Storia · capitolo 3

La famiglia

La Grande Casa di Samy


Mia sorella nacque a gennaio, pochi giorni prima del mio decimo compleanno. Ero felicissima, in quel piccolo fagottino vedevo l’innocenza e le speranze “di chi ancora non ha conosciuto il mondo e le sue crudeltà” – come avrei scritto nel tema dell’esame di quinta elementare. Quando la vidi, mi innamorai subito di lei. Dopo la sua nascita, mia madre invece cominciò a manifestare aggressività e instabilità, non so se per qualche problema dovuto al post-partum o alla delusione verso il nuovo compagno o a entrambe le cose.

Mia madre lasciò il lavoro per prendersi cura della bambina e il suo compagno continuò a venire a farle visita tutti i giorni, senza però supportarla economicamente. La situazione in casa peggiorò notevolmente e anche le discussioni aumentarono. Tutto questo aggravò lo stato mentale di mio fratello, già compromesso da una disabilità cognitiva dalla nascita che lo rendeva fragile e indifeso nonostante i suoi quindici anni. Durante i momenti di maggiore tensione, mio fratello iniziò ad avere atteggiamenti violenti sia verso di noi familiari sia verso gli oggetti. Molte volte fummo costretti a richiedere l’intervento della guardia medica e sottoporlo a dei ricoveri in psichiatria e mia madre, a ogni intervento e davanti alle richieste di spiegazione dei medici, nascondeva le reali motivazioni dei suoi crolli. Mio fratello fu così dichiarato schizofrenico e sottoposto a terapia farmacologica.

La situazione in casa non migliorava e ad ogni lite l’asticella di violenza si alzava. Mio nonno era quello maggiormente preso di mira: spesso e volentieri veniva spintonato dal compagno di mia madre che, sempre più dedito all’alcool, arrivava a casa ogni giorno già ubriaco. Mio fratello diventò l’obiettivo numero due: veniva deriso e umiliato per il suo handicap e per suoi tic nervosi e veniva fatto portare via ogni volta che reagiva. Allora iniziai a rendermi invisibile: scappavo nella camera della nonna e mi sedevo a terra in un angolo tra il lettone e la cassettiera. Lì, rannicchiata e in silenzio, sentivo l’odore di legno vecchio dei mobili della nonna, chiudevo gli occhi e respiravo lentamente. Ripetevo a me stessa che dovevo farmi piccola piccola, in modo che nessuno potesse vedermi, incrociavo le braccia intorno alle ginocchia chinando il capo su di esse, conficcandomi le unghie nella carne delle braccia fino a farle sanguinare.

A settembre iniziai la scuola media, con l’obiettivo di lasciarmi alle spalle i pessimi anni della scuola elementare e mettere le basi per quello che volevo fare da grande. Avevo maturato il desiderio di diventare una veterinaria o un’infermiera e, fino a quel periodo, ero sempre stata una bambina socievole ma non invadente. Con il peggiorare della situazione in casa, iniziai a diventare sempre più chiusa e isolata: non sopportavo la compagnia dei coetanei e vivevo le mie ora di scuola in perfetta solitudine. Il mio isolamento era una scelta e alimentava un sentimento che fino ad allora non mi era appartenuto: la rabbia. Il silenzio iniziò a far parte del mio vivere quotidiano ed io mi sentivo come un cane rabbioso pronto ad attaccare.

La prima a subirne le conseguenze fu una mia compagna di classe: dal momento che era stata bocciata, iniziò a bullizzare i compagni più piccoli, dimostrando maggior interesse verso le femmine. Dopo i primi giorni, vedendo me sempre isolata, maturò nella sua testa la convinzione che io fossi la sua vittima ideale. Un giorno, si sedette a fianco a me nel banco e, durante la lezione di arte, iniziò a chiedermi in prestito le matite colorate. Ogni volta che gliene passavo una, lei rompeva in modo volontario la punta mettendosi a ridere finché, alla terza matita rotta, mi alzai di scatto e, prendendola per i capelli, le sbattei la testa sul banco. In classe scoppiò il panico: la professoressa iniziò ad urlare e alcune compagne a piangere. Io, invece, restai nella calma più totale e mi rimisi seduta a colorare nel delirio generale. Questo gesto mi costò il soprannome di sociopatica e una passeggiata dal preside. Mi piacerebbe poter dire che fu un caso isolato, ma ne seguirono diversi altri, fino a quando tutti compagni della mia classe e della scuola ebbero timore anche a guardarmi e cominciarono a evitarmi. Avevo raggiunto così il mio scopo: ero finalmente diventata invisibile.

