La primavera
Da quella sera in avanti, i sabba seguirono lo svolgimento tradizionale con il sacrificio degli animali che il maestro ci faceva trovare in cantina senza dirci da dove arrivassero (cani, gatti, galli, polli, conigli o altri, sempre di piccola taglia, secondo la disponibilità). L’animale da sacrificare, una volta sedato ma non addormentato, veniva posizionato sopra una tavola di legno di cedro o di sandalo e poi veniva inciso con un taglio poco profondo sulla giugulare, in modo da consentire una lenta fuoriuscita di sangue. Quest’ultimo, infatti, a parte la quantità necessaria a riempire il calice del maestro, doveva essere raccolto e poi congelato in appositi contenitori con l’aggiunta di eparina di litio per evitare la cascata di coagulazione. Mentre la povera bestia si dissanguava lentamente, il maestro recitava delle preghiere e, poco prima che il velo della morte scendesse sugli occhi dell’animale, l’adepto prescelto secondo i turni stabiliti da Nergal doveva aprire il petto dell’animale con il suo athamè ed estrarne il cuore ancora pulsante. Sabba dopo sabba, diventammo sempre più bravi e anche più precisi nell’incidere ed estrarre il cuore completamente integro. Questo passaggio era il più delicato, perché bisognava saper scegliere esattamente il momento dell’incisione, un attimo prima dell’ultimo battito del cuore della bestiola. Arimon diceva sempre che quello era il momento in cui si vede il soffio della vita che vola via e che noi eravamo ladri di anime. Col tempo, capii che aveva ragione.
I sabba richiedevano ore di preparazione: dovevamo scegliere gli incensi e le resine adatte, sistemare i candelabri con le candele, lucidare il calice adatto e l’athamè, preparare il calderone e i contenitori che avrebbero conservato gli organi e il sangue, disegnare il pentacolo e spargere la terra lungo i suoi bordi. In questa fase, non sapevamo ancora nulla del significato e della provenienza di quel terreno, lo usavamo così come il maestro ce lo consegnava, senza pensarci troppo né fare domande. Dovevamo anche lavare e preparare l’animale per la cerimonia, tosando le parti da incidere e ungendolo con gli oli, e calcolare il giusto quantitativo di anestetico. Durante queste procedure, era vietato parlare, sorridere, piangere o anche solo commentare. Per qualsiasi dubbio o domanda, si andava dal maestro o dal capo cerimoniere, Nuberus.
Non vi era condizione climatica che potesse fermare la cerimonia: che facesse freddo, nevicasse o piovesse, noi eravamo lì nel giardino dietro la casa, con indosso solo la tunica, e, quando tutto era pronto, il maestro usciva dalla biblioteca e dava il segnale di avvio. Ci si disponeva allora in cerchio e iniziavano il giro della candela e la preghiera di evocazione del demone a cui era dedicato il sabba, tra il fumo degli incensi e delle resine bruciate e l’eco di vari mantra. Al segnale convenuto, l’adepto si staccava dal cerchio e si collocava al centro del pentacolo, dove era già stato disposto l’animale, e iniziava il rito del sacrificio. Poi porgeva il calice con il sangue al maestro, il quale beveva la sua parte e lasciava nella coppa una piccola quantità di sangue, che l’adepto stesso doveva usare per incidere delle croci rovesciate sulle nostre fronti. Una volta terminata la cerimonia, si poteva rientrare in casa.
