Storia · capitolo 31

Futuro anteriore

La Grande Casa di Samy

Futuro anteriore

Gli anni trascorsero e anche quel tempo divenne passato: come spesso succede, i ricordi iniziarono a sbiadire e con essi i sentimenti e i dolori che si portano dietro.

Quando incontrai il mio futuro marito avevo ventidue anni e lavoravo in una ditta di pulizie. Ci sposammo quasi subito e dopo un paio d’anni avevamo già il primo figlio. Ripresi gli studi con le scuole serali e riuscii anche a laurearmi. Cambiai ancora diversi lavori fino a trovare la mia strada nel sociale, nelle comunità educative. Nel frattempo, imparavo a fare la mamma: come genitori, ci si sente in obbligo di fare il massimo per i propri figli, cercando sempre di non sbagliare e di non ripetere gli stessi errori dei propri genitori. Io ci provavo: con tutte le mie forze volevo che i miei figli vivessero un’infanzia molto lontana da quella che avevo vissuto io, ma non era facile. Non avevo la minima idea di cosa volesse dire essere una madre e non avevo nessuno a fianco che avesse l’esperienza per guidarmi. Inoltre, mi portavo dentro quella barriera di freddezza e sfiducia verso tutto e tutti, che faticavo a sfilarmi perché ancora mi calzava come una seconda pelle. Questo mi impediva di lasciarmi andare agli abbracci e alle carezze di cui si nutre il rapporto madre-figlio, soprattutto nei primi anni, e di costruire la complicità necessaria per consolidare il rapporto con mio marito.

Vivevo la mia famiglia senza aprirmi completamente, senza mostrare i miei sentimenti più profondi, sia nel bene che nel male. Mostrare la mia nudità interiore implicava esporre il mio passato e mostrare le mie cicatrici mi faceva sentire fragile agli occhi del mondo. E io non volevo. Ero consapevole che avrei dovuto fare dei cambiamenti, ma proprio non ci riuscivo; sapevo che col tempo la mia famiglia avrebbe scoperto la verità, perché prima o poi il tempo riporta a galla il passato, e speravo che avrebbe capito.

Una mattina di ottobre di diciassette anni dopo, come spesso facevo mentre i ragazzi erano a scuola, aprii Facebook per condividere la mia giornata e i miei hobby e trovai una nuova richiesta di amicizia. Era di Nuberus. Fu come ricevere una pugnalata al cuore, così lenta da farti sentire tutto il dolore che avanza. All’inizio esitai. Poi, spinta dalla curiosità di sapere se avesse notizie degli altri, la aprii. Mi aveva cercata, sapeva il mio vero nome e quindi poteva sapere anche quello degli altri. Erano passati tanti anni e il solo leggere il suo nome mi aveva fatto battere il cuore a mille. Mi chiedevo come avrei reagito se avessi avuto la possibilità di riparlare con loro. Chissà come stavano e come erano diventati. Eravamo in un mondo diverso ora, o almeno così era per me. Così ci scambiammo qualche messaggio, giusto per verificare che fossimo veramente noi, e poi mi mandò il numero di cellulare con la richiesta di chiamarlo al più presto. Non ci furono molti convenevoli, lo scopo della chiamata era di comunicarmi che Nergal aveva chiesto di poterci vedere. Era il suo ultimo desiderio: stava morendo, gli avevano trovato un adenocarcinoma al pancreas.

Acconsentii alla richiesta ma, nei giorni seguenti, vissi momenti altalenanti. Ero felice all’idea di rivedere sia lui sia gli altri ma ancora non sapevo esattamente chi si sarebbe presentato. Nuberus, infatti, non mi aveva dato delle certezze, perché tutti si erano presi del tempo per decidere. A tratti subentrava anche la paura di trovarmi davanti a delle persone che non avevano avuto la forza di rialzarsi. E poi c’era Nergal che stava morendo: come avrei reagito davanti a lui? E perché voleva vederci? In fondo lo avevamo tradito e deluso. E se...

Nella mia testa c’era un vortice di domande senza risposta.

 

 

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