A tredici anni sperimentai per la prima volta la paura, quella vera. Tutto iniziò durante una delle solite serate di litigi: la situazione sembrava essersi calmata, io mi cambiai per andare a dormire ma mia madre era ancora nervosa e ci accusava del fatto che non aveva potuto rifarsi una vita con il suo compagno per colpa nostra. Mi misi a letto facendo finta di non sentirla e chiusi gli occhi. Non so dire che ore fossero, sicuramente era notte fonda, quando mi svegliai sentendo un dolore fortissimo al braccio. Lei era lì accanto a me: con una mano stringeva il mio braccio sinistro mentre nell’altra aveva una sigaretta accesa. Ci misi qualche minuto a capire quello che stava accadendo: quella sigaretta era schiacciata sul mio braccio e l’odore che sentivo era della mia carne che bruciava. Quella donna, mia madre, mi fissava e mi diceva che lei era il “male”, era la “figlia del diavolo” e che, da quel momento in avanti, avrebbe mostrato a tutti il suo odio.

Quella fu solo una delle mie tante notti insonni: a turno, sia io sia mia sorella, ci alternavamo per controllare la più piccola, per paura che nostra madre le facesse del male. Quante lacrime versate sul cuscino del mio letto, quel cuscino di piume che adoravo. Arrivai a dormire sotto la coperta anche durante l’estate, convinta che quello spessore mi avrebbe protetto, ma ovviamente non era così. Dopo quella notte, le cose peggiorarono ancora di più: mia madre ci vietò di lavarci se non una volta alla settimana, la casa divenne sporca e nessuno poteva pulirla, altrimenti erano urla, botte e punizioni notturne. Iniziò anche a portare in casa ogni gatto che trovava in giro. I pavimenti di graniglia, su cui da bambina posizionavo i bottoni creando una scacchiera gigante, divennero una lettiera per gatti e le mie tanto adorate macchie rosse, bianche e marroni in pochi mesi divennero un lontano ricordo.

In quel periodo mio fratello venne inserito in un centro diurno. Quando lo seppi mi sentii sollevata, speravo che così qualcuno si sarebbe preso cura di lui e, prima o poi, si sarebbe accorto anche di me e delle mie sorelle. Forse quel principe azzurro delle fiabe di cui una volta avevo letto sarebbe arrivato, forse ci avrebbe salvato. Si presentarono in tanti in quel periodo: un educatore che veniva a prendere mio fratello per portarlo al centro diurno, uno psichiatra che lo aveva in cura, persino un’assistente sociale che avrebbe dovuto supervisionare la nostra famiglia. Tutti vedevano, ma nessuno fece mai nulla. Non si poteva non vedere lo sporco in casa, i lividi sul volto dei nonni, i vestiti rotti e sporchi indossati da noi ragazzi, eppure nessuno fece nulla. Avevano paura di lei, delle sue minacce, della sua rabbia e delle oscenità che urlava a noi e a loro. Quella paura portò tutti quanti a girarsi dall’altra parte, a non vedere o a far finta di non vedere. A tredici anni smisi di dormire serena e compresi che gli adulti intorno a me erano il nemico, che io ero sola in un mondo che non voleva vedermi.

Mi aggrappai così all’unica possibilità che mi avrebbe portato via da quella casa: finire le medie, andare alle superiori per prendere il diploma e poi trovare un lavoro. Quando fu il momento, indicai a mia madre la scuola che avevo scelto e lei non obiettò nulla. Tutto sembrava perfetto, quindi tirai diritto e smisi di creare problemi a scuola. Non volevo ostacoli: dovevo uscire da lì senza intoppi, con una buona pagella e un buon voto in condotta. Solo così potevo avere un futuro.

Quando seppi di aver superato l’esame, arrivai casa per dare l’annuncio e trovai mia madre che mi aspettava seduta al tavolo. Con tanto di ghigno, mi annunciò che dal giorno seguente avrei iniziato a lavorare: non ero degna di studiare perché ero una capra, un’incapace che nella vita non avrebbe mai concluso nulla.

 

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