel suo grembiule a fiori e la sogno proprio in cucina intenta a preparare le polpette della domenica. Come allora, io le sono a fianco e rivedo il suo sguardo triste. Nei sogni rivedo anche mio nonno: un uomo semplice, il classico figlio di contadini, ex operaio dell’Alfa Romeo. Lo sogno mentre mi viene a prendere a scuola e io gli corro incontro abbracciandolo: lui mi prende la cartella e poi in silenzio mi riporta a casa. Com’era silenzioso e soffice, il nonno, con la sua andatura ondeggiante! Era rimasto zoppo a causa di un infortunio sul lavoro che gli era costato il prepensionamento. Poi il sogno cambia e allora lo vedo seduto al tavolo con la testa tra le mani: è lì in silenzio, indossa il suo pigiama azzurro e io gli sono a fianco. Sono gli anni 80, non siamo più nel dopoguerra e non basta più fare la croce sul foglio per poter prendere la pensione. Serve che impari a firmare, io gli sto insegnando a scrivere il suo nome e lui guarda il foglio sul tavolo con i suoi occhi grigi, come se guardasse il vuoto.
Sia il nonno sia la nonna avevano dei fratelli, ma erano solo in pochi a farsi vivi con loro. Durante le feste di Natale sentivo gli altri bambini raccontare di pranzi fatti in compagnia di zii e amici, mentre da noi non veniva mai nessuno e passavamo dei Natali tristi e solitari. A me dispiaceva per loro, sopravvissuti alla guerra e ai suoi dolori, ai tanti fratelli morti sotto le armi e alle sorelle sotto alle bombe. Quanto gli saranno pesati quei Natali senza i pochi cari rimasti in vita! Mia nonna, con il peggiorare della situazione in casa, smise anche di andare in chiesa, e passò gli ultimi anni di vita tra la camera da letto e la cucina. Ormai cucinava solo per sé e per il nonno, infatti avevano smesso di mangiare a tavola con noi e la sera si chiudevano nella loro stanza dopo le 18:30. La nonna morì di tumore quando ormai frequentavo già la grande casa e quindi passavo poco tempo a casa mia.
Il giorno del funerale piansi ma non riuscii ad andarci, perché mi sembrava di averla tradita: ero stata egoista e l’avevo abbandonata, non ero neanche riuscita a dirle che ora non ero più sola ma, anzi, stavo bene e stavo per crearmi un futuro meraviglioso. O almeno così credevo! Non riuscii nemmeno a dirle addio, a chiederle scusa per non averle più rivolto la parola: avrei dovuto essere più forte e continuare a parlarle, ignorando mia madre e i suoi ricatti. Ora però la nonna non c’era più e mi restava solo il nonno, che, dopo la sua morte, si chiuse nel silenzio e si lasciò andare. Cercai di aiutarlo passando più tempo con lui e meno nella grande casa, ma questo non bastò. Si stava lasciando morire, lo capivo e sapevo cosa stava provando: aveva perso la sua àncora e ora era solo con se stesso, senza nessuno che si prendesse cura di lui e della sua salute.
Quante notti in bianco hanno passato i miei nonni per prendersi cura dei miei raffreddori! Per non parlare delle sbucciature alle ginocchia delle prime cadute in bicicletta... Quante camomille ha messo a bollire la nonna per i miei mal di pancia e quante gomme bucate avrà riparato il nonno!
Anche quell’anno, dopo quel maledetto giovedì, deve essere arrivato il Natale con tutte le feste, ma non ne ho ricordo. Poi arrivò gennaio e mi resi conto che mancavano ancora tanti anni al termine del patto con me stessa: per quanto ancora avrei dovuto subire le sue molestie? Chi mi garantiva che le sue richieste non sarebbero aumentate e che non avrebbe voluto di più da me? Così, in una delle tante serate di litigi in casa, uscii dalla porta, iniziai a camminare e arrivai alla stazione Certosa. Salii sul ponte pedonale e mi soffermai a guardare i binari: com’era strano il mondo visto da lì! È curioso pensare come bastasse chiudermi la porta dietro le spalle per trovare, perfino accanto alla ferrovia, il silenzio e la tranquillità che mi mancavano in casa.
