Storia · capitolo 26

La pistola

La Grande Casa di Samy

La pistola

La mattina dopo era domenica, e noi cercammo di seguire la nostra solita routine per non dare sospetti. Facemmo le nostre cose come se fosse tutto normale.

Erano all’incirca le nove quando sentimmo il telefono suonare. In casa ce n’era uno nello studio e solo il maestro poteva usarlo. Lo sentimmo parlare in inglese con toni alti e concitati, quindi nessuno capì l’argomento della conversazione. La telefonata durò più di un’ora. I toni si mantennero a lungo molto accesi, poi sentimmo diversi colpi, come tonfi di oggetti lanciati e poi caduti, e poi, all’improvviso, il silenzio. Il maestro restò chiuso in quella stanza fino all’ora di pranzo. Lamashtu andò a chiamarlo per mangiare, limitandosi a bussare alla porta e dirgli che era pronto. Quando Nergal arrivò in cucina era scuro in volto, ci guardò ad uno ad uno e, col tono di chi non ammette repliche, ci comunicò che dovevamo restare lì a dormire e preparaci per un sabba.

Quest’ordine innescò una reazione a catena. Marbas fu il primo a reagire, lanciando il piatto per terra e urlandogli contro che non era mai stato detto che i sabba si potessero fare di domenica. Il maestro, forse innervosito dalla telefonata e quindi poco lucido, tuonò: «Comando io, quindi decido io!» Se fino a quel momento si sarebbe ancora potuto evitare il peggio, quelle parole alimentarono la fiamma della miccia, che proseguì la sua corsa e raggiunse Lamashtu. Lui esplose proprio come una bomba: non perse tempo, gli andò contro e iniziò ad inveire: «Tu non comandi un cazzo di nessuno! Io stasera torno a casa mia e non mi rompi i coglioni.» Kore e Behemoth cercarono di calmarlo ma a quel punto era evidente che non vi era margine di recupero. Nergal estrasse la pistola e la punto contro di lui. Lamashtu non si fece impaurire: estrasse anche lui la pistola e, guardandolo negli occhi con aria di sfida, disse: «Dimmi perché stasera dovrei fermarmi qui.»

Conoscevamo già la risposta, dovevamo superare l’ultimo test, ma quello che premeva a Lamashtu e Marbas era scoprire i dettagli della cerimonia, sperando che quegli appunti non venissero confermati. Il maestro chiese ad Arimon di andare a prendere dal laboratorio la sacca di sangue con la lettera B. Il ragazzo tornò pallido e, con le mani tremanti, la posò sul tavolo e ci fece cenno di avvicinarci. Il maestro attese che tutti avessimo letto l’etichetta e poi ci disse: «Stasera dovrete bere il suo sangue.» Fu un colpo. Per anni avevamo tentato di dimenticarci di lei, ed ora era lì davanti a noi per farci superare l’ultimo paletto che ci separava dal mondo dei vivi. Il sangue di Nahenia, estratto il giorno della nostra prima iniziazione, ora avrebbe dovuto condurci nel viaggio senza ritorno.

I due uomini continuavano a puntare la pistola l’uno contro l’altro. Come una vera prova di forza, nessuno dei due voleva cedere. Allora Marbas estrasse la sua pistola e la puntò anche lui contro il maestro che, per tutta risposta, ripeté ancora più forte che quella sera avremmo dovuto bere quel sangue a turno. A quel punto mancavamo solo noi. Ci schierammo dietro ai due ragazzi e, uno ad uno, gli dicemmo che ci saremmo rifiutati di farlo. La scelta era fatta e non saremmo più tornati indietro. «Siete dei codardi traditori!» – ci urlò – «E tu, Lamashtu, cosa pensi di fare ora? Come pensi di uscire vivo da questa stanza?» Fu Marbas a rispondere: «No, Nergal, non sarà lui a vedersela con te. Lui uscirà vivo da questa stanza, così come usciranno vivi tutti loro. Saremo io e te a chiudere i conti.» Nergal sorrise beffardo e rispose alla provocazione di Marbas: «No, non ce la vedremo io e te. E nemmeno lui ed io. Mi spiace per voi ma non credo che siate nella posizione di dettare regole.»

In quell’attimo realizzai che la sua mano non tremava minimamente, nonostante fossero minuti che reggeva l’arma con il braccio teso, a differenza di Marbas e Lamashtu che invece si aiutavano con l’altro braccio. «Prima di continuare – disse Nergal – dovreste almeno controllare di avere le pistole cariche.» Marbas verificò subito l’arma: era scarica! Divenne evidente che uno di noi aveva tradito il gruppo. «Non avete ancora imparato che essere amici non vuol dire avere sempre la stessa opinione e agire sempre allo stesso modo, ma può anche voler dire avere opinioni diverse e personalità diverse.» Lamashtu abbassò quindi il braccio e si mise con il petto puntato contro la canna della pistola del maestro e restando fermo ribadì la sua posizione: «Non berrò mai e poi mai quel sangue!» Anche Marbas fece altrettanto e restammo tutti fermi sulla nostra posizione.

In tutti quegli anni, il maestro non era riuscito a comprendere che, nonostante gli avessimo riconosciuto un ruolo, noi eravamo un gruppo e lui non ne faceva parte. Noi, con le nostre disgrazie, le nostre sofferenze, i nostri momenti no, ci riconoscevamo gli uni negli altri; lui ci aveva sfamato, sostenuto e aiutato, ma non era come noi e non aveva condiviso niente della sua vita con noi. Era sempre stato sul suo piedistallo e da lì ci aveva guidato, nel bene e nel male. Nessuno di noi era un eroe e forse mai lo sarebbe diventato. Quello che avevamo davanti però era il sangue di Nahenia. Forse, se in quella sacca ci fosse stato il sangue di uno sconosciuto, la paura ci avrebbe fatto cedere. Forse... Ma quel sangue era diverso, era sangue “nostro”. Alla fine dei conti non avevamo nulla da perdere, conoscevamo bene la morte e ognuno di noi l’aveva già abbracciata almeno una volta nella vita.

A quel punto Nergal abbassò la pistola, tolse il proiettile e rimise la sicura. Ci stava bandendo, anche se questo suo gesto gli sarebbe costato caro. Eravamo liberi.

 

 

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