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A Marbas era successo proprio così. Dopo essere uscito dalla grande casa, aveva trovato lavoro come commesso in una catena di negozi, si era rimesso a studiare e, dopo il diploma, si era anche iscritto all’università, dove aveva conosciuto Arianna, il suo grande amore. Dopo la laurea, lui aveva vinto un concorso e aveva iniziato a lavorare come impiegato pubblico in Piemonte, mentre lei aveva trovato un impiego come segretaria in una clinica privata. In poco tempo si erano sposati e avevano avuto due bambini, due maschietti. Vista la passione comune per il ballo, si erano anche iscritti ad un corso di tango. Avevano ormai una famiglia felice e lui sembrava in piena forma, proprio quello che la vita canaglia aspetta per mandare il temporale. Nessuno si era mai accorto di quel piccolo difetto al cuore di Marbas: mai un segnale, mai un problema. Finché un giorno d’estate il suo cuore smise di battere per sempre.
Marbas, il “grande saggio”, volò via due anni prima della telefonata di Nuberus e ora, seduta su quel divano, c’era Arianna a raccontarci ogni cosa della loro vita. Una donna dall’aspetto semplice e dolce, ma comunque abbastanza forte da rispondere a quella telefonata. Non aveva avuto paura di ciò che poteva incontrare o di cosa le potesse succedere. In quell’incontro, lei aveva visto l’occasione per conoscere gli anni della vita di Marbas di cui non aveva fatto parte, e di incontrare quelli che suo marito aveva sempre definito “gli unici veri amici” che avesse mai avuto.
Mentre lei parlava, noi sfogliavamo l’album fotografico che ci aveva portato. In quelle foto, seguivamo il nostro caro Marbas mentre diventava un uomo, un marito e un padre. Vederlo sorridere felice, in smoking nel giorno del suo matrimonio, al mare con i suoi figli, o davanti all’albero di Natale con la sua famiglia, ci diede la forza di non piangere. Nonostante la sua vita fosse stata breve, lui aveva comunque vinto la nostra battaglia più importante: raggiungere la “normalità” e ottenere la felicità nelle piccole cose di tutti i giorni. Questo, per me e per tutti noi, contava più di ogni altra cosa.
Arianna ringraziò noi per il sostegno e l’amore che avevamo saputo dare a suo marito in quegli anni ed ebbe parole di gratitudine anche verso Nergal. Nel lungo cammino di crescita personale che gli aveva permesso di ricostruirsi, Marbas aveva rielaborato il suo percorso nella grande casa fino a riuscire a ricongiungere in Nergal gli aspetti dell’uomo e del maestro. Era riuscito a riconoscere in lui non solo l’atteggiamento antisociale e patologico di un uomo dedito alla necrofagia e al necrosadismo, ma anche la capacità di prendersi cura umanamente di noi, nei nostri momenti di rabbia verso il mondo, di sofferenza personale e di solitudine per i nostri traumi più intimi. Nei momenti in cui Marbas aveva avuto più bisogno, Nergal c’era sempre stato e, in qualche modo, era riuscito a rappresentare la figura paterna che non aveva mai avuto: gli aveva insegnato a guidare la macchina e poi la moto, a farsi la barba e a giocare a poker; insieme si erano allenati a Karate e avevano giocato a calcio. Grazie a lui, aveva capito che tipo di padre avrebbe voluto diventare, se ne avesse avuto l’occasione, e cosa voleva dire essere una famiglia, sia nel bene che nel male. La grande casa, allora, era rimasta nei suoi ricordi come uno spazio protetto e il luogo dove aveva trovato accoglienza. Le messe nere, il sangue, i cimiteri erano sì stati orrendi, ma, una volta uscito, gli era rimasto l’insegnamento di cosa voleva dire fare parte di un gruppo e delle responsabilità che ne derivano.