Per ore rimasi a fissare quei binari, a chiedermi se per caso non avessi sbagliato il modo di farla finita. Forse fare un salto nel vuoto mi avrebbe regalato per sempre la pace che regnava in quel momento dentro di me. Forse bastava aspettare il primo treno e saltare verso la luce dei fari per raggiungerla. E io aspettai con le mani avvinghiate alla ringhiera del ponte. Faceva freddo e il gelo aveva iniziato a scendere, ma io non lo percepivo, era come se fossi fuori dal mio corpo. Improvvisamente, mi sentii come sollevata, come se, dopo tanto tempo, avessi raggiunto almeno in parte quella serenità.
Quando vidi in lontananza le luci del treno, mi preparai a saltare. Non potevo essere più convinta di così della mia scelta. Fu allora che una mano mi strinse il braccio e una voce alle mie spalle mi fece ritornare alla realtà: «Non lasciare che chi ha deciso della tua infelicità, decida anche della tua morte»
“Tutti noi abbiamo un angelo custode”. Queste parole, a cui avevo smesso di credere da tanto tempo, mi tornarono improvvisamente in mente. Quella notte, sul ponte, l’angelo era un uomo ben curato dall’accento inglese, indossava un cappotto nero, dei jeans scuri e degli anfibi. Aveva i capelli scuri legati in una coda, come voleva la moda di quegli anni, gli occhi verdi e nell’insieme era sicuramente un bell’uomo, ma io non lo notai immediatamente. Ci sedemmo sui gradini del cavalcavia. Fu lui a parlare per primo, senza chiedermi nulla di quello che aveva interrotto, e io apprezzai quel suo gesto. Parlammo del tempo, del freddo e della foschia che c’era quella sera. Il fatto di non vedere nei suoi occhi nessun segno di malizia, di non sentire uscire dalla sua bocca una qualsiasi allusione di natura sessuale, mi fece restare seduta a fianco a lui e mi convinse ad accettare di andare a bere qualcosa di caldo insieme.
Nergal, questo era il nome con cui si era presentato, non mi diede mai modo di sentirmi in pericolo, di pensare che fosse lì a parlare con una ragazzina sprovveduta e mal messa per chissà quale losca motivazione. Certo, ci furono degli attimi in macchina in cui mi diedi della pazza per essere lì con un completo sconosciuto molto più grande di me, ma poi mi dicevo che tanto, quella sera, avevo previsto di uccidermi, alla peggio, sarei passata dal togliermi la vita al farmi uccidere!
Andammo in una “theeria” sul naviglio e questo mi rincuorò ancora di più. Il locale era molto curato e notai subito come la cameriera guardasse me e lui con fare incuriosito. Davamo sicuramente nell’occhio: io ero vestita con un maglioncino malconcio, dei jeans rotti e avevo i capelli spettinati, mentre lui era molto curato; io vivevo quegli attimi con molto disagio mentre lui sembrava completamente a suo agio e la sua attenzione era solo su di me. Non lo vidi mai guardare nessuna donna o ragazza che entrava o usciva dal locale e, forse, fu questa sua correttezza a mettermi nella condizione di aprirmi e di raccontargli tutta la mia storia.
Tra il locale e i giri in auto facemmo quasi l’alba, lui non parlò di sé né io gli chiesi nulla. Nergal continuava a passarmi i fazzoletti per asciugarmi le lacrime, senza mai avvicinarsi né per darmi un abbraccio né per farmi una carezza. Mantenne sempre le distanze fisiche e anche questa cosa mi rassicurò, anche se non scacciò del tutto il dubbio nella mia testa: cosa voleva allora quell’uomo da me? Quando mi riaccompagnò a casa, mi diede un biglietto completamente anonimo su cui vi era segnato un numero e mi salutò dicendomi che “il passato non si può cambiare ma il futuro sì” e che, se avessi voluto cambiare il mio, bastava che lo chiamassi. Provai a chiedergli delle spiegazioni, ma si limitò ad aggiungere che non mi avrebbe regalato nulla, perché ci sarebbe stato molto lavoro da fare e tante regole da rispettare, che non sarei stata da sola ma con altri ragazzi come me e che, se avessi voluto sapere altro, ci saremmo potuti rivedere.
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