Capitolo 1
Petali portati dal vento
Ogni mattina Luigi si svegliava presto, all’alba.
Si alzava, si lavava la faccia e le mani in un vecchio catino color ruggine che stava ai piedi del letto e si guardava allo specchio appeso alla parete. In realtà non si specchiava, si scrutava con attenzione per cercare di riconoscersi ma stentava a farlo. Troppi anni erano passati. Il suo volto era sempre più scavato e i pochi capelli rimasti lo facevano sembrare molto più vecchio dei suoi trent’anni. Era sempre più magro e ogni giorno stringeva la corda affinché i pantaloni non scendessero sotto le ginocchia impedendogli di camminare. Poi usciva dalla stanza che da anni divideva con altre persone di cui neanche conosceva i nomi e andava in giardino, vicino alla grande acacia. Si sedeva sulla panchina di legno consumato dal tempo e stava immobile per ore, con lo sguardo fisso verso il campanile del paese, oltre all’alto muro di pietra che circondava lo stabile, oltre al possente cancello di ferro sempre chiuso con una vecchia catena e con un grande lucchetto.
Luigi stava seduto da solo, lontano da tutti, con le braccia a penzoloni e gli occhi aperti.
Sembrava assente, sembrava essere altrove. Forse lo era veramente o forse sognava di esserlo. Con il viso corrucciato di chi sfida il sole cercava a fatica di ricordare, tentava di ricomporre i pezzi per ricostruire la propria vita, quella vita che gli era stata rubata e che, ancora piccolo, lo aveva strappato dalle mani di sua madre e lo aveva portato a vivere in quella prigione.
Solo, lontano dai suoi fratelli e da tutti gli affetti.
Sua madre quel giorno piangeva. Luigi ricordava bene le sue lacrime calde che scendevano a fiumi dagli occhi mentre baciava le sue mani, il suo viso, mentre gli accarezzava i capelli. Lacrime che bagnavano anche la valigia di cartone preparata in fretta per lui. Sua madre piangeva mentre quei demoni vestiti di bianco lo prendevano e lo caricavano su una macchina nera come la notte più buia.
Aveva solamente sei anni e aveva appena iniziato la scuola. Era successo così, di cadere per terra e di non avere la forza di rialzarsi, di non riuscire a pronunciare le parole, di sbarrare gli occhi e all’improvviso di trovarsi con la bava alla bocca. ll medico del paese aveva diagnosticato una forma di epilessia che probabilmente sarebbe scomparsa con la crescita ma, Don Giustino, durante l’omelia dal pulpito della chiesa aveva parlato di demonio. Luigi era posseduto, doveva ritrovare la giusta via, doveva scacciare il demonio da sé e incontrare Dio.
Doveva essere allontanato e rinchiuso in un posto sicuro.
Doveva andare in collina, nella casa della Misericordia dove persone esperte si sarebbero prese cura di lui e, una volta guarito, sarebbe potuto rientrare a casa.
Luigi si chiedeva continuamente cosa avesse fatto di male. Era stato cattivo? Era stato disubbidiente? Aveva picchiato qualcuno? Di sicuro aveva fatto qualcosa di brutto, di sicuro se l’era meritato altrimenti la mamma non lo avrebbe lasciato andare via. Quanto sarebbe durata la punizione? All’inizio, quando lo avevano portato via, aveva contato le ore, i giorni ma poi il tempo si era talmente allungato e dilatato da confonderlo, da non riuscire più a fermarlo.
Ricordava tutto, aveva paura di dimenticare; voleva ricordare, ma più il tempo passava e più le immagini perdevano i colori, si sfuocavano e i visi delle persone si allungavano e si deformavano, le voci si affievolivano.
Con il trascorrere degli anni anche il viso di sua madre diventò sfuocato. Luigi non poteva permettere che succedesse, non lo voleva. Era geloso dei suoi ricordi.
Sua madre era bella, era giovane, minuta, aveva i capelli color della notte che luccicavano come se fossero abitati dalle stelle; le sue mani profumavano di bucato, di latte, di pane appena sfornato.
Come sarebbe stata adesso?
Quando erano venuti a prenderlo Luigi era piccolino, gracile, con i capelli colore del grano, era pallido, era spesso malato, aveva sempre gli occhi arrossati e la febbre molto alta.
Seduto su quella panchina sotto l’acacia di tanto in tanto si portava le mani sulla faccia, faceva scorrere le dita sulla pelle, si studiava, cercava di riconoscersi, ma non ci riusciva. Il volto era scavato, così magro da mettere in risalto solo i denti, i capelli erano diventati fini, avevano perso il loro colore e gli spazi tra un capello e l’altro erano diventati sempre più marcati e parevano sentieri su cui lasciare scorrere le dita.
C’erano tante persone in quel posto, uomini, donne, bambini, vecchi. Nessuno sembrava conoscere gli altri, nessuno parlava con gli altri e tutti, o quasi, parlavano da soli. Oppure parlavano al vento, alla pioggia, al sole, parlavano a un lavandino, ad un pezzo di pane e parlavano a voce alta. Luigi si portava le mani alle orecchie per non sentirli e cercava un nascondiglio sicuro, sotto un tavolo, dentro ad un armadio, dietro ad una di quelle grandi tende scure che spesso nascondevano la luce del sole e facevano arrivare la notte prima del tempo.
Aveva paura Luigi, guardava tutta quella gente con sgomento, terrore, rabbia, compassione. Stavano male? Soffrivano? Avevano perso le loro famiglie? Perché erano tutti lì? Ma soprattutto, perché lui era lì?
Tra loro c’erano altre persone, vestite di bianco, che scherzavano, ridevano, fumavano, sembravano felici della sofferenza di Luigi e dei suoi compagni o forse non gliene importava nulla. Ogni tanto si avvicinavano a qualcuno, lo prendevano con la forza, lo trascinavano via oppure lo sollevavano e lo portavano in quella stanza, oltre quella porta bianca con una Croce Rossa disegnata.
La croce era talmente rossa che sembrava disegnata con il sangue. Chi entrava in quella stanza urlava, piangeva, chiamava nomi che un giorno erano stati familiari, chiamava la mamma. Tutti chiamavano la mamma, non importa che età avessero, e Luigi spesso si chiedeva perché nessuno chiamasse mai il papà.
Da quella stanza usciva un odore forte di bruciato misto all’odore aspro del sangue e a quello nauseabondo del vomito e degli escrementi.
Era un medico senza capelli e con gli occhiali spessi aiutato da due o tre grassi e sudaticci a praticare l’elettroshock. Una scarica di corrente alternata che veniva fatta passare tra due elettrodi applicati alle tempie che causava attacchi epilettici e convulsioni a chi lo subiva.
Era la stanza della paura e nessuno voleva entrarci. Quando gli scagnozzi del medico passavano in cortile, nelle camerate o in cucina in cerca di cavie da sottoporre alla terapia, calava il silenzio. Nessuno urlava o cantava più, tutti tremavano e si facevano il più piccoli possibili nella speranza che il prescelto fosse qualcun altro.
Luigi in quella stanza c’era entrato alcune volte e aveva visto il sorriso beffardo del medico, lo aveva ascoltato mentre gli diceva che doveva stare tranquillo, che non gli sarebbe successo nulla di male, che lo avrebbero aiutato a stare meglio, a tornare a casa, a rivedere sua madre.
Il bastardo rideva mentre la corrente faceva contorcere Luigi, lo faceva tremare come le fronde degli alberi durante una bufera, lo faceva svenire, riprendersi e svenire di nuovo. Luigi sentiva lo stomaco girare su sé stesso, piegarsi, gonfiarsi, sentiva il sangue bollire e poi diventare freddo; cominciava a sudare, ad avere caldo e contemporaneamente a sentire i brividi. Disteso sul lettino di ferro il suo corpo sussultava e solo le spesse cinghie di cuoio che gli legavano le mani e le caviglie gli impedivano di cadere.
Si chiedeva il perché, ma più la corrente devastava il suo corpo e la sua mente e meno riusciva a trovare le risposte. Finché sveniva
Quando si risvegliava nel suo letto, le lenzuola erano sporche di sangue, escrementi e resti di cibo. Il malessere durava alcune ore, poi Luigi si alzava e barcollando, affamato d’aria andava a sedersi su quella panchina sotto l’acacia.
Il suo rifugio, l’unico modo per essere altrove, lontano da tutta quella paura, da tutto quello schifo, da tutto quel dolore.
Da quella panchina Luigi tenendo gli occhi ben chiusi, riusciva a sentire ancora il profumo di sua madre, riusciva ad immaginare di essere a casa, nel suo letto con il materasso di foglie di pannocchia, riusciva a vedere i suoi fratelli e a giocare a nascondino assieme a loro.
Dalla sua panchina Luigi vedeva le stagioni cambiare. L’acacia rimaneva sempre verde, anche in inverno, anche quando la neve ricopriva ogni singola foglia. La neve riusciva a stupirlo, cadeva durante la notte e al mattino gli alberi e i tetti erano tutti candidi.
La primavera era un vero incanto; la grande acacia si riempiva di fiorellini bianchi e sembrava una cascata di diamanti. Ogni tanto il vento si divertiva a giocare con i suoi fiori, ne strappava alcuni e il cielo si riempiva di piccoli petali bianchi. Era uno splendore vederli volteggiare, adagiarsi, cadere, rialzarsi, riprendere il volo, cercare la loro strada in balia del vento.
Luigi pensava che ogni singolo petalo un giorno sarebbe tornato perché si torna sempre dove si è nati. Si torna da chi si ama. Sperava che un giorno sarebbe arrivato anche per lui il soffio giusto e sarebbe volato via da lì.
Anche per lui sarebbe arrivato quell’ improvviso soffio di vento che lo avrebbe portato vicino al sole oppure dentro l'uragano più nero, forse gli avrebbe fatto attraversare aridi deserti o oceani infiniti, oppure volando tra le stelle e sopra prati pieni di fiori colorati sarebbe semplicemente tornato da sua madre.
Sua madre non tornò mai a prenderlo e nessuno dei suoi fratelli venne mai a cercarlo.
Luigi, seduto sulla panchina sotto l’acacia, non smise mai di sperare di essere un petalo di fiori d’acacia trasportato dal vento fino ad arrivare alla sua casa
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