Storia · capitolo 19

Il bosco

La Grande Casa di Samy


Quel pomeriggio partimmo presto. A questo punto bastava una macchina sola, Behemoth si aggregò con la sua moto e prese Arimon con sé. Raggiungemmo una zona montuosa dalle parti di Lecco e, lasciati i veicoli, ci inoltrammo nei sentieri. L’atmosfera era distesa e scherzavamo tra noi come se niente fosse successo: Behemoth iniziò a raccontare trame di film di paura con l’intento di spaventare noi ragazze e, ad un certo punto, Lamashtu dal fondo del gruppo esordì: «Nergal, ma quella testa di minchia di Nuberus lo hai ucciso e lo hai buttato nel Tamigi? O lo hai abbandonato in qualche campo sperduto?» e lui, che ormai sembrava aver recuperato il suo humor inglese, gli rispose: «Tranquillo, per la tua gioia è vivo, ma è rimasto a Londra con un altro gruppo.» Lamashtu guardò noi e aggiunse: «Bene, ora romperà i coglioni a loro! Speriamo solo che non ce lo rimandino o che, se lo fanno, almeno lo rimandino a pezzettini. A te, Nergal, in ogni caso andrà bene: se lo tengono, ti sei tolto un idiota dai piedi, se lo rimandano a pezzi, te lo mangi. Per noi, invece, stasera sarà una bella serata in ogni caso.»

Arrivammo in uno spiazzo erboso e tutto intorno vi era il bosco. Il maestro ci chiamò a sé, ci divise in coppie, ci porse i pugnali e ci spiegò lo scopo di quella serata: imparare a cacciare la preda. Tra gli alberi, iniziammo una folle corsa dove, a turno, ognuno di noi doveva cacciare l’altro e portare un pezzo di tessuto delle felpe come testimonianza dell’avvenuta cattura. Dovevamo essere veloci, c’era un tempo massimo di cattura di dieci minuti a coppia e non dovevamo superare la distanza di un kilometro dal punto di partenza. Restammo lì fino a notte fonda e, al rientro, eravamo stremati e carichi di adrenalina. L’indomani mettemmo in atto lo stesso gioco e così fu anche nelle settimane successive ma in zone differenti. Imparammo così a non aver paura dei boschi, a riconoscere gli odori e i rumori che ne fanno parte, a distinguere il rumore di un ramo spezzato da un piede da uno caduto dall’albero. Imparammo anche a muoverci nel buio senza fare rumore e a cogliere di spalle l’avversario. Ovviamente, c’era chi era più bravo e chi meno, ma alla fine tutti diventammo abili predatori.

In quei mesi, il gruppo sembrò aver ripreso il suo equilibrio e la sua spensieratezza: si erano formate nuove alleanze e nuove intese, e lavorare in coppia (eravamo rimasti in sei) sembrava rendere le cose più semplici. Tra noi c’era meno distacco, nacquero dei nuovi legami più profondi e spesso ci si lasciava andare anche a racconti personali. Notammo con stupore che il maestro non ci vietava questa condivisione e così ci sentimmo liberi di essere più spontanei: nacquero quindi delle complicità e le prime attrazioni fisiche. La libertà che avevamo ottenuto venne ufficializzata il giorno che Nergal trovò Arimon e Behemoth che si baciavano: lo comunicò subito al gruppo con grande gioia, dicendo che era giunto il momento di imparare “come i demoni vivono il piacere della carne”. Per la sera successiva organizzò un sabba, comunicandoci che, ora che eravamo diventati predatori, potevamo provare il piacere della vera caccia.

Nergal uscì al mattino presto e rientrò con un cane che sembrava stordito. Ci disse di metterlo in cantina e aspettare che si svegliasse completamente, ma Kore, appena lo vide, gli chiese: «Possiamo almeno sapere da dove li prendi?». La risposta non fu diversa da quella dei cimiteri: le mance, quindi, aprivano anche i cancelli dei canili. Stavolta però aggiunse con tono serio che, a volte, erano proprio i guardiani a chiamarlo, quando i cani erano troppi e non ce la facevano a gestirli. Kore allora incalzò con le domande: «E lo sanno che li prendi per ucciderli?» Il maestro la guardò dritta negli occhi: «Io non li uccido, li sacrifico per un bene superiore, e sì, lo sanno! Alcuni di loro mi chiedono anche di fargli delle bambole o di invocare qualche defunto per aiutarli a vendicarsi dei loro nemici». Poi, vedendola perplessa, aggiunse: «Non preoccuparti di loro, sono umani: sono nati per servirci e darci quello che gli chiediamo». Kore allora smise di chiedere.

