Storia · capitolo 2

La Scuola

La Grande Casa di Samy


Da bambina leggevo. Mi piaceva leggere le fiabe, ne leggevo tantissime: erano belle perché erano contornate d’amore e d’amicizia e poi finivano sempre bene. Nel mondo magico delle fiabe, il bene vince sempre sul male: i personaggi delle storie affrontano le disavventure affiancati da tante persone che li amano e li supportano nei loro momenti peggiori. Alla fine, ai protagonisti non resta che vivere felici e sereni. Quante storie ho letto da bambina, quanti principi hanno sconfitto streghe cattive e salvato principesse nel magico mondo delle fiabe. E quanti principi azzurri ho sognato che mi venissero a salvare dal castello di paure e di orrori in cui invece vivevo io. Eppure, per quanto oggi cerchi di convincermi che il bene ha vinto e che, tutto sommato, un principe sia anche arrivato, di notte non riesco a chiudere gli occhi serenamente pensando a come è stata la mia storia.

Se dovessi trovare un punto in cui tutto ha avuto inizio, sarebbe nella mia infanzia. La prima volta che realizzai che la mia vita era differente da quella degli altri bambini è stato in prima elementare. Il ricordo di quel giorno ancora mi procura un nodo allo stomaco, così forte da provocarmi la nausea. L’ingresso alla scuola elementare rappresentò per me anche la perdita di fiducia verso il mondo adulto: fino ad allora, avevo sempre visto gli adulti come persone di cui fidarmi e avere rispetto. Ricordo le maestre dell’asilo, quando al mattino le vedevo sulla porta pronte ad accogliermi con un abbraccio che mi inondava del profumo emanato dai loro abiti puliti, tanto inebriante e avvolgente. La loro presenza mi faceva sentire così sicura da potermi separare dalla nonna e affrontare la mia giornata all’asilo senza timore. Non mi sono mai chiesta perché mia madre non ci fosse mai: per me bastava la versione che mi davano i nonni, “la mamma è al lavoro”. Passarono anni prima che mi chiedessi come mai mia madre scegliesse sempre lavori che la portavano a stare fuori casa quasi tutto il giorno, ma la risposta mi fu chiara solamente molto dopo. La scuola in cui fui iscritta era una scuola di periferia, in uno dei peggiori quartieri di Milano. Ovviamente, come tutte le scuole di periferia, oltre a essere mal messa, era frequentata da bambini che spesso avevano genitori con un passato o un presente poco raccomandabile. Sia le aule sia i bagni erano sempre poco curati: i banchi erano di legno e di anno in anno sempre più rovinati, si rischiava di finire con una scheggia nelle mani se non si prestava attenzione; nei bagni mancavano sempre la carta igienica e le serrature ed era consigliabile andarci insieme a qualche compagna che ti tenesse chiusa la porta. La pulizia era approssimativa in tutti gli ambienti e la presenza dei topi nel cortile e nella mensa era come il fantasma nei sotterranei della scuola: a volte sembrava una delle tante leggende, altre volte una faccenda seria. Di vero però una cosa c’era, e cioè che la mensa scolastica era davvero pessima! In quei piatti, durante i cinque anni della mia permanenza, trovai veramente di tutto: capelli, unghie, insetti di vari tipi, vermi... e infatti, da bambina sono stata curata molte volte per gli ossiuri, i vermi intestinali.

Quella mattina del lontano settembre del 1978, arrivai a scuola come sempre accompagnata dai nonni. Ad accogliermi per la prima volta non ci fu nessun profumo e nessun sorriso, ma una donna alta, imponente, tutta agghindata di collane e anelli. Quella figura si presentò, era la maestra della prima elementare, la mia nuova maestra! Accanto a lei vi era una figura più esile, non molto alta e modesta nel vestire e di lei non ricordo il nome, forse perché per me divenne lo squallore del nulla. Solo al termine del ciclo delle elementari la identificai con il soprannome di “omertosa di turno”. Durante il primo giorno di scuola ci fu chiesto di presentarci dal banco uno a uno. Io ascoltavo, cercando di memorizzare il nome e le informazioni di ogni compagno; dopotutto, con loro avrei passato i successivi cinque anni e sapevo che avrei dovuto cercare di andarci d’accordo.

Quando arrivò il mio turno, imitai quanto avevano fatto gli altri bambini: mi alzai e dissi il mio nome ma, con mio stupore, alla maestra imponente questo non bastò e mi chiese il nome dei miei genitori. Le dissi quello di mia madre e le spiegai che non avevo più un padre perché era morto, ma lei incalzò, chiedendomi quale fosse il suo nome e di scriverlo alla lavagna. In quel momento, avrei preferito che all’asilo non ci avessero mai insegnato a scrivere le lettere dell’alfabeto. Nonostante fossero pochi i passi che mi separavano dalla lavagna, il tempo mi sembrò una eternità. Le pareti della classe, che fino a pochi attimi prima avevo trovato molto belle, tutte ricoperte di figure di animali e di fiori colorati con le lettere dell’alfabeto, a quel punto erano diventate orribili e angoscianti. Più mi avvicinavo alla lavagna e più tutto mi dava terrore. 

I miei compagni erano in completo silenzio: ricordo i loro occhietti fissi su di me, tristi e silenziosi; i miei, invece, erano pieni di lacrime. Nonostante il mio cuore battesse forte e le mie mani fossero tremanti, riuscii a fare quanto mi fu chiesto e scrissi il nome del padre che mai avevo conosciuto. Neanche questo bastò a calmare la malvagità di quella maestra, che lo stesso giorno pretese anche che raccontassi di come fosse morto, sempre davanti a tutti i compagni. E ancora io feci quanto mi era stato chiesto, da brava bambina cresciuta nel rispetto verso gli adulti ed educata da una nonna fortemente cattolica che pretendeva di farmi recitare il rosario ogni sera.

Raccontai la triste storia di un uomo che si tolse la vita sparandosi in testa, lasciando una moglie con cui ormai poco condivideva e i suoi tre figli piccoli. La morte di mio padre rappresentava, allora come oggi, un mistero celato da pettegolezzi e screzi. Alcuni sostenevano che dietro il suo gesto c’era la scoperta di un cancro, versione per lo più sostenuta dal ramo della famiglia materna. Altre persone invece, come alcuni vicini di casa e la nonna paterna, sostenevano che in realtà dietro il suo gesto c’era la disperazione di un matrimonio infelice. Ovviamente il racconto prodotto in classe segnò fin da subito la differenza tra me e gli altri compagni e io divenni la vittima preferita di una maestra ormai al termine della sua carriera e priva di ogni empatia verso i bambini.

Non riuscii mai a spiegarmi l’odio di quella donna verso di me. Forse la storia della mia famiglia le era già nota. Quello che so è che la maestra mi portò a odiare ogni singolo momento della mia vita scolastica: ogni scusa era per lei un motivo per picchiarmi; ogni verbo sbagliato, ogni parola letta male erano il pretesto per schiaffi e offese come “faccia da pesce lesso”, “stoccafisso norvegese”, “caprona”... Per mia fortuna (o per sfortuna, difficile a dirsi), nella sua frustrazione prese poi di mira anche altri bambini e, alla fine delle elementari, restarono immuni dai suoi attacchi solamente la figlia di un poliziotto, il figlio della rappresentante di classe e la figlia di una sua collega.

Grazie a quella maestra, negli anni presi consapevolezza anche di un’altra differenza che fino a quel momento non avevo mai notato: non ero diversa dagli altri solamente per la mancanza di un padre o perché ero figlia di un uomo suicida per ragioni ancora poco chiare, ma anche perché ero la bambina con gli abiti logori e spesso maschili. La cosa peggiore è che era vero. Ai bisogni di noi figli provvedeva solo mia mamma con il suo stipendio, mentre la pensione dei nonni, che vivevano già con noi da diversi anni, veniva usata per far fronte alle spese della casa e dell’avvocato ingaggiato per i debiti che mio padre ci aveva lasciato alla sua morte. Non potevamo permetterci molte cose, tra cui abiti e giochi, ma anche il mangiare spesso scarseggiava: ricordo un’infanzia fatta di brodo di pollo e di ovetti di cioccolato per Natale, in un appartamento di due locali dove si viveva in sei e il poco altro che arrivava era frutto di donazioni. Eppure, prima di arrivare a scuola, tutto mi sembrava normale ed ero anche felice.

Agli inizi delle elementari, nonostante gli schiaffi della maestra e i compagni che mi evitavano sempre più, riuscivo ancora a vedere il mondo con occhi fiduciosi: nella mia piccola testa non facevo che ripetermi “in fondo, ho chi mi vuole bene e le cose possono solo migliorare” e che bastava avere fiducia in Dio e pregare. Quanto mi sbagliavo! pregare non servì e le cose andarono molto peggio.

Quando giunsi in quinta elementare presi una polmonite e restai per molto tempo a casa da scuola. In quel periodo scoprii che mia madre si frequentava con un collega di lavoro e che aspettava un figlio. All’inizio ne fui entusiasta: avrei avuto un padre anch’io e finalmente saremmo andati a vivere in una casa più grande. Ma questi erano i pensieri di una bambina, la realtà fu molto diversa. L’uomo di mia madre era poco più che un adolescente, con i suoi jeans e gli stivaletti di pelle e con il vizio del gioco e del bere. Era appena arrivato dalla Calabria alla ricerca di lavoro che aveva trovato come lavapiatti nel ristorante dove lavorava lei. Non venne mai a vivere con noi, ma riconobbe la bambina e veniva anche a trovarla con regolarità. Quando questo accadeva, però, succedeva il finimondo, perché si fermava a mangiare, si ubriacava e sistematicamente si innescavano forti litigi tra lui e miei nonni. Non erano mai semplici urla, c’erano parolacce, botte e lanci di oggetti e quelli che subivano di più erano proprio i nonni. Ancora oggi non saprei dire chi avesse torto o ragione e, certamente, picchiare un anziano è da emeriti vigliacchi. Può sembrare ridondante – ora che so ciò che accadde dopo – ma la differenza tra ciò che successe nella “grande casa” e quello che invece succedeva nella mia famiglia sta tutta nelle motivazioni e nelle modalità.

 

 

 

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