In quella piccola casa, Arianna stava condividendo con noi non solo il suo personale dolore ma, senza saperlo, anche il messaggio che Marbas avrebbe voluto lasciarci. Ogni momento della vita ha due facce, proprio come una moneta: la felicità può nascondere anche dei risvolti negativi e le difficoltà portano spesso nuove opportunità e sono occasione di cambiamento; bisogna saper guardare in profondità, senza soffermarsi all’evidenza, per riconoscere e sfruttare entrambe le facce. Se qualcuno di noi era arrivato quella mattina per recriminare qualcosa a Nergal, ora aveva l’occasione di aprire gli occhi su un altro mondo. E lì, in quella stanza, ora potevamo condividere le opportunità che avevamo ricevuto dalla vita dopo quell’esperienza, come le avevamo accolte e chi eravamo diventati.
Kore ci raccontò che, qualche giorno dopo la nostra uscita dalla setta, era stata ricontattata da Nergal che voleva aiutarla a cercare un posto dove vivere al sicuro da suo padre. Trovarono un piccolo monolocale, lui si offrì di versare la caparra e poi sparì definitivamente dalla sua vita. Anche lei entrò in terapia e trovò il coraggio di denunciare suo padre. Nonostante l’insistenza dello psicologo, che continuava a farle sempre domande troppo dirette sul maestro, su dove si trovasse la grande casa e su chi fossimo e dove ci trovassimo noi ragazzi, decise di non denunciare mai Nergal. Al contrario, smise di parlare della grande casa e di noi e, dopo pochi mesi, abbandonò addirittura quel percorso.
All’epoca aveva un lavoro a tempo pieno in una panetteria e riusciva a mantenersi senza troppi problemi. Aveva anche il tempo e la disponibilità per vivere dei sani momenti di svago e spesso trascorreva il sabato sera in qualche locale sui Navigli. Proprio un sabato sera, alla festa di compleanno di una sua amica, conobbe quello che sarebbe diventato prima il suo fidanzato e poi suo marito due anni dopo. Era un bravo ragazzo, i suoi genitori avevano una piccola azienda agricola e lui era figlio unico. Così, i due sposini si trasferirono a vivere in campagna e in breve tempo la famiglia si allargò con l’arrivo di due gemelle e, dopo due anni, di un maschietto.
Ora Kore faceva la mamma a tempo pieno mentre suo marito gestiva l’azienda di famiglia. Né lui né i suoi genitori avevano mai saputo del suo aborto, di suo padre e della setta, perché lei non aveva mai trovato la forza di dirglielo. Ora però era veramente felice, e questo a noi bastava.
In quegli stessi anni, anche Arimon aveva ricostruito la sua vita e così volle raccontarci il suo percorso, lungo più di diecimila kilometri. La madre morì lo stesso anno in cui lasciammo la grande casa. La donna, sempre in preda a crisi persecutorie, aveva iniziato a rifiutare sia il cibo sia l’acqua asserendo che fossero avvelenati. Venne quindi ricoverata in psichiatria, dove tentarono la nutrizione forzata ma ormai era troppo tardi: a causa di un blocco renale dovuto alla disidratazione prolungata, si spense dopo alcuni giorni di agonia e delirio. Il marito non andò nemmeno al funerale della sua ex moglie, anzi, dopo la sua morte, smise anche di fare quelle poche telefonate che erano l’unico contatto con il figlio. Dal canto suo, Arimon non lo cercò più e così di suo padre gli rimase solamente il cognome.
In quel periodo lavorava come cameriere in un locale e riusciva a pagare le spese d’affitto di una minuscola casa popolare. Aveva continuato ad andare in terapia e aveva elaborato anche il percorso della sua sessualità. Un’estate di qualche anno dopo, partì per una vacanza in America con dei colleghi e conobbe Carol, figlia di un pastore protestante luterano. Fu amore a prima vista e così, dopo vari intoppi burocratici per i documenti e la cittadinanza, si sposarono in Oregon, dove lui si trasferì definitivamente. Insieme a sua moglie avviò un ristorante, mentre con il suocero fondò un’associazione per inserire i giovani a rischio in progetti di studio o di lavoro. Lui e Carol ebbero una bimba e decisero di intraprendere anche un percorso per diventare genitori affidatari.
