L'ultimo addio
L’ultimo addio
Nergal faceva fatica a parlare e alla fine i suoi occhi si chiusero. La malattia lo rendeva molto debole e vederlo così indifeso su quella poltrona strinse il cuore a tutti.
Lamashtu gli si avvicinò per sistemargli la coperta, gli fece una carezza e gli disse: «Riposati, maestro, sei stato il migliore!» Allora lui riaprì gli occhi e rispose con un filo di voce: «Mi hai veramente messo a dura prova, ci sono stati momenti in cui ero davvero al limite con te, ma eri comunque il migliore. Sapevo che un giorno saresti diventato tu il maestro e... vedi? Avevo ragione!» Accennò un sorriso, che Lamashtu ricambio con tenerezza.
Kore lo salutò con un bacio e gli sussurrò: «Grazie, se ora sono madre lo devo a te. Se quel giorno non fossi venuto a prendermi in ospedale, quel giorno, insieme a quel bambino, me ne sarei andata anch’io.»
Arimon lo abbracciò: «Grazie maestro, grazie di tutto. Ti porterò sempre con me ovunque andrò.»
Lo salutai anch’io con una carezza e un bacio sulla fronte. Allora mi prese la mano e la strinse tra le sue. Quel tocco così tremante, quegli occhi così spenti e tristi. Potevo vedere quello che un tempo Arimon aveva definito “il soffio della vita che vola via”. Non dissi nulla, non c’era motivo di farlo.
Avrei voluto fermare il tempo, tornare indietro e rivedere ancora per un attimo l’uomo che mi aveva salvato la vita su quel ponte anni prima; rivivere la sensazione di quando, entrando nella grande casa, correvo tra le sue braccia in cerca di conforto e protezione; conservare impresso nella mia mente il ricordo di quelle braccia così forti da poter reggere tutta la disperazione che avevo dentro e non il ricordo di quel corpo magro e sofferente; rivedere quello sguardo rassicurante in cui avevo potuto ritrovarmi quando mi ero persa. Ma non potevo, il tempo scorre solo in una direzione.
Mi ero sempre chiesta se un giorno il destino ci avrebbe fatto rincontrare e ora che, dopo tanti anni, finalmente eravamo l’uno di fronte all’altra, non mi restava che dirgli addio per sempre. La sua morte si sarebbe portata via definitivamente ogni cosa? I momenti tristi e quelli belli, i rimorsi, i sensi di colpa, le paure, i fallimenti... chissà. Forse avrebbe portato via anche il nostro paradossale sentirci in debito nei suoi confronti e saremmo stati finalmente liberi.
Ci venne spontaneo prenderci per mano e metterci in cerchio, in quella piccola casa, davanti al nostro maestro, rannicchiato in quella coperta, che a stento riusciva a tenere gli occhi aperti. Invitammo anche Arianna, in fondo era venuta proprio per conoscere un po’ di quel mondo. Lamashtu pronunciò la formula di rito e improvvisò un balletto in memoria di Marbas. Poi ci preparammo per uscire ma, prima che io potessi arrivare alla porta, Nuberus mi fermò per dirmi che Nergal aveva sempre avuto una predilezione per me e che io avevo sempre contato molto per lui. Esitai un attimo: «Sai, il problema non era Nergal, ma il mondo che lui rappresentava: come uomo, io l’avrei amato anche così come era.» Annuì, si girò per prendere un pacchetto dalla libreria e me lo porse. Era il grimorio, Nergal aveva mantenuto la promessa fatta anni prima. Ci lasciammo così, davanti a quel vecchio portone. La morte di Nergal avrebbe messo la parola fine al capitolo comune delle nostre vite: la nostra storia nella grande casa, e lasciava a noi il compito di vivere.
Ora avevamo la responsabilità di essere felici e di tenerci stretta quella pace per la quale avevamo tanto lottato. Avevamo imparato ad apprezzare tutte le piccole e semplici cose di cui è fatta la quotidianità della vita, quello che la gente comune definisce la monotonia di tutti i giorni, ma che per noi era stata la conquista più preziosa e sofferta. Avevamo il dovere di non cadere nell’errore di dare quello che avevamo conquistato per scontato e dovevamo farlo non solo per noi, ma soprattutto per quegli amici che erano rimasti indietro e non ce l’avevano fatta. Avevamo il compito di vivere. Noi eravamo dei sopravvissuti, eravamo risorti dalla morte risalendo dalle vie dell’inferno, ed eravamo vivi.
Col tempo, quando lessi il grimorio, scoprii che Nergal, insieme alle formule dei riti e alle sue ricette di erbe medicinali, aveva scritto anche la sua storia. Quel diario, oltre a rappresentare il suo mondo, rischiava anche di ricordarmelo costantemente e di tenermi legata al passato. Decisi quindi di seguire la regola: non tenni il grimorio ma lo conservai dove era giusto che stesse, sepolto in un bosco dove in cerchio per mano avevamo alzato i nostri volti alla Luna e dove Nuberus aveva disperso le ceneri del maestro.
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