Verso sera, il cane si era completamente ristabilito e noi ci attivammo per preparare tutta la cerimonia. Arimon e Behemoth erano stati scelti per essere i primi a cacciare il cane. La povera bestia correva per il cortile cercando di scappare e a volte tentò di difendersi attaccando i ragazzi, ma i due erano estremamente bravi ed ebbero la meglio. Quando lo catturarono, lo portarono al centro del cerchio; il maestro allora diede l’ordine di ucciderlo con pugnalate violente e di raccogliere il sangue nel suo calice, dove aveva messo un miscuglio di erbe che aveva preparato lui stesso. Ne prese da bere solo una piccola parte e poi allungò la coppa a Behemoth ed Arimon, che lo bevvero tutto. Così i due, in preda all’adrenalina e agli effetti della bevanda, quando il maestro gli fece cenno di procedere, si spogliarono e iniziarono a baciarsi e toccarsi. Presto finirono sdraiati a terra e i loro corpi si insanguinarono. In quel letto di sangue, i due diedero sfogo ai loro desideri più intimi, mentre il maestro recitava una serie di preghiere e di invocazioni che noi ripetevamo con lui senza togliere lo sguardo dai due ragazzi. Eravamo un misto di imbarazzo ed eccitazione e la tunica rigonfia di Lamashtu ne era la prova. Nergal seguiva con sguardo compiaciuto i due ragazzi fremere di piacere, ma, per noi che osservavamo, la scena aveva qualcosa di terrificante.

Si avvicinò ai due giovani e, inginocchiandosi, avvicinò le sue dita insanguinate alla bocca di Behemoth, ordinandogli: «Prendilo e fallo tuo figliolo! Fagli sentire chi comanda, devi dominarlo con il piacere!». Così, Behemoth girò Arimon a pancia in giù e lo penetrò. Il loro amplesso andò avanti per circa venti minuti, mentre i due si concedevano di tutto, fino a quando crollarono sfiniti e si addormentarono al centro del cerchio. Su indicazione del maestro, vennero lasciati lì. Noi invece rientrammo in casa e, tolte le tuniche, iniziammo a ballare: volevamo mantenere la nostra tradizione, sia in memoria degli amici che non c’erano più, sia per placare l’adrenalina e l’eccitazione che avevamo in corpo.

La mattina seguente, trovammo Behemoth e Arimon in casa sdraiati sul divano, ancora nudi e sporchi di terra e sangue. Dovevano essersi svegliati durante la notte ma non erano riusciti ad arrivare fino alle camere. Si ripresero in tempo per la colazione, ma Nergal, che entrò subito dopo di loro in cucina, vedendoli in imbarazzo, gli si avvicinò e li abbracciò dicendogli: «Figlioli, siete stati magnifici! Daremo una festa in vostro onore, Satana ed io, e siamo fieri di voi e speriamo che sarete di esempio per i vostri fratelli!». Passammo quindi la domenica a festeggiare e preparammo corone fatte di ossa che poi posammo sulla testa dei due ragazzi.

Qualche mese prima, avevo letto di questa cerimonia nei documenti della libreria che parlavano dei rituali di passaggio: allora realizzai che Arimon e Behemoth avevano superato la penultima prova del loro percorso e ora gli restava solo un ultimo passaggio per diventare adepti di primo ordine. Questo status sarebbe stato l’ultimo gradino da adepti, dopodiché si poteva scegliere di diventare maestri, ma solo dopo aver superato un’ulteriore serie di prove e di riti. Capii anche che il maestro ci aveva fatto saltare il passaggio a capo cerimoniere, che doveva avvenire prima del rito che avevano compiuto i due ragazzi, e aveva attribuito in autonomia questa carica solo a Nuberus.

Forse aveva deciso così perché all’interno del nostro piccolo gruppo tutti ormai conoscevamo ogni procedura necessaria, oppure perché noi gli avevamo fatto perdere troppo tempo e stava avendo pressioni per accelerare i tempi. Per quanto ormai anche noi stessimo contribuendo alle spese, sostenere tutto il gruppo e i consumi della grande casa era comunque molto oneroso, per non parlare delle “mance” ai cimiteri e ai canili! Erano passati tre anni, ormai non solo Nergal si aspettava dei risultati da noi, ma anche qualcuno più in alto.

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