Le prime esperienze
Le tuniche erano molto semplici e non vi era differenza tra quelle da donna e quelle da uomo: entrambe arrivavano fin sotto il ginocchio, erano a maniche lunghe, avevano un cappuccio e una piccola tasca sul fianco sinistro dove inserire il pugnale (che ci venne regalato poi, al nostro primo sabba); non avevano aperture, ma si infilavano dalla testa ed erano di raso nero, anche se non c’erano etichette che ne indicassero la composizione o la provenienza. Le tuniche erano destinate alle riunioni e ai rituali e, anche per indossarle, c’era una preparazione particolare: innanzitutto, sotto la tunica non potevamo mettere vestiti, ma solo biancheria intima e, inoltre, dovevamo indossarla tutti insieme dopo esserci messi in cerchio, mano nella mano. A quel punto, Nergal recitava la preghiera iniziale e faceva girare la candela tra tutti noi e, quando alla fine la posava al centro del cerchio, potevamo svestirci e mettere la tunica. Ormai, spogliarci gli uni davanti agli altri non ci imbarazzava più: tra noi vi era un legame di fiducia, quasi di fratellanza.
In quella nuova condizione, tutti avevamo percepito una sensazione di cambiamento profondo, ma non sapevamo a cosa attribuirlo. Lentamente, dentro di noi stavamo cambiando: qualcuno se ne rendeva conto mentre altri non erano ancora in grado di realizzarlo. Kore, Lamashtu ed io non ne parlavamo apertamente, perché era vietato esprimere dubbi o perplessità tra noi, ma io vedevo nei loro occhi la mia stessa tristezza e la malinconia di qualcosa che non c’era più. La tunica però svolgeva bene il suo compito e, una volta indossata, ci rendeva tutti uguali e quella sensazione indescrivibile per un po’ scompariva.
In questa seconda fase nella grande casa, la nostra formazione continuò con lo studio delle erbe officinali sia per uso curativo che esoterico. Iniziammo a trattare erbe di tutti i tipi e imparammo a usarle a seconda delle necessità. Vi erano le erbe più comuni, da cui estrarre sciroppi per la tosse o infusi per curare malanni stagionali (ad esempio il tarassaco per il mal di gola, l’alloro o il timo per la tosse, la melissa per la digestione, il verbasco per il raffreddore, la verbena per curare le ferite), e quelle meno note ma più pericolose e potenzialmente tossiche:
• la mandragora, dalle cui radici realizzavamo degli amuleti da indossare durante i rituali per propiziarci successo e denaro; era anche un buon analgesico che noi ragazze utilizzavamo contro i dolori mestruali;
• la cicuta, da cui si estrae la coniina, un liquido trasparente e oleoso con un odore pessimo simile a urina di topo e altamente irritante per la pelle e le mucose; come è noto, ha la capacità di provocare una paralisi sia centrale che periferica e può causare la morte di una persona;
• il papavero messicano, con il quale, dalle radici e dalla linfa gelatinosa, si possono produrre sostanze analgesiche e anestetiche, ma anche forti narcotici;
• l’aconito napello, che può essere usato per produrre una sostanza allucinogena;
• la mordigallina, che viene usata come decotto o impacco sulla pelle per cicatrizzare le ferite e curare ulcere e verruche;
• la fumaria officinale, che essiccavamo e bruciavamo come protezione dalle energie negative e per la sua funzione depurativa del fegato e della pelle;
• la pilosella, con le cui foglie si produce un infuso rilassante e ottimo per rinforzare la vista, era utile per noi anche per creare incantesimi di protezione;
• il giusquiamo bianco, il cui olio ha un potentissimo effetto narcotico.
La maggior parte delle piante arrivava dall’esterno già nella formulazione necessaria, ma alcune venivano coltivate e trattate da noi. C’erano piccole serre per far crescere le piante che non potevano sopravvivere nel nostro territorio e un laboratorio per la lavorazione delle erbe. Dopo la raccolta, l’essiccazione poteva avvenire al sole o per mezzo di lampade potenti. La produzione degli oli essenziali richiedeva una lavorazione lunga per mezzo di bollitori, ampolle e appositi estrattori, il tutto conservato nella stanza adibita a laboratorio dove c’erano anche le dispense per conservare sia le erbe essiccate che quelle in trattamento e i prodotti finali delle lavorazioni. Durante i primi tentativi, alcuni incidenti di percorso dovuti alla nostra inesperienza, come le esplosioni di ampolle, ci procurarono ferite e scottature.
Mi ricordo che, una volta, Kore si era dimenticata di mettere i guanti e, toccando proprio una delle ampolle, si procurò un’ustione neanche troppo estesa, ma urlava a raffica una serie di imprecazioni che non credo di aver mai più sentito nella mia vita! Ovviamente, non fu necessario ricorrere a cure esterne perché avevamo a disposizione unguenti di ogni tipo. Nelle dispense, tutto era etichettato in maniera precisa e ordinata e noi dovevamo essere meticolosi e attenti nella conservazione dei barattoli. Astaroth si dimostrò il migliore tra noi e Nergal ne rimase talmente affascinato che gli diede il compito di catalogare l’inventario della casa.
Il passo successivo fu imparare l’allestimento per le varie cerimonie: disegnare un pentacolo nel cerchio, collocare correttamente le candele con i loro porta candele in base al rito da compiere (rosse per i rituali semplici e nere per i sabba), preparare i turiboli con i diversi incensi nei vari angoli della stanza o nei quattro punti cardinali del giardino, procurare i talismani e tante altre attività che dipendevano dal tipo di cerimonia. I rituali semplici, quelli legati alla ricorrenza delle fasi lunari o dei cambi di stagione, avevano un calendario fisso da rispettare rigorosamente, si svolgevano nel giardino di casa ed erano anche piacevoli, perché promuovevano la connessione con uno dei cinque elementi: terra - Saturno, metallo - Venere, acqua - Mercurio, legno - Giove e fuoco - Marte. In queste cerimonie, venivano purificati o rigenerati i talismani creati nei giorni precedenti, per richiedere protezione o fortuna.
Nel caso dei sabba, che sono considerati incontri celebrativi in cui si praticano riti di magia nera, dovevamo preparare il grimorio, l’oggetto più sacro, e collocarlo al centro del pentacolo. Si tratta di un libro nel quale sono riportate le formule dei vari riti, una sorta di prontuario, a cui solo il maestro di queste arti ha accesso e dal quale non si separa mai nemmeno in punto di morte: tradizione vuole, infatti, che il libro venga sepolto con il corpo del suo proprietario oppure, in caso di impossibilità, che venga bruciato. Nessuno di noi poteva leggere e nemmeno toccare il grimorio di Nergal, che era custodito sottochiave nella biblioteca, a parte il capo cerimoniere, cioè Nuberus, che era autorizzato solo a portarlo al centro del pentacolo. Poi dovevamo preparare anche il calderone, che avrebbe contenuto le parti degli animali sacrificati, il calice del Maestro, che variava in base alla divinità e allo scopo della cerimonia, e l’athamè, il pugnale. Queste cerimonie, infatti, praticate per evocare o celebrare delle divinità legate agli inferi, erano suggellate da un sacrificio di sangue, e anche il nostro primo sabba da neo-adepti non fece eccezione.
Quella sera, prima di indossare la tunica, Nergal prelevò a tutti del sangue con una siringa: una parte venne congelata e il resto venne versato in un calice e bevuto a turno, sia da noi sia dal maestro. Da quel momento, tutti eravamo uniti gli uni agli altri dal sangue, e, con il sangue, tutti avremmo difeso e nutrito il nostro maestro.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness