Storia · capitolo 13

L'apparenza

La Grande Casa di Samy


Durante la settimana successiva, il nuovo lavoro mi aiutò a scacciare dalla mente il pensiero della morte di Nahenia e di come mi sentivo. Lavoravo in una piccola ditta, il personale era composto per lo più da ragazze giovani e quindi non fu difficile fare amicizia. Quello che si rivelò davvero impegnativo fu gestire il mondo di menzogne che dovevo raccontare per nascondere la mia vera vita. Dipingevo la mia famiglia come se fosse sana e per bene, parlavo del rapporto con mia madre in termini di grande affetto e complicità e raccontavo di giornate intere passate fuori con i genitori, tra ristoranti e gite all’aria aperta. Se capitava, descrivevo perfino la mia cameretta! Una volta, durante la pausa pranzo, andammo tutte insieme in un negozio vicino alla ditta e, per continuare la mia recita, comprai un paio di lenzuola rosa con delle nuvole disegnate. Le buttai nel primo cassonetto che incontrai rientrando a casa mia, la mia vera camera non era certo quella che avevo descritto alle ragazze!

Per non essere da meno alle loro storie d’amore, dicevo di non avere un fidanzato perché ero appena uscita da una storia importante e non me la sentivo di impegnarmi nuovamente. Il fidanzato immaginario aveva anche un nome: si chiamava Diego, aveva 20 anni e io lo avevo mollato durante il suo servizio militare a Monza. Raccontavo mezze verità, come quando declinavo i loro inviti dicendo che avevo già degli impegni con la mia compagnia, un gruppo di ragazzi che viveva fuori Milano, e che spesso dormivo a casa di una delle ragazze. Le mie colleghe mi vedevano sempre ben vestita e truccata impeccabilmente, anche per andare al lavoro. Ai loro complimenti rispondevo che io senza trucco non potevo vivere e che per i consigli sui vestiti chiedevo a mia cugina che lavorava nel campo della moda. Come potevo dire che faceva tutto parte del pacchetto “apparenza” offerto da Nergal? Il bello e l’ordine piacciono e danno sicurezza, il brutto e lo sporco allontanano e creano diffidenza, e per noi ragazzi della casa era indispensabile evitare ogni possibile dubbio o sospetto.

Continuai a recitare e a rifiutare ogni invito fino al giorno della morte di Nahenia, dopo di che fui assalita dal dolore e dalla voglia di fuggire. Non potevo sopportare l’idea di trovarmi ancora in quella stanza: mi sembrava di vederla ovunque e di sentire ancora il suo profumo. E, come se non bastasse, dentro di me sentivo la curiosità di scoprire il mondo che quelle ragazze mi raccontavano: le sentivo parlare delle loro conquiste amorose e ridere delle figuracce fatte mentre erano in coda, al cinema o a un concerto. Quella spensieratezza e quella voglia di ridere io non l’avevo mai avuta. A pensarci oggi, si trattava di cose banali, forse futili, ma io non le avevo mai provate e quella gioia era contagiosa.

Così, un venerdì sera, spinta dal dolore e dalla curiosità verso il mondo esterno, decisi di non andare alla grande casa e di uscire con le mie colleghe, anche se mi truccai e mi vestii come mi aveva insegnato il maestro. Mi ritrovai così in un locale di Milano, una discoteca molto carina e ben frequentata. La musica era un mix degli anni ‘70 e ‘80, le mie colleghe si misero a ballare e io le seguii. Mi guardavo intorno e le vedevo sorridere compiaciute quando un ragazzo le guardava e cercavo di imitarle. Quella sera, tanti ragazzi mi chiesero il numero per potermi rivedere, alcuni provarono anche a baciarmi, ma io li rifiutai. Fu una splendida serata e mi trovai benissimo con le mie nuove compagne di svago: per la prima volta mi ero sentita una ragazza come le altre, accettata da quel mondo. Per la prima volta avevo potuto decidere da sola ed essere me stessa, finalmente non c’era stato nessuno che mi dicesse cosa fare o con chi ballare, e nemmeno c’erano punteggi o prove da superare. Finalmente... ma chi ero io? Ero ancora la ragazzina abusata e vittima di una famiglia violenta, con un passato di tentato suicido alle spalle? Perché di lei ormai non sapevo più niente da anni! O ero Aradia, con la sua tunica nera, brava nell’utilizzo delle erbe e della tavola ouija, tanto puntuale e precisa da essere scelta da Nergal per stabilire i programmi mensili dei sabba?

L’indomani mi alzai con più dubbi che risposte e nessuna consolazione al mio dolore. Partii presto e mi diressi verso la grande casa e, mentre ero sul mio motorino, pensavo a una giustificazione per la mia assenza della sera prima. Non ne trovai nessuna valida e mentire non sarebbe comunque servito perché Nergal ci beccava sempre. Le volte che Arimon o Bael ci avevano provato, si era alterato così tanto che vederlo in quello stato mi aveva fatto più paura che vederlo con la bocca sporca di sangue di animale. Quindi optai per la verità e, una volta arrivata in casa, andai subito nel suo studio e gli dissi tutto: della mia uscita in discoteca, dei miei dubbi sul chi fossi, della mia voglia di sentirmi normale, di provare ad amare e sentirmi amata.

Le risposte furono le stesse di sempre: noi appartenevamo al mondo dei morti e la nostra mancanza di sentimenti era un privilegio che ci rendeva immuni al dolore, alla rabbia e all’odio. Noi appartenevamo al mondo dei morti e il mondo esterno, con le sue guerre e i suoi sentimenti imperfetti, era pronto a darci la caccia ed eliminarci. Per questo là fuori avevamo sofferto e rischiato la vita, la morte di Nahenia ne era la conferma. Noi appartenevamo al regno dei morti e agivamo spinti da energie superiori, dalle forze derivanti dalla magia.

Lo ascoltavo in silenzio, le poche certezze che avevo raggiunto cominciavano a vacillare. Nergal se ne accorse e mi abbracciò, dicendomi che si aspettava grandi cose da me. Prese una chiave dal cassetto, aprì un mobile dal quale estrasse un grimorio ancora nuovo e me lo porse dicendo: «Questo sarà tuo molto presto, devi solo avere pazienza. Come adepti, non avete diritto ad un legame carnale, ma, una volta diventati maestri o cerimonieri, potrete scegliere un compagno per procreare».

Non ci furono altre conseguenze e questo mi spaventò più che il pensiero di essere punita. Anche la vista del grimorio e la promessa che presto sarebbe stato mio mi avevano fatto davvero paura. Andai in cortile per cercare gli altri e provare ad alleggerire quel peso. Il primo che vidi fu Lamashtu: era intento a tagliare il prato, ci guardammo e capii dai suoi occhi spenti che anche lui era tormentato da qualcosa. Non chiesi nulla e mi allontanai in cerca degli altri.

 

 

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