Il rito del sesso
Quella sera non scesi a cenare con gli altri, violando una regola molto rigida. Temevo che questo avrebbe causato altra tensione ma, dal momento che nessuno si fece vivo, mi convinsi che per tutti era stato meglio così e mi addormentai più tranquilla. Kore, invece, scelse di dormire sul divano, temendo forse altri scontri.
Durante la giornata successiva, Nergal mi passò accanto più volte senza mai rivolgermi la parola. Pian piano, nelle settimane che seguirono, ritornammo ad una situazione di tranquillità. Riprendemmo tutti la solita routine: lui tornò a essere il nostro maestro e noi i suoi discepoli. Ormai avevamo terminato la nostra preparazione e quindi alternavamo momenti di studio a momenti di svago tra di noi. Ci divertivamo con la tavola ouija, organizzavamo i riti per gli elementi della terra, e periodicamente anche i sabba. In quelle occasioni, era di prassi l’utilizzo della caccia e del sacrificio dell’animale, e il sesso veniva sempre più spesso praticato in gruppo invece che a coppie. Il sangue era ormai indispensabile per alimentare il desiderio, ma, se per noi ragazzi era la carica che si aggiungeva alla passione tipica della nostra giovane età, per Nergal era una vera miccia.
Ogni volta che i nostri corpi si coprivano di sangue, in lui si scatenava non solo un desiderio irrefrenabile di sesso, che lo portava ad avere più di un rapporto, ma anche di cibo. Era sempre alla spasmodica ricerca degli organi degli animali appena sacrificati, ancora caldi e ricchi di sangue fresco. Non aveva nessun bisogno dell’effetto allucinatorio delle erbe per liberarsi dai freni inibitori, perché, secondo la sua religione, l’energia sviluppata dall’orgasmo (sia femminile che maschile) ricongiungeva l’essere umano con il male. L’ultimo battito vitale dell’animale morente e il fluire del suo sangue ne erano il veicolo.
La maggior parte delle volte, eravamo proprio noi ragazzi a chiedere a Nergal di unirsi ai sabba e quelli che premevano di più in tal senso erano Arimon e Behemoth. Credo che questo dipendesse dalla loro omosessualità: facevano ancora fatica a gestirla – eravamo negli anni ’80 – mentre il maestro non aveva pregiudizi di nessun genere e si prestava a ogni esperienza. In questo modo, anche loro due, al pari nostro, si sentivano liberi di sperimentare le più svariate modalità di piacere. Soltanto per me c’erano regole differenti: appartenevo al maestro e dunque potevo partecipare solo quando partecipava anche lui e avere rapporti solo con lui.
Furono notti di follia. In quel periodo trovammo tutti una perfetta sintonia e intesa. Eppure, più ci stringevamo gli uni agli altri, più i rapporti personali con l’esterno si deterioravano e risultavano insoddisfacenti. Kore si lasciò con il suo fidanzato e io, ogni volta che incontravo un ragazzo nuovo, non riuscivo a evitare confronti e facevo fatica ad aprirmi sia emotivamente che fisicamente e per giunta, senza la spinta del sangue, non riuscivo a raggiungere il piacere. Quando condividevamo questo aspetto della nostra vita con il maestro, la sua risposta era sempre la stessa: noi eravamo diversi e non facevamo sesso, ma usavamo il potere del piacere per raggiungere uno scopo superiore. Gli umani, troppo deboli e imperfetti, non avrebbero mai potuto soddisfarci.
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