Storia · capitolo 25

Il piano

La Grande Casa di Samy


Passarono diversi mesi e Lamashtu, che aveva mantenuto un basso profilo per tutto quel tempo, tornò a essere il ragazzo polemico e insofferente di sempre. Alimentato dal suo malessere, trovò il coraggio di riaffrontare il discorso lasciato in sospeso sul viale della casa tempo prima: voleva sapere da me quello che avevo scoperto sul maestro e sulla sua setta.

Era notte fonda quando sentii qualcuno infilarsi sotto le lenzuola. Era Lamashtu. Per un attimo fui tentata di chiedergli come avesse fatto a entrare nella stanza (visto che era chiusa a chiave), poi mi ricordai di chi era figlio e lasciai perdere. “La mela non cade mai troppo lontano dall’albero” – diceva mia nonna. Gli feci presente che ero mezza nuda e che se Nergal ci avesse scoperto in quella stanza, nel cuore della notte, sicuramente sarebbero arrivati alle mani. Ma Lamashtu, emblema della provocazione, si limitò a rispondere: «Se ti senti in imbarazzo mi spoglio anch’io, basta che ti muovi a dirmi quello che sai. Anzi, spostati un po’ che sono scomodo e ho freddo!» A quel punto, si svegliò anche Kore e si infilò anche lei nel mio letto.

Cominciai a raccontare quello che avevo scoperto quando, nel periodo della malattia della nonna, il maestro mi aveva affidato alcune mansioni di Nuberus e avevo avuto accesso al suo ufficio. In quella stanza avevo trovato libri e quaderni che avevano colpito la mia attenzione e che avevo sfogliato di nascosto. In particolare, c’era un quaderno di appunti su cui avevo trovato la lista dei passaggi e delle relative prove che gli adepti devono superare per terminare la formazione. Glieli elencai e insieme riconoscemmo che eravamo arrivati all’ultimo passaggio. Dunque, quell’elenco era attendibile e la prova che mancava alla conclusione della nostra formazione era bere sangue umano invece di quello animale durante i sabba.

Entrambi la presero molto male e Kore scoppiò a piangere. Parlammo a lungo, eravamo consapevoli che dovevamo fermarci. Non sapevamo esattamente come si svolgesse la prova a base di sangue umano ma, in qualunque modo, era fuori discussione. Continuare in quella direzione era inaccettabile. Il problema ora era informare gli altri e trovare il modo di uscire tutti dalla casa. Quella notte, una volta tornato nella sua camera, Lamashtu raccontò ai ragazzi quello che ci eravamo detti e, entro la mattina successiva, aveva già escogitato un piano.

La sua idea consisteva nell’affrontare il maestro apertamente, cercando di rimanere compatti e fermi nella decisione di abbandonare la setta, per non dargli modo di farci cambiare idea. L’obiettivo era che nessuno si facesse del male ma, se non fosse stato possibile, Lamashtu e Marbas – che avevano una pistola a testa – sarebbero stati pronti a difenderci. Nell’ipotesi peggiore, si sarebbero occupati di Nergal e del suo corpo, mentre Arimon e Behemoth avrebbero dovuto ripulire ogni traccia di sangue. A quel punto, sarebbe scattata l’operazione di ripulitura della casa da ogni prova di quello che era successo in quegli anni: Kore ed io ci saremmo occupate della biblioteca – per cercare ogni possibile documento che potesse ricondurre ai nostri nomi – e delle stanze – per raccogliere ogni indumento e oggetto di nostra appartenenza – e avremmo portato tutto nelle auto; i ragazzi, una volta finito con Nergal, avrebbero dovuto far sparire sia gli animali che le erbe e i preparati del laboratorio.

Quando lo raccontò a noi ragazze, gli chiesi se avesse calcolato anche le possibili ritorsioni da parte di chi era più in alto del maestro, ma lui mi rassicurò: una volta che fossimo riusciti a farlo sparire, non si sarebbero più fatti vivi. A suo dire, sarebbe stato troppo rischioso per loro e comunque, nel caso si fossero fatti avanti, avrebbe chiesto aiuto agli amici del nonno. Una garanzia, insomma! Allora gli chiesi se avesse valutato anche l’ipotesi che qualcosa sarebbe potuto andare storto, o che Nergal avrebbe potuto scoprirci. «In quel caso non avremo scampo – rispose – potremo solo decidere se lasciare che sia Nergal ad eliminarci o farlo da soli. Le pistole sono cariche, io ho sei colpi e Marbas quattro.» Lo ascoltavo allibita: aveva pianificato ogni cosa. «Lamashtu, ho un’ultima domanda: te la sentiresti veramente di uccidere Nergal?»

Sapevamo tutti che tra i due non c’era mai stata una grande intesa, ma da questo a uccidere ce ne passa. In fondo, Nergal non ci aveva mai obbligato a fare nulla, così come non ci aveva mai fatto nulla di male. Anzi, nonostante ci avesse indotto a concepire noi stessi come la reincarnazione dei demoni di cui portavamo il nome, tutti sapevamo che era una emerita idiozia, che noi eravamo semplici umani. Degli sfigati, per descriverci con le parole che aveva usato Marbas, il nostro saggio. In quegli anni, nella grande casa avevamo pregato ed evocato spiriti e demoni, richiedendo favori e poteri, ma eravamo rimasti degli sfigati e lo sapevamo. D’altro canto, era innegabile che sotto certi aspetti la nostra vita era veramente migliorata. Il maestro si era preso cura delle nostre ferite, fisicamente ed emotivamente, e ci aveva salvato la vita più di una volta. E questo, sopra ogni cosa, nessuno di noi voleva negarlo.

«Spero davvero di non doverlo fare, altrimenti significherebbe che sono diventato come mio padre e mio nonno.» Con il senno di poi, non era un piano geniale ma, a quei tempi, lo trovai accettabile e vi aderii. Rimaneva ora da decidere quando avremmo agito. Fosse stato per me, sarebbe stato il più tardi possibile, mentre a Lamashtu bastava solo controllare qualche dettaglio e poi sarebbe stato pronto; Kore non faceva domande, le bastava seguirci, mentre Marbas voleva la certezza di non finire in galera; Behemoth e Arimon... beh, loro volevano solamente fuggire.

Ma il tempo corre bastardo e prima o poi ti frega. Il tempo, quella mattina, corse veloce e ci scivolò dalle mani. E come lui, noi corremmo veloci incontro al nostro destino.

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