Storia · capitolo 30

Dio

La Grande Casa di Samy


Durante il mio percorso di risalita feci pace anche con Dio. Lo lasciai per ultimo, nonostante il ricordo di mia nonna e il mio passato fossero intrisi della sua presenza, perché rappresentava la parte più dolorosa e più difficile da toccare: la mia anima. Non cercai io la via per riavvicinarmi – non ne sarei stata capace – ma la vita trovò comunque il modo. Perché questo fa la vita: ti mette sempre davanti i conti da pagare e il mio oste si chiamava don Marco.

Lo incontrai la prima volta al funerale di una mia collega di lavoro, morta dopo una lunga malattia. Sapevo già dalla morte di mio nonno che per me, entrare in chiesa o mettere piede in un cimitero, avrebbe significato andare in panico e quindi avevo cercato le scuse più assurde per evitare di andare alla cerimonia. Non ci riuscii. Le colleghe e il datore di lavoro mi misero alle strette e così mi sentii obbligata ad andare. Come previsto, mi bloccai sul portone della chiesa e così restai dietro a tutti. Era destino.

Marco – all’epoca lo chiamavo solo così – mi vide e mi si avvicinò, pensando che mi sentissi male. Non volevo essere maleducata e in terapia avevo imparato a essere onesta, con me stessa e con gli altri, quindi gli dissi la verità: stavo bene ma non potevo entrare, Dio non mi avrebbe voluto là dentro. Allora si sedette vicino a me e restò lì per tutto il tempo della cerimonia. Guardavo quell’uomo dalla corporatura gracile, che sembrava doversi spezzare al minimo colpo di vento: era una giornata grigia e umida, eppure indossava solamente dei sandali senza calze. Doveva avere all’incirca cinquant’anni, era brizzolato e aveva delle vistose rughe intorno agli occhi. Il suo sguardo trasmetteva sicurezza e bontà. Quella giornata, così triste e dolorosa, mi fece un grande regalo.

Nei mesi successivi, don Marco divenne la mia guida spirituale. In un angolo della sacrestia, gli raccontai tutto quello che era successo; gli parlai di Nergal, di Aradia e degli altri ragazzi, degli animali e dei cimiteri, dei riti e di ciò che avevo fatto. Lui ebbe la forza per ascoltarmi e la fede per comprendere il male e il dolore, senza mai giudicare, senza mai ripudiarmi, senza mai obbligarmi a denunciare. Lui, così esile, ebbe la tenacia di un gigante e mi aiutò a superare i miei blocchi; io, così oppressa dal peso della vergogna, trovai il coraggio di chiedere perdono. Ritrovai, grazie a lui, la fede verso quel Dio che avevo sentito nemico e che pensavo mi avesse girato le spalle e non mi volesse. Perché ora quel Dio, nelle vesti di don Marco, mi ascoltava. Gli parlai di me, del mio dolore, degli abusi; della mia incapacità di difendere i più deboli e di come non avevo avuto la forza di impedire ciò che avvenne. E infine Dio mi accettò, nella mia imperfezione, nella mia debolezza, nella consapevolezza dei miei limiti.

Marco venne anche a visitare ciò che restava della tomba dei miei nonni e restammo amici per molti anni. Quelle poche volte che riuscivo ad andare a messa, mi aspettava fuori dalla chiesa per assicurarsi che io trovassi la forza di entrare. Poi s’inginocchiava accanto a me e insieme recitavamo il “Padre nostro”. Noi due, in fondo alla chiesa.

Un giorno partì: la sua vocazione lo portò lontano. Per lungo tempo ci sentimmo e ogni anno, il 21 marzo, mi chiamava per recitare insieme una preghiera in ricordo del “ponte mancato”. In una delle sue ultime telefonate, mi ringraziò per avergli fatto comprendere che la chiesa aveva ancora la possibilità di aiutare i giovani come me; in seguito, infatti, portò avanti dei progetti per i ragazzi di periferia e per le carceri minorili. Nel tempo ci perdemmo, ma il suo dono più importante rimase con me: la forza di credere in Dio e nel suo perdono.

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