Storia · capitolo 32

Ritrovarsi

La Grande Casa di Samy


Eccoci, infine: due settimane dopo quella telefonata, in un freddo giorno di metà ottobre, in quattro davanti al portone di una semplice casa in un vecchio contesto di campagna nel pavese. Non c’era più il cancello della grande casa ad accoglierci, eppure, quella mattina, fu come se non ci fossimo mai lasciati. Ci abbracciammo.

Le gonne e i tacchi di noi donne sembrarono scomparire in un attimo, insieme alle giacche e alle cravatte dei due uomini, lasciando il posto agli sguardi e ai modi di fare baldanzosi ed eccessivi della nostra adolescenza. Kore ci salutò sempre a suo modo: «Guarda questi stronzi, come sono diventati brutti!». Lamashtu strinse la mano ad Arimon: «Ehi, bastardo come stai? Come ti vanno le cose?» E poi a noi ragazze: «Ciao, belle fighe!». I nostri saluti furono subito interrotti dall’arrivo di Nuberus. «Ciao ragazzi, seguitemi», ci accolse così, con poche parole e nessun sorriso, ma almeno ci strinse la mano.

La casa si trovava in una vecchia corte ristrutturata, composta da una decina di appartamenti, probabilmente occupati da famiglie, come testimoniavano i numerosi giocattoli sparsi nel cortile comune. Tutto era abbastanza lasciato a se stesso ma si percepiva tranquillità e normalità. Fu strano entrare in quella piccola casa, niente al suo interno faceva pensare a quello a cui eravamo stati abituati o che ricordavamo del passato. Non vi era nessuna traccia di quadri con figure demoniache, teschi, candele, vasi con intrugli di erbe. Niente di tutto ciò. C’erano solo pochi oggetti d’arredo molto semplici e l’indispensabile per abitare una casa. In un angolo del soggiorno, una vecchia poltrona davanti alla finestra e accanto un’asta d’ospedale per le flebo. Lì, con una coperta sulle gambe, era seduto il nostro maestro.

Appena ci vide, Nergal tentò di alzarsi per salutarci, ma Arimon e Lamashtu gli si avvicinarono per rimetterlo seduto e lo abbracciarono. Il volto era smagrito, gli occhi incavati e privi del loro verde intenso. Facevo fatica a riconoscere in quell’uomo il mio maestro di un tempo. Faticavo anche a trattenere le lacrime e, nella mia mente, continuavo a dirmi: «No, non può essere il tuo Nergal, non può essere lui!» Kore si accorse delle mie lacrime e mi spinse verso di lui. Spinta dal ricordo del suo profumo e della sua pelle, mi inginocchiai e lo abbracciai.

Mentre cercavamo lo spazio per riprenderci da quelle forti emozioni, il telefono di Nuberus squillò, interrompendo quel momento senza tempo. Prima che potessimo iniziare qualsiasi conversazione, ci disse che doveva uscire un attimo a recuperare una persona e, dopo pochi minuti, lo vedemmo rientrare in compagnia di una donna.

Mi sono sempre chiesta se la vita provi piacere ad essere canaglia! Proprio quando sembra che tutto vada finalmente bene, e che stia tornando il sereno, arriva il temporale e stravolge tutti i tuoi piani. Sembra quasi che ci sia la volontà di urlarti contro: «Bene, sei felice? Ora ti faccio soffrire!»

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