Nuovi amici
Col tempo feci pace anche con gli animali. Imparai a voler bene a quelle montagne di pelo, iniziai ad amare e accudire anche quei gatti randagi, malati e sporchi, che mia madre continuava a portare a casa come fosse un’ossessione. Li lavavo, li spulciavo, li sfamavo e gli davo dei nomi buffi, da gatto: Sirio, Lord Byron, Puffetta... Per un periodo erano addirittura una dozzina! Riuscivo anche a sorridere delle loro marachelle da piccole canaglie, come rovesciare i soprammobili o farsi le unghie sui miei maglioni. Imparai ad accettare le loro richieste di attenzione, fatte di fusa, strofinamenti e di notti scomode con loro tra le lenzuola.
Per i cani ci volle più tempo. Avevo impressa nella mente l’immagine dei tanti occhietti che chiedevano pietà, dei tagli che avevano reciso le loro gole e delle pugnalate che avevano martoriato i loro corpi. Ricordavo i momenti della caccia e il piacere che avevo provato a stanarli, a metterli all’angolo, vederli cedere, e vedere in quegli occhi la luce che si spegneva. Pian piano, però, l’impulso sadico iniziò a lasciare spazio al rimorso e al desiderio di rimediare e io cominciai a provare empatia verso quegli esseri viventi, così diversi da noi umani, e a riconoscergli il mio stesso diritto alla sopravvivenza. In quegli occhi, ora sapevo leggere il dolore e l’amore, la gratitudine per una carezza e la capacità di comprendere l’animo umano. Davanti alla loro fedeltà e a quell’amore incondizionato che solo un cane sa dare, mi sentivo piccola e provavo ammirazione, perché non mi ritenevo ugualmente capace di quei sentimenti. Alla fine cedetti e mi innamorai di una grossa palla di pelo, un meticcio con cui ho vissuto lunghi momenti di silenzio e grandi emozioni, di cui ho bellissimi ricordi.
Quello che non mi ha mai abbandonato negli anni è stata la difficoltà di mangiare certe carni. Ancora oggi non riesco a mangiare l’agnello e il pollo, soprattutto se non sono disossati: quando sono in vendita, sono spesso esposti interi e nelle loro carcasse rivedo gli animali che sacrificavamo. La loro morte è giustificata dalle richieste del mercato, anche se, a pensarci razionalmente, il modo in cui li uccidevamo noi non è molto diverso da quello degli allevatori. Eppure, in particolare il pollo, ancora mi blocca. Credo che sia perché quel povero pennuto è incapace di comunicare il dolore. A differenza degli altri suoi sfortunati compagni di sacrificio, lui non era in grado di comprendere il pericolo imminente e nemmeno di implorare pietà. Quegli occhi non esprimevano sofferenza né paura, era la vittima più indifesa, quella che muore senza saperlo. Era anche molto economica e facile da trovare, quindi ce ne servivamo molto spesso. Gli agnelli sacrificati, invece, non furono molti: erano molto difficili da reperire e, soprattutto, da mantenere in vita fino al sabba. Inoltre, il primo che venne ucciso provocò un tale scompiglio da farci riflettere e desistere per tanto tempo.
Kore aveva abortito da poco ed era ancora visibilmente fragile, sia fisicamente che emotivamente, e piangeva molto facilmente. Il maestro, sempre devoto a ogni ricorrenza e rigido sulle scadenze, decise di celebrare quel sabba comunque e scelse proprio un agnello per quella celebrazione. Quando iniziò il sacrificio, il povero agnello, che giaceva a terra legato, cominciò il suo lamento e tutti ci accorgemmo di quanto quel verso fosse simile al pianto di un bambino. Per Kore fu devastante. Nergal, vedendo il crollo della ragazza, affondò la lama nel cuore dell’animale per cessarne l’agonia. Ma ormai il danno era fatto e Kore giaceva in terra, tremante e in lacrime, e ci vollero settimane prima che si riprendesse. All’epoca era ancora il maestro che si occupava del taglio dell’animale e questo fu un sollievo per noi, che ci sentimmo meno in colpa verso la povera bestia e di fronte al pianto della ragazza. L’uso dell’agnello ricomparve molti mesi dopo, ma si confermò non adatto alla nostra sensibilità. Col tempo, nella mia mente, ogni agnello divenne una piccola Kore e mi fu impossibile mangiarne per lungo tempo.
Ci sono state molte notti insonni nella mia vita e altre in cui mi svegliavo sudata e con l’immagine di Nergal con in bocca il cuore di qualche animale, notti in cui mi sembrava ancora di sentire il sapore del sangue in gola. Nei momenti di maggiore difficoltà, quegli incubi erano più frequenti e sembrava che quel sangue mi parlasse, che quasi volesse dirmi: «torna qui che si sistema tutto...» Ma io stringevo i denti e combattevo le mie battaglie, e più quei ricordi affioravano e le difficoltà aumentavano, più io accarezzavo le mie “palle di pelo” e resistevo.
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