I primi scontri
Durante le settimane successive non fui mai lasciata da sola. Sia il maestro che Nuberus mi sorvegliavano a vista, con lo scopo di tenermi lontana dagli altri: non ne capivo la motivazione, così come non capivo perché Nergal si ostinasse a dormire nella mia stanza la notte. Più passava il tempo, più questa situazione iniziava a pesarmi e a farmi paura e anche gli altri cominciavano ad accorgersene. Alcuni, come Astaroth e Arimon, passandomi accanto mi dicevano con tono provocatorio: «Hai toppato, sorella!», altri invece, come Bael o Marbas, mi guardavano senza dire nulla.
Un sabato pomeriggio, mentre mi stavo occupando delle piante in giardino, Kore mi si affiancò con una scusa e, dando le spalle alla casa e alle finestre, mi sussurrò: «Stai attenta e non ti fidare!». Le risposi a bassa voce e senza guardarla: «Lo so, ho paura.» In quella casa avevo trovato inizialmente protezione e tranquillità ma ora la sentivo nemica e mi faceva paura. Da un po’ di tempo avevo notato che non ero l’unica a sentirmi osservata ed esclusa dal resto del gruppo e che anche gli altri non interagivano più tra di loro come prima.
Svolgevamo le nostre mansioni regolarmente, ma gli attimi di allegria e di dialogo durante i pasti erano svaniti, così come l’armonia tra di noi. All’inizio avevo pensato che fosse a causa mia: il mio atto di ribellione aveva sicuramente attivato nel maestro un atteggiamento di sorveglianza e questo pesava su tutti noi. In un secondo momento, avevo addirittura avuto il pensiero che gli altri fossero gelosi delle attenzioni che il maestro mi stava dando. Questo atto di superbia durò poche ore, perché di fatto la realtà era molto peggio e si cominciava a capire: la tristezza e la malinconia che avevo visto nello sguardo di Kore e Lamashtu ora si stava diffondendo anche negli altri. Come un virus, aveva lavorato per mesi in modo silenzioso e invisibile in ognuno di noi e oggi cominciava a manifestare i suoi sintomi. Nergal sembrava non essersi reso conto dello stato emotivo in cui noi ragazzi ci trovavamo: forse era troppo concentrato su di me per valutare complessivamente la nostra situazione oppure aveva pensato di poterla gestire facilmente. Nemmeno Nuberus se ne rese conto e le cose iniziarono a peggiorare. I silenzi prolungati tra di noi, pieni di sguardi e di frasi dette a bassa voce, diedero inizio ad una serie di eventi che portarono rapidamente a litigi ed esplosioni di rabbia.
Il primo scontro si scatenò il week-end successivo. Finivo di lavorare alle 17 e la ditta si trovava dall’altra parte della città. Il mio Ciao non era dotato di una grande potenza e ci mettevo più di un’ora e mezza ad arrivare ma, se trovavo nebbia o pioggia, potevo impiegarci anche più di due ore. Quel giorno arrivai alla grande casa per ultima, intorno alle 18.30, mentre c’era già una discussione in atto che aveva coinvolto tutti. Nuberus era a terra con il naso sanguinante e vari lividi in volto e Kore era intenta a premergli un fazzoletto sul naso. Nergal, in piedi, dava le spalle a entrambi e davanti a lui, Arimon, Marbas e Lamashtu facevano da scudo a Behemoth, che cercava di divincolarsi.
Potevo vedere palesemente la fatica di Nergal nel mantenere il controllo, ma ancora più evidente per me era la rabbia da parte di Lamashtu, che in un attimo esplose gridando: «Se vuoi che stiamo calmi, tieni lontano quel figlio di puttana leccaculo! Nergal, ti avverto, toglimelo dai piedi! Altrimenti, la prossima volta, non sarà Behemoth a menarlo, ma io. E allora, fidati che te lo ammazzo e poi, la buca per metterlo dentro, te la scavi da solo!». Calò un silenzio surreale e, mentre mi avvicinavo a Kore, lei mi fece cenno di tacere con lo sguardo. Nergal guardò fisso negli occhi Lamashtu e, con un gesto fin troppo naturale, posò la mano destra sul fianco sinistro: fu chiaro a tutti che cosa stava cercando. Poi però si girò e andò via, facendo cenno a Nuberus di seguirlo. Marbas colse al volo quell’attimo in cui eravamo da soli per lanciare un avvertimento: «Tenete sempre con voi l’athamè».
La sera passò senza altri intoppi e mi sorprese il fatto che Nergal non ritornasse sull’accaduto. Ultimamente, mi sembrava che qualcosa in lui stesse cambiando e che stesse per mollare: non era più l’uomo carismatico che passava il suo tempo libero con noi, spiegandoci le cose che faceva, insegnandoci le sue arti e coinvolgendoci in ogni attività. Così aveva tenuto unito il gruppo e salda la sua posizione di comando, mentre adesso passava molte ore in biblioteca da solo. Faticavo a comprendere tale atteggiamento e, mentre alcune volte pensavo che si fosse stufato di tutto quel sangue, di tutto quel dolore e di quel vivere solo in funzione della morte, altre volte pensavo che il suo atteggiamento distaccato fosse dettato da qualche nostra mancanza e che stesse meditando di eliminarci. Allo stesso tempo, la carica di capo cerimoniere di Nuberus (che aveva impegni e incarichi che richiedevano maggiore responsabilità e presenza nella casa) era stata ben accolta da tutti, perché nessuno aveva voglia di sovraccaricarsi ulteriormente, anche se il suo atteggiamento di comando, peraltro legittimato da Nergal, stava esasperando il gruppo ormai da tempo. Ci infastidiva quel suo fare controllante e quella modalità provocatoria: spesso infatti arrivava alle nostre spalle e criticava il nostro lavoro con frasi anche molto pesanti: «Hai lavato le tuniche di merda?» oppure «Mi sembra di parlare con un rincoglionito: sono venti volte che ti spiego quali candelabri usare!».
Quella sera Nuberus si era trovato a fare i conti con il malessere di Behemoth. Il tentativo di Nergal di intervenire, seppur con la solita diplomazia, si era scontrato contro il muro di rabbia dei ragazzi che, in questo modo, gli stavano rinfacciando la sua assenza e gli stavano dimostrando la sua perdita di leadership. Ormai la situazione era fuori controllo, non avevo più dubbi. Ma come potevamo fare per allontanarci, per spezzare quel legame di dipendenza dagli altri e dal maestro? E soprattutto: Nergal ci avrebbe lasciato andare via? Da un lato c’era il maestro: ci aveva trovato, accolto e curato uno ad uno, e poi ci aveva spinto a commettere delle atrocità, coinvolgendoci in chissà quale giro; dall’altra c’erano i maschi del gruppo, che sembravano sempre più propensi ad agire in modo violento. Temevo che quei ragazzi, spinti dal desiderio di riprendersi la loro vita, commettessero l’errore di aggredire Nergal, perché non c’erano garanzie che ci avrebbe lasciato andare via senza ritorsioni.
Quella notte Kore tornò a dormire con me e, in quella stanza da sole, cogliemmo l’occasione per commentare l’accaduto. Mi confidò di aver paura, di aver conosciuto un bravo ragazzo di cui si era innamorata e di avergli raccontato anche del bambino e di quello che le aveva fatto il padre. Non era riuscita a dirgli però della grande casa, né delle droghe che lei versava nel bicchiere di suo padre per impedirgli di andare nel suo letto. Questa parte per lei era ancora più dolorosa da raccontare rispetto agli abusi e io comprendevo quello che provava.
In un qualche modo, noi eravamo passati da vittime a carnefici. Nella grande casa avevamo imparato dal maestro a manipolare le persone per ottenere ciò che volevamo, avevamo imparato a soffocare i nostri sentimenti, avevamo eretto un muro talmente alto dentro di noi da non provare pietà davanti alla morte. Maneggiavamo il sangue delle nostre vittime e versavamo le droghe nel bicchiere di chi ci aveva messo al mondo con la stessa naturalezza di quando giocavamo a carte. Non ci chiedevamo se fosse giusto o sbagliato, l’importante era neutralizzare tutto quello che vedevamo come nemico. Eravamo andati veramente troppo oltre il limite dell’accettabile. O almeno, così pensavamo.
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