Dopo la telefonata di Nuberus, era partito dall’America ed era venuto fino a lì perché aveva sentito l’esigenza di esserci. Quel giorno, niente in lui ci ricordava il ragazzo di un tempo, quello che urlava e lanciava oggetti nei suoi momenti di rabbia. Chissà se sotto quella camicia ancora si celavano le cicatrici di tutti quei tagli che si era fatto durante l’adolescenza.
Arimon ci raccontò anche di Behemoth, perché i due erano rimasti in contatto e avevano lavorato insieme per un periodo. Ci disse che aveva iniziato a frequentare una brutta compagnia, dei ragazzi di strada che si drogavano e si sostenevano con furti e altri reati minori. La promessa di essere felici, di avere meno pensieri, l’idea che bastasse solamente sniffare un po’ di cocaina “tanto questa non ti sballa troppo e lascia meno tracce addosso”... “non ti ammazza come l’eroina”... Presto ne divenne dipendente e, siccome costava troppo, si dedicò anche lui allo spaccio. Usciva ed entrava dal carcere in continuazione: quando era dentro, si diceva pentito e pronto a cambiare vita ma, una volta fuori, ricominciava da capo. Gli restava solo un amico a cui rivolgersi per chiedere conforto e gli mandava lunghe lettere dove diceva di non volersi più fare, di volersi curare. Arimon era sempre pronto a rispondere e a non lasciarlo mai solo, anche se ora viveva in un altro continente, e cercò diverse volte di aiutarlo, ma inutilmente. Anche ora era in galera e stava scontando una pena di sei anni per rapina a mano armata, e la promessa era la stessa di sempre “Questa volta, fratello, cambierò veramente!”. Ormai Behemoth si era perso per sempre e ora tutti noi lo sapevamo.
Anche Lamashtu ci parlò di Behemoth, confessandoci di aver sempre sospettato che fosse stato proprio lui a tradirci quel lontano giorno. Ci raccontò che quel ragazzo parlava nel sonno e che, dalle sue frasi scomposte, col tempo aveva capito che era innamorato di Nergal. L’intento di Behemoth quel giorno doveva essere stato quello di proteggere sia la persona che amava sia noi stessi e quindi, oltre a riferire il piano al maestro, aveva poi provveduto lui stesso a togliere i proiettili dalle pistole. Era stato un azzardo, poteva contare solo su quel po’ di amore che Nergal gli dava durante i sabba e sul suo buon senso. Negli anni precedenti aveva finto di amare se stesso e anche Arimon, baciandolo, toccandolo, coccolandolo. In realtà, solo grazie alla presenza di Nergal all’interno del cerchio, in quel rapporto a tre, era riuscito a sbloccare la sua sessualità.
Poi Lamashtu parlò anche di sé, di quando, per qualche tempo, era tornato a casa dei genitori. I suoi si stavano separando e sua madre ormai conviveva con un altro uomo che aveva precedenti di vario genere, mentre il padre era nuovamente in carcere. Così, appena suo nonno morì, si trasferì a casa dalla nonna, con cui trovò una buona intesa: lei si dimostrava orgogliosa di quel nipote che filava dritto, dava sempre una mano in casa e sapeva fare tutto, anche il bucato! Trovò lavoro come operatore in una piattaforma ecologica. Il suo responsabile lo notò subito per la serietà e la puntualità e lo prese in simpatia. Lo spronò a puntare più in alto nella vita e lo aiutò, favorendolo con i turni in modo che potesse frequentare le scuole serali. Così Lamashtu si diplomò e, dopo la perdita della nonna, andò a vivere da solo e prese l’importante decisione di iscriversi all’università. Quel ragazzo ribelle e dannato era diventato un giovane insegnante, aveva vinto il concorso per una cattedra d’italiano in una scuola elementare e lì aveva conosciuto la sua futura moglie e madre di suo figlio.
Non aveva mai più cercato i suoi fratelli, preferiva non riaprire quella ferita, sia per loro che per se stesso.
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