La sfida
Decisi di posticipare la conversazione con Lamashtu perché l’imbarazzo che provavo mi stava divorando, quindi tornai subito in camera e comunicai a Kore che avevo parlato con il maestro. Saltò giù dal letto e corse in bagno a prepararsi per l’evento: si fece la doccia, si depilò con cura in ogni parte del corpo, si spalmò oli profumati e creme e mi chiese una mano per stirare i capelli. Sembrava la classica ragazza alle prese con un appuntamento d’amore tanto atteso. A differenza di me, lei era euforica e inizialmente feci fatica a comprendere il suo entusiasmo, ma poi lo capii: amava il suo ragazzo – su questo non c’erano dubbi – ma con Marbas sarebbe stato diverso. Tra di noi era sempre diverso, tutti potevamo essere noi stessi senza dover nascondere il nostro passato e reprimere le nostre emozioni. Il mondo giudica, e lo fa in modo spietato, noi lo sapevamo ed era per questo che vivevamo nascosti. Quando eravamo fuori dalla grande casa, indossavamo la maschera del “bene” per essere accettati, ma la nostra era una realtà di dolore, rabbia e perversione. Quando invece eravamo nel gruppo, con il maestro, nella casa, tornavamo a essere semplicemente il “male”. Con Marbas, quindi, Kore avrebbe potuto dare sfogo ai suoi desideri ed essere libera di amare e di eccitarsi come meglio voleva. In quel cerchio nessuno le avrebbe fatto notare che era diversa perché la vista del sangue e il suo odore non erano motivo di ribrezzo ma fonte di esaltazione. Per tutti noi era così: il sangue alimentava l’eccitazione e il desiderio di predominio, spingendoci a raggiungere il più sublime dei piaceri e lasciandoci stremati sia nel corpo che nella mente.
Quel pomeriggio, Kore ed io ci eravamo confrontate su ogni cosa e il tempo sembrava passare lento. Il maestro era passato in camera più volte per controllare come stesse la ragazza, l’aveva abbracciata, le aveva fatto i complimenti per il suo aspetto e le aveva anche portato della biancheria intima nuova. Nel gruppo dei ragazzi vi era una certa frenesia e ognuno si prendeva cura del proprio aspetto: non solo Behemoth e Arimon, che lo facevano di prassi, ma anche Marbas si era sbarbato, docciato e oliato su tutto il corpo. Lamashtu era l’unico disinteressato alla cosa e sembrava più strano del solito. Lo avevo visto in mattinata nel cortile, intento a sistemare la moto di Behemoth, e poi nel primo pomeriggio sempre in cortile, intento a lucidare la sua auto. Secondo i turni, quel giorno avrebbe dovuto occuparsi della dispensa e del bucato, ma evidentemente era in uno dei suoi momenti di opposizione. Conoscendolo, preferii ignorarlo, come fece anche il maestro evitando di fargli notare le sue mancanze. Verso sera la situazione sembrò migliorare.
La cena era andata bene: Marbas e Kore si erano seduti l’uno a fianco all’altra, Behemoth aveva inanellato una lunga serie di racconti assurdi sugli extraterrestri, Arimon aveva rincarato la dose con storie sui fantasmi e tutti eravamo molto impazienti per l’evento. Solo Lamashtu restò in silenzio, sembrava completamente assente. Il maestro provò ad avvicinarlo e gli chiese se stesse bene: lui gli fece cenno di no con il capo, senza dire una parola, e chiuse così la conversazione. Ancora oggi mi chiedo se sarebbe stato più sensato che Nergal lo prendesse da parte per parlargli, ma non lo fece: ormai su quel ragazzo non aveva il minimo controllo anzi, a volte, ne sembrava intimorito. Un po’ come tutti, del resto.
