l'assenza
La mattina seguente mi alzai presto, dopo aver trascorso la notte insonne. In cucina trovai Nergal intento a guardare dei fogli: mi fece cenno di avvicinarmi, mi abbracciò e mi sussurrò: «Fidati di me». Nel suo sguardo avevo intravisto un segno di emozione e avrei tanto voluto lasciarmi andare, ma non ci riuscii. In quell’uomo, ogni forma di sentimento sembrava essere assente e anche le sfumature del suo sguardo erano ingannevoli, ma noi lo avremmo capito solo più avanti. Il resto del sabato e della domenica passarono all’insegna del silenzio, sia da parte sua che da parte nostra.
Dentro di me stavo combattendo una vera battaglia tra i miei sentimenti verso di lui e la mia voglia di vivere da ragazza normale. Di nuovo mi sentivo in bilico tra due mondi: da una parte quello della grande casa, che nell’ultimo anno mi aveva accolto come una famiglia ma che ora mi stava incutendo molte nuove paure; dall’altra il mondo normale, che per anni mi aveva procurato solo dolore e ora mi attirava con nuove amicizie ed esperienze. Io ero nel mezzo e mi muovevo come un equilibrista tra queste due realtà, ed ero talmente assorta dai miei dubbi da non accorgermi che stavo perdendo l’unica persona che mi avesse mai amato. Ormai rientravo a casa mia davvero poche volte alla settimana, e spesso non facevo in tempo a incontrare i miei nonni, che vivevano chiusi nella loro stanza da diversi anni.
Non mi accorsi dell’assenza di mia nonna fino a quando un giorno, non trovandola nella sua camera, chiesi notizie a mia madre. Mi rispose che era stata ricoverata e io pensai ad un acciacco dovuto all’età o ai problemi di cuore di cui soffriva da sempre. In realtà era ricoverata da molto tempo per un tumore in metastasi e mia madre, come sempre, non mostrò nessuna compassione per lei. Al contrario, mi fece ben capire che sperava che non tornasse più a casa e mi impedì di andare a trovarla! Appena possibile, raccontai al maestro della malattia di mia nonna e di quanto questo mi facesse stare male. Lui, per tutta risposta, iniziò ad assegnarmi ulteriori incarichi che richiedevano sempre maggiore presenza nella grande casa e, in particolare, nella sua biblioteca. Erano incarichi che abitualmente venivano svolti dal capo cerimoniere, ma Nergal diceva che Nuberus era troppo impegnato e che avrei dovuto sentirmi onorata di poterli svolgere, dato che ero ancora una semplice adepta.
Non capivo se lo stesse facendo per proteggermi da un’ulteriore sofferenza o se per il timore che io decidessi di andarmene da lui, comunque non riuscii a sottrarmi alle sue richieste e, quando mia nonna morì, io non ero a casa mia e nemmeno in ospedale.
Nei giorni successivi alla sua morte, mi buttai a capofitto nella mia formazione: mi esercitai di più nella lavorazione e nella coltivazione delle erbe curative, rilessi tanti testi sull’uso delle candele e ripresi anche a studiare la preparazione degli altari. Ogni cosa era utile a non lasciare spazio alla sofferenza che mi dilaniava. Come era successo con Nahenia, non avevo nemmeno detto addio a mia nonna, ma lei era la donna che si era presa cura di me come una madre e io sapevo tutto di lei.
Ancora una volta, la morte mi rimetteva davanti alla mia umanità e mi obbligava a guardare le mie emozioni più profonde. Mi sentivo scossa, sbeffeggiata, indebolita. Così mi chiusi nel mio guscio cercando di ricreare quel “vuoto emotivo” che mi aveva già salvato altre volte dal mio dolore: dovevo razionalizzare ogni sentimento ed estraniarmi da tutto il contesto, lasciando spazio solo al cinismo. Quella volta non funzionò così bene e mi ritrovai a guardarmi allo specchio, fuori e dentro di me, e quel che vidi non mi piacque affatto. Chi era quella ragazza che mi guardava? Con lo sguardo fisso e il viso inespressivo, ma con il trucco e i vestiti di chi vive nell’agio. Quella che viveva dentro di me ora stava male, di certo non aveva voglia mettersi in tiro ma solo di gridare al mondo il suo dolore. Chi era dunque quella tipa al di là dello specchio? Fissai quegli occhi e, in lontananza, mi parve di vedere una piccola sagoma avanzare lentamente. La vedevo dietro alle pupille e mi sembrava quasi di sentirla mentre mi gridava: «Fammi uscire!». Quella figura, velata dal marrone dei miei occhi, mi fissava con aria di tormento. Continuavo a guardarla e ad ascoltare il suo lamento e, ad un tratto, mi parve di riconoscere in lei la mia essenza, il mio esistere come un’unica persona.
Mentre ancora mi leccavo le ferite e faticavo a reggere i ritmi del lavoro e delle richieste crescenti del maestro, cominciai a pensare di più a mio nonno e alla solitudine che stava provando. Capii che non avrei sopportato di fare lo stesso errore fatto con la nonna, non sarei riuscita a reggere ad un altro senso di colpa. Finalmente trovai il coraggio di mettere fine alle continue richieste di Nergal, dicendogli la verità e chiedendogli più tempo per me. Non la prese bene ma nemmeno malissimo. Si limitò ad annuire ma la sua disapprovazione era comunque evidente.
Rallentai quindi i miei ritmi, saltai anche qualche incontro e mi presi anche delle serate di svago. Si dice che per divertirsi ci vuole coraggio: è assolutamente vero! Come i bambini imparano lentamente a camminare, prima alzandosi in piedi, poi con passi lenti e traballanti e infine, con sempre maggiore sicurezza riescono anche a correre, anche io imparai a divertirmi, con qualche caduta e qualche passo azzardato. Eppure, dopo qualche settimana, vinta dalla malinconia e dal mio senso di colpa, tornai alle mie responsabilità di adepta. Non ero riuscita a ignorare la voce interiore che mi diceva di non abbandonare i miei fratelli di sangue, quelli che mi erano stati accanto nei momenti peggiori.
Quando arrivai alla grande casa, i ragazzi mi dissero che l’atmosfera si era alleggerita, perché Nergal era stato più presente nelle ultime settimane ed era riuscito anche a ridere e scherzare con loro.
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