Storia · capitolo 22

Il viale

La Grande Casa di Samy


Mi risvegliai al mattino nel mio letto e non mi posi il problema di chi mi avesse riportato nella stanza. Nella penombra vidi Kore che era nel suo letto e mi avvicinai per verificare se stesse bene. Appena la toccai per farla svegliare, aprì gli occhi, scattò in piedi e iniziò a parlare a raffica della notte appena passata. Era entusiasta, non faceva che ripetere di quanto fosse stata una serata pazzesca e di come si sentiva stupida ad aver sottovalutato Lamashtu: a quanto pare, il ragazzo se la cavava divinamente! Io l’ascoltavo senza commentare e, mentre lei continuava il suo racconto spingendosi sempre più nei dettagli e schizzando da una parte all’altra della stanza senza sosta, mi chiedevo come mai non accennasse alla tragedia sfiorata con Marbas. La mia preoccupazione personale restava comunque il disagio che avrei provato davanti agli altri.

Scendemmo insieme in cucina, dove trovammo Nergal e Arimon che ci salutarono e ci porsero le tazze della colazione senza fare nessun accenno alla serata precedente. Apprezzai quel gesto. Nel pomeriggio organizzammo il festeggiamento che a questo punto coinvolgeva tutto il gruppo, visto come era andata a finire. Marbas e Kore si lanciarono in balli e karaoke come se niente fosse successo, evidentemente, nessuno dei due si ricordava dei primi momenti del sabba e del pugnale. Io invece rimasi in disparte senza troppo entusiasmo e notai che anche Lamashtu era rimasto seduto in cucina a fissare la tazza del caffè. Questo mi sorprese perché, la sera precedente, era stato lui stesso a sfidare il maestro e ad uscirne, tutto sommato, vincente. Possibile che ora fosse così disinteressato all’idea di prendersi questo momento di gloria?

Quando la domenica sera rientrai a casa, scoprii che il nonno era peggiorato ed era stato ricoverato: la sua situazione medica e cognitiva era precipitata notevolmente, ormai gli restava poco tempo da vivere e io volevo trascorrerlo insieme a lui. All’incontro di metà settimana, quindi, comunicai al maestro che avrei preso del tempo per stare con il nonno. La mia era un’affermazione più che una richiesta e Nergal non la prese bene: volarono fogli e oggetti dalla scrivania, seguiti da commenti sul mio poco senso del dovere, sulla mia scarsa capacità di giudizio e la mia poca riconoscenza. Lo ignorai, sapevo com’era fatto e, soprattutto, sapevo che stavo facendo la scelta giusta.

Una volta uscita dal suo ufficio, venni a sapere alcuni dettagli che furono determinanti, non solo per comprendere la sua reazione di rabbia, ma anche per riflettere sul mio futuro a breve termine. Mentre andavo via, incrociai Lamashtu in giardino che fumava. Mi prese per un braccio e mi fece capire che dovevo seguirlo. Arrivammo fino al cancello in fondo al viale simulando una normale conversazione, per non destare sospetti. «Aradia, non puoi lasciarci! A me non frega un cazzo di che problemi tu abbia con quella famiglia di merda che ti ritrovi, se vogliamo avere una via d’uscita dobbiamo andarcene tutti insieme. Lui e la setta di cui fa parte non ci lasceranno mai andare via! Questo lo hai capito? Io ne ho pieni i coglioni di stare qui e di fare tutte quelle stronzate ma, se vado via da solo, quello mi fa ammazzare e per voi qui sarà l’inferno. Tu e Kore, poi, siete messe peggio di noi ragazzi, perché lui ci ha detto che vuole portarvi al più presto a Londra. Se tu sai qualcosa in più sulle sue intenzioni o su qualsiasi altra cosa che quello psicopatico ha in mente, non fare la stronza e dimmelo.» Mi sentii come se fossi stata allo stesso tempo scoperta e tradita. Gli riposi che stavo andando via solo per pochi giorni e che effettivamente avevo qualcosa da aggiungere, ma che non era quello il momento di parlarne. Lamashtu girò le spalle e si allontanò, palesemente seccato.

Nonostante i miei sforzi, riuscii solo in parte a prendermi il tempo per stare con mio nonno. Dovevo comunque lavorare e infatti, quando si spense, non ero al suo fianco. Andai subito in ospedale. Guardai il suo esile corpo: della sofficità di un tempo ormai non c’era più traccia, il lento declino lo aveva portato a non mangiare più. I medici avevano parlato di demenza senile, ma io vedevo invece la solitudine di un uomo che aveva perso la compagna di una vita e il suo desiderio di lasciarsi morire. Era rimasto da solo in balia di una figlia che lo tiranneggiava e non vedeva altra via d’uscita se non la morte. Partecipai al funerale ma rimasi fuori dalla chiesa e, davanti ai cancelli del cimitero, mi paralizzai. Sentivo le gambe rigide e pesanti come macigni e non riuscivo a muovermi. I pochi presenti, per lo più amici del nonno, pensarono che fosse il troppo dolore a bloccarmi, mentre io riuscivo solo a pensare alla mia ipocrisia: con quale coraggio avrei potuto varcare quelle soglie come se nulla fosse successo? Come potevo camminare tra quelle lapidi dopo quanto avevo fatto? La verità era che mi ritenevo indegna di essere lì.

 

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