Il primo addio
Se pur fuori da ogni schema, le cose in casa sembravano procedere bene. Bael però era solito dire che il peggio è sempre dietro l’angolo, e infatti, alla fine di quell’estate, il dolore fu su di noi.
Era un venerdì sera ed eravamo tutti intenti nelle nostre faccende: all’inizio non facemmo caso al fatto che Nergal era nel suo studio e che non si fosse ancora visto in giro, lasciando che fosse Nuberus a gestire l’organizzazione della serata. Kore ed io decidemmo di andarci a cambiare e di fare una doccia prima di cena. Eravamo in camera quando Nergal entrò, si sedette sul letto e ci fece cenno di sederci a fianco a lui: Kore era in accappatoio e io in biancheria, ma non era insolito per noi mostrarci svestite, sapevamo che non ci avrebbe mai toccato né fatto del male. Quella sera, però, quello che ci disse ci ferì più di una pugnalata. Sentivo il pianto di Kore e il rumore degli oggetti che lanciava con rabbia contro le mura della stanza, ma non potevo muovermi.
Un enorme macigno era crollato su di me, avrei voluto correre da lei, stringerla, darle conforto, ma come potevo? E poi, chi avrebbe consolato me? Chi avrebbe tolto quel masso dalla mia testa? Era da molto tempo che non piangevo e ora sentivo le lacrime scendere lungo il viso. Arrivarono i ragazzi attirati dalle urla di Kore e crollarono anche loro, uno ad uno. Le parole ripetute da Nergal creavano come una eco nella stanza e il dolore avvolse tutto e tutti: Nahenia non c’era più. Un incidente con il motorino, il casco mai messo perché sciupa i capelli. Il destino l’aveva portata via.
Proprio lei, con la sua sfrontatezza, la sua arroganza, il suo voler fottere il mondo e quei maledetti depravati dei suoi clienti, non era riuscita a ingannare la morte. E noi, beh! Noi non eravamo nemmeno riusciti a dirle addio e mai l’avremmo fatto, perché non sapevamo chi fosse Nahenia né dove abitasse. Di lei, sapevamo solo che faceva la prostituta, e non per scelta, e che era la migliore a dosare l’eparina di litio. Non conoscevamo il nome di sua madre o di sua sorella, però sapevamo che il suo sorriso illuminava le nostre cene e che, quando era arrabbiata per quello che i clienti le facevano, era meglio lasciarla da sola. Prima o poi lei tornava, tutta ripulita con il suo pigiama colorato, strizzava l’occhio e sorridendo diceva: «Dai, stronzetta, ci facciamo una cioccolata?». Nahenia sapeva ridere del dolore e, quando lo faceva, la stanza si riempiva di luce, eppure di lei non sapevamo nemmeno il nome.
Quella notte sembrò non passare mai, nessuno di noi riuscì a dormire. Restammo tutti in soggiorno a guardare un film, ma in realtà ci limitammo a fissare lo schermo. La mattina seguente, ognuno di noi si dedicò alle proprie mansioni senza parlare e senza più piangere. Mettemmo in pratica quello che sapevamo fare meglio: staccarci dalla realtà e dalle nostre emozioni. Questa era la nostra arma di difesa dal dolore, ma non era stato il maestro a insegnarcela, bensì i mondi da cui venivamo. Per molto tempo mi ero illusa di essermi sanata e invece eccolo lì: il muro dell’indifferenza e dell’inespressività riappariva davanti al primo dolore. Mi arrabbiai con me stessa e mi chiusi in camera. Volevo piangere ma non ci riuscivo, volevo sentire ancora quel dolore nel petto ma nulla, c’era solo calma piatta. Quel fine settimana passò così, nel segno dell’indifferenza degli uni verso gli altri.
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