Il lavoro
Iniziai a lavorare nella trattoria dove il fidanzato di mia madre faceva il cuoco. Odiavo farlo, odiavo prendere i mezzi pubblici al mattino e vedere tutti i miei coetanei avvolti nei loro vestiti che profumavano di pulito. Con i loro zaini in spalla non facevano altro che lamentarsi dei professori e dei compiti che gli assegnavano. Ma cosa avevano poi da lamentarsi, loro? Che ne sapevano della vita, loro? Potevano crearsi un futuro, loro. Io no. Odiavo lavorare in quel posto anche perché ogni difficoltà che incontravo, ogni discussione, ogni lamentela, il suo compagno, la riferiva immediatamente a lei e ne pagavo le conseguenze anche a casa. Dovevo trovare un motivo per andare avanti lo stesso. Facendo un rapido calcolo, realizzai che mettendo via duecentomila lire al mese per i successivi quattro anni, sarei riuscita ad avere una cifra sufficiente a pagarmi gli studi e, arrivando a diciotto anni, non avrei avuto più nemmeno la necessità della firma di mia madre. Allora stipulai un patto con me stessa: dovevo farcela!
Il locale si trovava nella zona della stazione centrale di Milano: era gestito da un signore che aveva all’incirca cinquant’anni e aveva due sale da pranzo non molto grandi, una vecchia cucina e una zona caffetteria. L’ambiente era molto trascurato e privo di manutenzione, insomma, per dirla in termini semplici, era una squallida bettola! I primi mesi di lavoro furono molto duri: oltre a lottare contro le mie emozioni (che sempre più mi spingevano contro tutto e tutti per quello che mi era stato tolto), ero costretta a sopportare anche il compagno di mia madre, che tutti i giorni si lamentava di quanto fossi incapace, senza considerare la mia inesperienza. Non ricordo con precisione quanto durò questa fase, forse tutta l’estate. Con l’arrivo dell’autunno, però, ero in grado di fare tutto e anche bene, e mi sembrava di aver raggiunto un certo equilibrio tra il dover sopportare e il non soffrire. Poi, un giorno, ritornò l’oscurità.
Come ogni giovedì, il titolare era andato al mercato generale per fare scorte di verdure. Ogni volta, prima di ritornare, chiamava il locale per avvertirmi e io dovevo fare in modo di essere libera al suo arrivo per poter sistemare la spesa. Si trattava di portare delle cassette pesanti al piano inferiore lungo una scalinata ripida e stretta per poi posizionarle sugli scaffali delle celle frigorifere. Quello non era nemmeno un mio compito, di fatto spettava al cuoco, ma sapevo che era inutile recriminare, perché rischiavo ripercussioni ben peggiori una volta a casa.
Quella mattina, iniziai a portare giù tutte le cassette e, una volta arrivata nella cella, mi sentii spingere dentro con forza fino a sbattere contro le sbarre dello scaffale. Capii subito che era il mio titolare. Sentii il suo alito su di me, il suo membro premere contro i miei pantaloni, le sue mani stringere il mio seno. Lo sentivo ansimare sul mio collo mentre mi sussurrava oscenità che mai avevo ascoltato prima. Mentre mi diceva che ero una maiala, una puttana da scopare, lo sentii gemere di piacere e poi mi accorsi di avere i pantaloni umidi e appiccicosi. Fu solo allora che si staccò da me e se ne andò senza una parola, lasciandomi al freddo di quella cella. Non riuscii a piangere.
Arrivai a casa e raccontai a mia madre quello che era accaduto. Non so perché lo feci, forse volevo sentirmi dire “ci penso io!” oppure “mi dispiace, va bene da domani torni a scuola”. E invece non andò così: mi disse che ero una scema, una bambina stupida, che avrei dovuto cogliere l’occasione della vita, perché il vecchio mi avrebbe lasciato il locale. Non piansi, lasciai parlare sia lei che il suo compagno e andai a cercare conforto nell’angolino della camera della nonna. Così, come quando ero bambina, mi misi seduta tra il vecchio letto e la cassettiera della nonna.
Pensai a lei che non c’era, perché aveva avuto un ictus ed era in ospedale. Pensai a lei e mi dissi che era meglio che non ci fosse, avrebbe sicuramente reagito male, sapendo quello che mi avevano fatto. Chissà quante botte avrebbe preso… Pensai anche all’amore, era la prima volta per me. Sarebbe stato dunque questo, l’amore? Una vita con un vecchio sudicio che si struscia su di me? Non ci sarebbe stato nella mia vita nessun battito di cuore? Nessuna farfalla nello stomaco? E le notti insonni trascorse sognando il primo bacio a occhi aperti?
Restai lì seduta forse più del solito e mi alzai con la consapevolezza che dovevo scomparire, perché essere invisibile ormai non bastava più. Andai all’armadietto dei medicinali, presi le pastiglie di mio fratello e le ingoiai. Una, due, tre, quattro... Persi il conto e mi risvegliai in ospedale il giorno dopo: accanto a me solo un’infermiera. Scoprii che mia madre aveva spiegato il mio gesto come quello di una ragazzina in pena perché era stata lasciata dal fidanzatino! Non obiettai nulla, nella mia testa echeggiava solo il pensiero che nemmeno la morte mi aveva voluto. Tornai a casa la sera stessa e la mattina dopo andai al lavoro. Qualcosa era cambiato, non intorno a me ma dentro di me.
Passai i mesi successivi come avvolta nella nebbia: non ridevo più, non piangevo più, ogni emozione si era spenta. L’unica cosa nitida ai miei occhi erano le mani del vecchio viscido che si facevano sempre più audaci: in tutti i modi cercava di trascinarmi in cantina per tirare fuori il suo squallido membro e strofinarmelo addosso. Ogni volta che provavo a ribellarmi, le minacce erano sempre le stesse: chiamare mia madre e licenziarmi. A volte ripenso a quel periodo e mi chiedo come sarebbe andata se tutto ciò non fosse successo, se quel maledetto giovedì non fosse mai arrivato.
Come sarebbe stata la mia vita? E quella dei ragazzi della grande casa? All’epoca non li conoscevo ma oggi mi chiedo: sarebbe accaduto tutto ugualmente? O la nostra vita sarebbe stata migliore? Ho cercato a lungo delle risposte ma ho capito che non posso averle.
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