Un giorno di primavera, Marbas, vedendo Behemot molto insofferente al termine di un sabba, propose di fare festa e di metterci a ballare. Nergal non si oppose, anzi considerò quella un’idea eccellente e si unì a noi. Così, tolte le tuniche, con indosso solamente la biancheria intima e con il viso ancora sporco di sangue, accendemmo lo stereo e iniziammo a ballare sulle note di Madonna e di Michael Jackson. Arimon rise e saltò imitando le scimmie; Lamashtu iniziò un trenino tirandosi dietro Astaroth e Kore; Nahenia ed io ci abbracciammo e improvvisammo a modo nostro un tango. Andammo avanti a ballare per ore finché non crollammo esausti, chi sul divano, chi a terra. Da quel momento, ballare alla fine della cerimonia divenne una prassi: in quei balli, ci sembrava di poter raggiungere la spensieratezza e la leggerezza che vedevamo sui volti dei ragazzi “normali”, quelli che incontravamo fuori dalla grande casa. E invece, carichi di adrenalina, non ci rendevamo conto di quanto stavamo sprofondando: piano piano, i nostri occhi diventavano sempre più assuefatti alla vista del sangue e le nostre menti sempre meno consapevoli di quello che facevamo. Fino al giorno in cui, a ballare, ci furono solo delle sagome insanguinate e inanimate
In quella primavera cambiarono molte cose per me, e anche la situazione al lavoro sembrava essere ormai sotto controllo: di tanto in tanto, infatti, mettevo nel piatto del titolare alcune gocce per inibire i suoi desideri morbosi, come mi aveva suggerito Nergal. Eppure, sentivo che non era abbastanza, che dovevo andarmene da quel ristorante e chiesi al maestro alcuni suggerimenti su come affrontare la situazione e comunicare a mia madre la mia decisione. Il primo passo fu trovarmi un nuovo lavoro e non ci misi molto. Nergal ci aveva insegnato a rapportarci con il mondo esterno e fingerci “normali” e, ormai, vivevamo indossando una maschera di tranquillità e cordialità. Faceva tutto parte del nostro segreto: chi ci vedeva da fuori non vedeva più dei disadattati ma dei ragazzi educati, sorridenti e ben vestiti. Nel giro di qualche settimana, infatti, riuscii a fissare un colloquio con una ditta di assemblaggio di materiali di elettronica. Di nuovo, Nergal mi aiutò sia nella scelta dell’abbigliamento che nella preparazione del colloquio e, per farlo, ci ritagliammo del tempo fuori dai momenti in gruppo.
Confesso che ne fui molto emozionata, perché speravo che da quei momenti da soli potesse nascere qualcosa di più, mentre invece, al contrario, sembrava che portassero Nergal a essere più freddo e distaccato. Allora cominciai ad evitare di guardarlo negli occhi, mi concentrai solo sul fatto che volevo a tutti costi ottenere il nuovo lavoro e, alla fine della terza giornata di prove, mi sentii pronta anche a parlare con mia madre. Se non fossi riuscita a farglielo accettare con le buone, l’unica alternativa sarebbe stata un cocktail di gocce per renderla inoffensiva ma, fortunatamente, non ce ne fu bisogno: le proposi la metà del nuovo stipendio come prezzo per la mia libertà e questo fu ben accettato, visto il vizio del gioco che, sia lei sia il suo compagno, avevano da qualche anno. Dopo una settimana iniziai il nuovo lavoro e, nel giro di un mese, riuscii anche a comperare un motorino! Fu un vero successo: raggiunsi la mia autonomia e un po’ di libertà e questo mi fece sentire per la prima volta bene con me stessa.
Anche alcuni dei ragazzi trovarono lavoro in quella primavera e riuscirono a rendersi autonomi negli spostamenti, chi acquistando una macchina usata, chi recuperando un vecchio motorino. Visti i cambiamenti e gli impegni lavorativi a cui tutti a poco a poco ci stavamo vincolando, decidemmo di riorganizzare gli orari per gli incontri: pianificammo di trovarci una sera alla settimana e dei week-end prestabiliti. Nergal restò comunque intransigente sui giorni dei sabba e dei rituali: non importava che lavorassimo o meno, quei giorni non si potevano cambiare e, a tutti i costi, dovevamo fare in modo di essere presenti e puntuali. Programmammo anche di passare le vacanze estive tutti insieme nella grande casa. In quei quindici giorni ci dedicammo a coltivare piante, studiare le fasi lunari, imparare l’uso della tavola ouija (non si sa mai... potevamo dover fare delle sedute spiritiche!) e delle bambole vudù, che costruivamo personalmente.
Kore si dimostrò la migliore in questo, anche se Nergal non apprezzò l’idea del fiocco che applicava come suo tocco personale. La ragazza sosteneva che, come i serial killer, anche lei voleva lasciare una firma sulle sue “vudùine” – così le aveva soprannominate – e il maestro rispondeva che era proprio grazie a quei distintivi se la polizia era in grado di trovare i criminali. Andavano avanti per ore a discutere e alla fine Nergal se ne andava con aria minacciosa, dicendole: «Se metti il fiocco anche sulle mie, gli do fuoco». Kore, testarda, continuava a fare le “bambole con i fiocchi”, fino al giorno in cui le trovò tutte bruciate.
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