Finalmente iniziò il sabba. La preda da cacciare si dimostrò impegnativa e Marbas fu anche morso. Kore fu spietata nel pugnalare l’animale: lo colpì diverse volte, provocando anche la frattura di alcune ossa. Bevvero entrambi sia il sangue dell’animale che l’intruglio di erbe e, quando il liquido iniziò a fare effetto, il maestro prese del sangue e incise le croci rovesciate, prima sui loro volti e poi sui nostri. Non servì che lui desse il via, il desiderio covato tutto il giorno si fece avanti da solo. Mentre noi eravamo in cerchio intenti a ripetere come un mantra le preghiere, i due ingaggiarono una vera e propria lotta per chi dovesse stare sotto. Rotolarono nel sangue, sopra i resti del povero cane, facendo schizzare fuori le interiora. Marbas, vinto dalla stanchezza o dal desiderio di possedere finalmente quella ragazza, alla fine cedette e lasciò che lei gli salisse sopra. Kore era ormai irriconoscibile, con il volto e i capelli insanguinati e gli occhi sbarrati iniettati di sangue. Non vi era trasporto né la benché minima traccia di sentimento in quello che stavano facendo: era qualcosa che andava oltre, qualcosa che superava anche l’istinto animale della procreazione. Nella ricerca del loro piacere vi era solo la voglia di dominare: in ogni singolo movimento, in ogni graffio e morso che i due si scambiavano, i loro corpi si dicevano “la tua sofferenza sarà il mio piacere”.
Il maestro era davanti ai due giovani con il volto sollevato e gli occhi chiusi, intento nelle sue preghiere. Intorno a noi c’era foschia: io riuscivo appena a vedere le spalle di Kore e Lamashtu si trovava fuori dal cerchio proprio alla destra della ragazza. Una vera fortuna, perché fu l’unico ad accorgersi che Kore aveva raccolto il pugnale da terra. Il giovane riuscì a bloccare il braccio della ragazza proprio mentre stava per colpire il petto di Marbas. Nergal fu colto di sorpresa, ma reagì subito sollevandola di peso e allontanandola dal ragazzo, che rimase a terra esausto e stordito. Kore, ancora fuori controllo, si lanciò sul maestro e iniziò a strofinarsi contro di lui. La cerimonia era ancora in corso e ora all’interno del cerchio c’erano anche Lamashtu e Nergal. A questo punto, c’erano solo due possibilità: o i due uomini diventavano partecipanti attivi, oppure il maestro doveva annullare l’evento e ammettere un nuovo fallimento. Tic-toc, tic-toc... il tempo stringeva e noi potevamo quasi sentirne il ritmo incalzante. Nergal indugiò un attimo di troppo e Lamashtu gli puntò contro il pugnale provocandolo: «Bene, maestro... mostraci di cosa sei capace!»
Era una sfida e, se Nergal avesse interrotto la cerimonia, oltre all’ennesima sconfitta, avrebbe messo in discussione anche il suo ruolo. Allora fece cenno anche a noi altri di entrare all’interno nel cerchio, poi guardò Lamashtu dritto negli occhi e rispose: «Però io scelgo lei», e indicò me. Vennero allontanati tutti gli oggetti taglienti e Lamashtu e Nergal ingaggiarono una vera prova di resistenza. Si concessero ogni cosa, senza regole né distinzione di sesso e di relazioni. Non lasciarono spazio all’immaginazione ma vietarono agli altri maschi di avere rapporti con noi ragazze, perché eravamo sotto il loro predominio.
Fu una notte di follia: gli oli che bruciavano, l’odore delle erbe e degli incensi, il miscuglio che avevamo bevuto... Non provavo vergogna, non mi importava che intorno a noi ci fossero anche gli altri, mi interessava solo essere lì con Nergal. Finalmente avevo ottenuto ciò che in tutti questi anni avevo desiderato sopra ogni altra cosa. Quella notte, sentii la sua mano tra i capelli e le sue labbra insanguinate sulle mie. L’odore del sangue penetrava nel cervello e ci spingeva a ricercare ancora più piacere. Lo vidi afferrare alcuni pezzi di animale e metterseli in bocca, lo sentii appoggiare le labbra sulle mie e sentii la sua lingua insanguinata fremere contro la mia. Era al culmine dell’eccitazione, lo percepivo e sentivo le sue mani che esploravano ogni singola parte del mio corpo. Poi mi strinse ancora di più a sé e lo sentii gemere più di un’ultima volta. Infine, il buio crollò intorno a noi.
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