La gita
Quella sera il maestro ci spiazzò con una richiesta che colse tutti di sorpresa: subito dopo avermi dato il bentornato, ci comunicò che saremmo tutti usciti per un’altra tappa della nostra formazione, e che dovevamo vestirci in modo comodo, possibilmente in tuta. Marbas sembrò prendere la cosa sul ridere e iniziò a girare intorno a noi, sbattendo le braccia per imitare il volo di un uccello che volteggiava, ma quando passava accanto a noi ragazze, muovendo solo le labbra, ci diceva di portare con noi l’athamè. Ad un tratto, mi fu chiaro che i ragazzi stavano solo simulando una apparente normalità e che il loro livello di diffidenza era ormai talmente elevato da non permettergli più di essere spontanei. Non riuscivo però a capire lo scopo del loro gioco.
Con due auto, una del maestro e una dei ragazzi, arrivammo all’ingresso di un piccolo paese, molto fuori mano. Lì parcheggiammo e continuammo a piedi fino al cimitero. Nergal ci fece cenno di entrare e noi tutti pensammo che avremmo dovuto tagliare il lucchetto o saltare il muro di recinzione ma, mentre cercavamo le telecamere per evitare di essere ripresi, lui semplicemente aprì il cancello. Aveva la chiave, se l’era conquistata con laute mance al custode: il denaro apre molte porte ed evidentemente anche i cancelli dei cimiteri. Qualche tempo dopo, scoprimmo un intero mazzo di chiavi che appartenevano ad altrettanti piccoli cimiteri, ben lontani dalle città e dispersi in varie zone della provincia di Milano.
Oggi, mentre scrivo, rivivo con la mente quel momento e penso che trovarsi davanti a quel cancello rappresentò per noi la sfida più dura di tutte. Negli anni ho imparato che dal dolore possono venire fuori solo due possibilità: la fine della vita o la sua rinascita. Per alcuni di noi, quel giorno rappresentò l’inizio della fine, per altri la discesa prima della risalita. La mente umana considera la morte di un essere vivente in funzione del suo livello di spiritualità e, come razza dominante, gli uomini sono disposti ad accettare l’uccisione degli animali per la supremazia e la sopravvivenza della specie. Fino a quel momento, noi ci eravamo mossi su un livello intermedio: avevamo ucciso degli animali e questo poteva ancora essere accettabile, ma quel giorno stavamo per raggiungere un nuovo livello di contatto con la morte. Il cimitero, con le sue tombe, cerca di dare pace a chi soffre e vuole sentirsi ancora vicino a chi non c’è più. Noi stavamo per entrare nell’intimità di centinaia di persone, stavamo per violare quel luogo e il riposo di quelle sue anime, privandole della dignità che la morte dona indistintamente a tutti. Con quale diritto potevamo farlo?
Appena il maestro varcò il cancello, Astaroth iniziò a piangere, rifiutandosi di entrare. Nergal lo prese con la forza, cercando di spingerlo all’interno. Tutti sapevamo che era necessario che il ragazzo si calmasse, perché il trambusto avrebbe potuto farci scoprire, ma, mentre Bael e Marbas cercavano di tranquillizzarlo, il maestro si avventò su di lui puntandogli il pugnale alla gola. Si creò un cerchio intorno ai due e scese il silenzio. Nergal allora ritrasse la lama e lo esortò a tornare in auto dicendogli che era un codardo, una “femminuccia”. Astaroth obbedì ma tremava ed era sconvolto e così, prima di riuscire ad arrivare alla macchina, si piegò in due e vomitò. Era molto buio e non so dire con esattezza se anche gli altri ragazzi abbiano estratto il coltello: forse il maestro ebbe paura di una reazione a catena, ma almeno ebbe la saggezza di lasciarlo andare.
A quel punto noi altri entrammo nel cimitero, dove ci venne chiesto di recuperare della terra dalle fosse delle tombe riesumate. Eravamo impacciati e impauriti e, a ogni minimo rumore, ci giravamo di scatto, mentre Nergal scuoteva con disapprovazione il capo. Mi sentivo come una bambina e mi venivano in mente tutti i film di paura che avevo visto. Mi misi vicino a Lamashtu e mi attaccai alla sua felpa e anche Kore fece lo stesso; lui cercò di farci coraggio e non si staccò mai da noi e, quando fu il suo turno di saltare dentro una delle tante fosse, si accertò che noi fossimo sempre davanti a lui, in modo da non perderci di vista. Una volta tornati in macchina, vedemmo Astaroth che tremava e piangeva: si era tolto la maglia e, tutto ghiacciato e rannicchiato su se stesso, fissava il vuoto. Arimon ed io cercammo di farlo reagire, chiamandolo e parlandogli a bassa voce, mentre Nergal e Nuberus, seduti sui sedili davanti, lo ignorarono e rimasero in silenzio per tutto il tragitto.
Pensavamo che tutto fosse finito, invece, al rientro, il maestro affrontò di nuovo Astaroth nel soggiorno, in modo che tutti potessimo assistere alla discussione. Iniziò ad inveire contro di lui, dicendo che era un debole, un idiota, un misero “essere umano” e che per questo meritava di morire. Nessuno di noi si intromise per difenderlo, eravamo ancora troppo spaventati per quello che sarebbe successo se fossimo stati sopresi nel cimitero.
Astaroth non venne ucciso, ma venne allontanato dalla grande casa e morì ugualmente. Bael ci diede la notizia il week-end successivo, rientrando a casa urlante, ubriaco e sporco: lui e Astaroth non avevano mantenuto il segreto sui dettagli della loro identità e così, preoccupato per l’espulsione dell’amico dalla casa, era andato a cercarlo. Sul suo portone aveva trovato il pareo a lutto e dai vicini aveva saputo che si era tolto la vita ingerendo un cocktail di farmaci e droghe. Quel sabato sera, Bael se la prese principalmente con Nergal e, nonostante il suo stato fisico ed emotivo, riuscì comunque a scandire a chiare lettere ciò che pensava: «Bastardo figlio di puttana, è colpa tua! Sei una merda umana, tu e il tuo fottuto mondo lo avete ucciso». Kore, Lamashtu, io e, stranamente, anche il povero Nuberus tentammo di calmare il ragazzo ma era evidentemente fuori controllo e anche il maestro, senza alterarsi, si limitò a non commentare nulla, lasciando che fossimo noi a prenderci cura di lui. Il giorno seguente la situazione non migliorò: Bael, oltre ad arrivare ubriaco, aveva trovato anche dell’eroina; nessuno di noi si accorse di nulla e lui se la iniettò di nascosto. Lo trovammo in bagno, a terra, con la dose già nel braccio e così iniziò il suo declino.
Settimana dopo settimana, mentre noi passavamo da un cimitero all’altro, ormai privi di ogni inibizione, arrivando anche a ballare in mezzo alle lapidi, in parte per sbeffeggiare la morte e in parte per stordirci dal senso di colpa dei nostri reati, il povero Bael deperiva sempre di più, avviandosi verso la morte. Provammo a fare di tutto per aiutarlo, arrivammo anche a chiuderlo in casa e legarlo al letto e Nergal si procurò perfino del metadone. Ma nulla servì a salvarlo e così un giorno non lo vedemmo più tornare a casa. Era morto per un’overdose, come tanti giovani di quell’epoca. Su una panchina di un parco con una siringa in un braccio, da solo. Lo venimmo a sapere dal maestro che era andato a cercarlo e, anche questa volta, non andammo al funerale.
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