Nergal
A mano a mano che ascoltavo le loro storie una marea di emozioni avanzava dentro di me. Avevo apprezzato Arianna, ero stata felice per Arimon, per Kore e per Lamashtu. Il tradimento di Behemoth non mi aveva scioccato ma mi aveva turbato sapere del suo amore per il maestro. Ero certa che Nergal non l’amasse o, per meglio dire, che non fosse in grado di provare sentimenti così profondi e che non avrebbe avuto bisogno di usarlo fingendo interesse per lui. Il maestro sapeva raggiungere i suoi scopi utilizzando altre strategie.
Eravamo di nuovo lì in cerchio intorno a lui a parlare delle nostre vite e mettere a nudo i nostri sentimenti. Era stata Arianna a dare il via a questa ruota, ma lei non sapeva come funzionava quel gioco. Noi lo avevamo già fatto in passato e in quel momento tutto mi riportava indietro nel tempo. Da lì a poco sarebbe toccato a me raccontare e mi chiedevo se davvero volessi farlo. Aprirsi significava dare l’opportunità a Nergal di fare breccia nelle mie debolezze e questa volta in gioco non c’ero solo io ma anche la mia famiglia. Non sapevo ancora se potevo fidarmi e, per quanto mi riguardava, non ero più disponibile al gioco del “raccontami di te, ché ti ascolto e ti aiuto”. Potevo scegliere tra scappare e tacere ma in entrambi i casi avrei suscitato disappunto negli altri. Anche se la cosa non mi toccava più di tanto, volevo evitarlo. Provai allora a cambiare gioco e lanciai la palla nel campo di Nergal: «E tu cosa ci racconti di te? Dopo di noi che cosa hai fatto?»
Nergal iniziò a parlare a cuore aperto, come mai aveva fatto e mai mi sarei aspettata. E riuscì a stupirmi ancora una volta, l’ultima.
Lasciandoci liberi quella domenica mattina, Nergal si era giocato praticamente tutto. Nella telefonata arrivata da Londra aveva ricevuto da uno dei fondatori della setta la richiesta di prendere una posizione chiara e definitiva riguardo a noi. Il tempo era scaduto e in poche ore aveva dovuto decidere della nostra sorte. Ci stava preparando da troppo tempo e i risultati che aveva ottenuto fino a quel momento erano stati deludenti: tre adepti erano morti e Nuberus non aveva dimostrato di essere all’altezza delle aspettative. Il maestro non era dunque allineato con i tempi stabiliti per raggiungere gli obbiettivi dati: forgiare giovani pronti ad ogni cosa in nome di Satana, coesi, devoti e in grado di procreare nuovi adepti che sarebbero nati e cresciuti all’interno della setta in modo da allargarla e creare una grande comunità.
Quando si era reso conto di avere il controllo su noi ragazzi, Nergal aveva iniziato a maturare il desiderio di staccarsi e fondare un gruppo tutto suo, ma non aveva fatto i conti con chi lo aveva finanziato fino a quel momento, rendendo possibile la sua crescita. Dopo la morte di Astaroth e Bael, era stato richiamato una prima volta per giustificare la perdita dei due ragazzi. In quella occasione aveva cercato di rimediare andando lui stesso a Londra e lasciando Nuberus come prova di fedeltà e dimostrazione del suo operato. Poi però era stato richiamato una seconda volta per insubordinazione: aveva avviato l’iniziazione al sesso degli adepti senza rispettare la gerarchia. Non spettava a lui quel ruolo, ma al fondatore della setta. Anche quella volta, comunque, era riuscito a sistemare le cose in qualche modo e a prendere tempo.
Infine, quella domenica, l’ennesima discussione sui ritardi della sua gestione e l’ordine di inviare altri adepti a Londra. Nergal però non era disposto a rinunciare a nessuno, specialmente a noi ragazze, e quindi si era opposto e aveva giustificato la sua posizione affermando che non eravamo pronti e rivendicando il suo ruolo e la fatica fatta con ognuno di noi. Quando poi Behemoth gli spifferò il nostro piano, il maestro si trovò schiacciato tra le richieste dei superiori, la nostra ribellione e il suo desiderio di tenerci con sé. A quel punto, si rese conto di essere in un vicolo cieco e decise che, pur di farci affrontare l’ultima prova e rimanere con lui, ci avrebbe minacciato di morte con la pistola. Davanti alla nostra determinazione, alla fine prese una decisione che avrebbe stravolto la sua vita, quella di bandirci. Come prima punizione gli venne tolto il ruolo di maestro e venne retrocesso al ruolo di adepto; poi, lentamente, venne escluso da tutte le attività e così fu anche per Nuberus, che lo aveva sempre difeso e sostenuto contro i fondatori.
Mise in vendita la grande casa e si trasferì a vivere in città, dedicandosi alle arti oscure da solo a casa sua. Mantenne un basso profilo, niente più sette o allievi. Sapeva che dall’alto stavano solo aspettando un suo sbaglio e che il mezzo migliore per fargliela pagare era farlo finire nelle mani della legge. Il minimo passo falso gli sarebbe costato caro, quindi continuò la sua vita e il suo lavoro come una persona qualunque. Poi la scoperta della malattia e l’invito del suo più fedele amico a trasferirsi da lui. Nuberus, infatti, gli era sempre rimasto accanto e, una volta rientrato in Italia, aveva trovato lavoro come piastrellista, era riuscito a comperarsi la casa in cui ora ci trovavamo e dove viveva da solo perché non si era mai sposato.
L’ultimo pensiero di Nergal fu per noi: sapere se qualcuno di quei ragazzi era riuscito a farcela. Per anni nei suoi ricordi era cresciuto un sentimento amaro, non tanto per il rimorso delle azioni compiute, quanto per il rimpianto di quello che non era riuscito a fare. Non era riuscito a sottrarre Bael alla droga e poi aveva abbandonato Astaroth al suo destino: lo aveva allontanato credendo di salvarlo, perché troppo fragile per reggere quello che gli veniva chiesto di fare, senza capire che il ragazzo non avrebbe sopportato di ritrovarsi da solo. E poi la nostra uscita di scena quella domenica mattina: un saluto semplice e freddo dopo tutto quel tempo assieme. Gli era costato tanto dirci addio in quel modo.
In quel racconto Nergal ci stava portando un pezzo di sé che non conoscevamo o che non aveva voluto farci vedere. La sua ambizione al comando e il suo desiderio di indipendenza ci avevano salvati e avevano impedito che finissimo in una situazione peggiore. A questo punto eravamo sicuri che in quel lontano giorno non aveva mai pensato veramente di farci del male.
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