La ribellione
L’atmosfera della casa ormai era molto cambiata. Noi ragazzi affrontavamo la morte di Bael e di Astaroth in modo diverso rispetto a quella di Nahenia: non ci furono urla o pianti che dimostrassero la nostra disperazione, perché avevamo ormai raggiunto un punto di declino interiore in cui nemmeno la morte dei nostri amici ci procurava dolore. Tutto sembrava accadere parallelamente alle nostre vite. In poche settimane ci trovammo a raccogliere non più solo la terra dai cimiteri, ma anche i resti dei cadaveri destinati agli ossari comuni. Le ossa venivano lucidate e levigate e poi suddivise per grandezza: le più lunghe servivano per sostituire le assi di legno nella costruzione degli altari su cui mettere le prede da sacrificare, le ossa delle dita venivano incise con i simboli delle rune, i teschi e le ossa dei bacini venivano lavorate e trasformate in accessori per la casa. Lamashtu era il migliore in questo lavoro, un giorno da un teschio ricavò un portavaso talmente ben fatto che si sarebbe potuto definire persino bello se non fosse stato irriverente.
Nergal invece, a causa di quella tragedia, affrontava il suo fallimento lavorativo: si trovava con tre adepti in meno e, anche se la morte di Nahenia non era imputabile a lui, le altre due potevano essere ricondotte al suo comportamento. Il maestro non lavorava da solo, sicuramente apparteneva a qualche organizzazione più grande (l’avevamo capito dal giro di pacchi anonimi e dalle richieste di produrre materiali che poi sparivano dal piccolo magazzino), e quegli episodi gli si ritorsero contro.
Una domenica sera ci comunicò che sarebbe dovuto partire e che la casa non sarebbe stata accessibile a nessuno in sua assenza. Nergal ci congedò senza altre spiegazioni e ci diede appuntamento per il venerdì di due settimane dopo. Era la prima volta che ci veniva negato l’ingresso in casa e ci veniva la chiave di emergenza, decisi quindi di prendere quel tempo per me. Mi divertii con le colleghe del lavoro, andai in discoteca, provai ad avere una relazione amorosa – che durò solamente dieci giorni. Mi dedicai allo shopping: finalmente potevo decidere da sola cosa comprare e acquistai esattamente l’opposto di ciò che avrebbe scelto per me il maestro. Furono quindici giorni di meravigliosa vacanza che mi fecero comprendere che la vita vera non era il mondo di Nergal, ma che c’era ben altro.
Cominciai a sperare che non ci saremmo più ritrovati e che forse sarebbe stato meglio così. Mi ero convinta che alcuni di loro non li avrei più rivisti, che quella sarebbe stata un’ottima occasione per mollare, e invece tutti tornammo nuovamente alla grande casa nel giorno stabilito. Nergal era palesemente agitato e molto provato. Attese che arrivassimo tutti e poi ci convocò in soggiorno dove, senza troppi preamboli, ci chiese se qualcuno di noi avrebbe voluto spostarsi all’estero sotto un altro “gruppo”. In realtà, aveva ricevuto la richiesta ufficiale di trasferirci tutti immediatamente, ma lui preferiva che fossimo noi a scegliere. In quel momento scese il silenzio e, per la prima volta, ci accorgemmo dell’assenza di Nuberus. Arimon colse quel momento per dire apertamente che non era interessato ad andare all’estero e che avrebbe voluto lasciare definitivamente anche noi.
A volte, le parole di una sola persona possono cambiare il destino di molte: nessuno di noi aveva il coraggio di esporsi come fece lui, ma tutti pensavamo la stessa cosa. I nostri occhi ci tradirono e questo non passò inosservato al maestro che, per rimettere ognuno al proprio posto, puntò una pistola contro il ragazzo e gli disse a muso duro: «Qui non siamo al luna park, che puoi scendere dalla giostra quando vuoi!» Arimon restò zitto e immobile come tutti noi e Nergal capì di aver chiarito la questione: non ci era concesso lasciare la setta. Allora lasciò il soggiorno e si chiuse in biblioteca.
Mentre il terrore velava i volti dei ragazzi, io mi sentivo stranamente tranquilla: conoscevo quell’uomo da tempo e sapevo con certezza che non avrebbe mai sparato. Nonostante tutto, era evidente che Nergal stesse passando una situazione di forte stress: nell’ultimo periodo era molto dimagrito e il suo aspetto, dopo il viaggio a Londra, era ancora peggiorato. A quel punto, Kore ed io volevamo delle spiegazioni: perché il maestro asseriva che eravamo liberi di scegliere se essere trasferiti o no e invece non eravamo liberi di poter lasciare la casa? Per quanto tempo saremmo stati costretti a rimanere e praticare i suoi rituali? e Nuberus dov’era? perché non ci diceva nulla di lui?
Così, mentre gli altri ritornavano alle loro attività senza proferire una parola, noi ragazze andammo dal maestro per affrontarlo. In un primo momento ci lasciò parlare, ma appena prese la parola cominciò ad inveire contro Kore, rinfacciandole tutto quello che lei gli aveva tenuto nascosto negli ultimi mesi. Le disse che aveva oltrepassato il limite, che era inaccettabile che non gli avesse detto della sua relazione, che definì “una situazione irresponsabile e pericolosa per tutti”, e le urlò di quanto ritenesse riprovevole che avesse tradito il gruppo con un idiota qualunque solo per placare i suoi appetiti sessuali. Kore non si tenne le offese, gli si avvicinò e gli diede uno schiaffo. La fanciulla impaurita di un tempo era ormai una giovane donna sicura di sé e ben consapevole di cosa voleva dalla sua vita. Io ero scioccata dalla situazione e tentai di mettermi tra i due per evitare ulteriori attacchi.
Mentre i due continuavano a insultarsi, in cuor mio speravo che qualcuno dei ragazzi intervenisse e pensai che in quella situazione Nuberus almeno non sarebbe rimasto a guardare. Ma non c’era, e nemmeno sapevo dove fosse! Non arrivò nessuno e così mi ritrovai a fare da scudo con il mio corpo fra i due: Kore tentò di afferrare qualcosa dalla scrivania per lanciarlo addosso al maestro, ma si fermò vedendo che io non mi spostavo. Nergal le gridò di uscire dall’ufficio, apostrofandola con le peggiori parole che gli avessi mai sentito dire, e finalmente Kore sembrò riprendere la ragione: si girò stizzita, uscì dalla stanza e si allontanò. Stavo per seguirla quando Nergal mi fermò e mi strinse a se, tirandomi per un braccio. Lo sentivo tremare, era tutto sudato e sicuramente non era in quello stato per la discussione: dal calore del suo corpo capii che aveva la febbre molto alta. Cercai di farlo sedere e di farlo calmare ma immediatamente lui si ricompose e, con la sua solita freddezza, si andò a sedere alla scrivania. Guardandomi diritto negli occhi mi chiese di cosa avessi bisogno: provai a esprimere i miei dubbi, ma per tutta riposta lui si alzò e uscì dalla stanza. Come se niente fosse successo, andò dal resto del gruppo e disse che nel pomeriggio saremmo usciti per andare nei boschi a raccogliere erbe e a imparare a cacciare.
Il resto della mattina trascorse come ai vecchi tempi e Kore sembrava avere digerito la discussione. Mentre lei rideva e scherzava con i ragazzi in giardino, io li guardavo da lontano e mi chiedevo se fosse normale un simile atteggiamento. La risposta che mi davo era sempre la stessa: no.
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