Capitolo 1
IL FESTIVAL DELLE BALENE
“Dai, fammi venire con te, ti prego!”
“Sono balene, mica squali! Cosa ti aspetti, che stiano lì a nuotare per fatti propri? Se una di loro respira a bocca aperta ti risucchia, sei grande come un suo dente, ti scambierà per del plancton!”.
“Non sono piccola, ho otto anni!” rispose Efia piagnucolando “Ti prometto che ti starò sempre vicina” e la guardò con occhi supplicanti e il labbro tremolante.
“Agh, va bene” brontolò Farah “Ma se mi lasci la coda anche per un solo attimo, sarò io a mangiarti.”
Contentissima di poter finalmente assistere allo spettacolo, Efia andò a prepararsi il più in fretta possibile, prima che sua sorella cambiasse idea.
Quella mattina avrebbe avuto inizio la migrazione delle balenottere azzurre. Dalla costa dell’est, sulla quale si affacciava il piccolo villaggio di Efia e Farah, ogni anno si poteva assistere al passaggio di grandi gruppi di balene che si spostavano verso i poli per trovare acque più fredde. Lo spettacolo attirava tutti gli umani-pesce della zona e anche qualche terrestre particolarmente interessato.
La strada che portava alla costa Efia la percorse saltellando e facendo domande a cui Farah non sapeva precisamente cosa rispondere.
“Quanto sarà profondo il mare in cui andremo? Secondo te quante balene vedremo? Ci saranno gli squali pinna bianca? Sai, loro nuotano a 40 metri di profondità.”
Farah voltò la testa nella sua direzione, lanciandole un'occhiata di traverso.
“Beh, se ci saranno, sarà difficile non notarli.” le rispose quasi urlando per superare il trambusto.
Il villaggio era, infatti, gremito di visitatori. Ognuna delle tipiche case di bambù era decorata con festoni e luci, e lungo la strada principale erano state allestite bancarelle con ogni genere di souvenir. Da piccole balene in legno a copricapi a forma di sfiatatoio, con tanto di acqua che spruzzava all'insù, fino a ciondoli, portachiavi e ciotole, tutto era rigorosamente a forma di balena.
Per le due fu inevitabile fermarsi ad assaggiare tutte le leccornie che la costa offriva, vongole fresche e molluschi conditi con ogni salsa, patate fritte in pastella, dolci al mango e al cocco. Arrivarono alla costa con la pancia piena.
Ad attenderle c'era la dolce voce di Alvea, che richiamò la loro attenzione ed Efia si precipitò subito ad abbracciare l’anziana signora che si prendeva cura di lei in assenza di Farah.
“Oh hai convinto tua sorella a portarti con noi!” la salutò Alvea, poi aggiunse in tono allegro “Tu hai mai incontrato Grant?” e indicò con il braccio un uomo alla sua destra.
Efia non lo aveva mai visto al villaggio, ma Farah sembrava conoscerlo. L’accompagnatore, altrettanto entusiasta, portava al petto una targhetta con scritto ranger, e ben presto Efia capì che era grazie a lui se quel giorno avrebbero visto le balene da un’angolazione speciale, ma ‘pericolosa’, o almeno così le aveva detto sua sorella.
Il ranger le si presentò stringendole la mano, cosa che di solito gli adulti non facevano con lei. “Sono Grant” le disse, masticando fili di alghe rinsecchite.
“Che mastichi?” chiese Efia stringendogli la mano a sua volta ma con un’espressione sul volto che lasciava trasparire tutto il suo ribrezzo.
“Il Cuore del Pacifico, le migliori alghe della barriera, niente concimi, niente conservanti, le coltivo io, sai. Vuoi vedere?”
“Oh no” si intromise Farah “Faremo tardi così.”
“Devo comunque lasciare la sedia” rispose Grant “Non ci posso nuotare con questa attaccata alla coda.”
Farah era stata spesso a casa di Grant, la considerava la più bella del villaggio e presto Efia capì il perché. La struttura era sia dentro che fuori dall’acqua. Mensole e sportelli che contenevano cibo asciutto erano retti da grossi tronchi bitorzoluti che si ergevano dal terreno sabbioso, così come la superficie del tavolo rotondo al centro dell’unica stanza che componeva l’intera casa.
Il camino e il letto, invece, erano attaccati alle pareti, a pelo dell’acqua.
Tutto il resto si trovava nella parte sommersa, insieme a una splendida coltivazione di alghe commestibili. Sui muri, sia sommersi che non, c’erano finestre rotonde che fungevano anche da ingressi.
“Non mi aspettavo nulla di meno da te Grant, questa casa è bellissima, hai adattato tutto alle tue necessità” si complimentò Alvea, seduta su uno sgabello galleggiante che le lasciava le gambe e la coda a mollo.
“Ci ho lavorato per tutto l’inverno. Hai avuto una stagione piena anche tu immagino, non sei mai venuta a trovarmi” le rispose lui.
“Oh, quest’anno ne ho avute di cozze da sbucciare, la costa è sempre più affollata negli ultimi tempi…”.
Efia li ascoltava distrattamente, i discorsi da adulti erano sempre un ‘lavoro di qua, lavoro di là’, non avevano mai nulla di meglio da fare quelli?
“Partiamo?” esclamò.
“Partiamo subito, piccola!” La assecondò Grant.
Attraversarono a nuoto la barriera dove l’acqua era troppo bassa per i grandi predatori. Lì Farah le permetteva di scorrazzare senza troppe restrizioni, anzi, nuotarono insieme coordinando le bracciate e facendo capriole, creando una coreografia che in poco tempo si trasformò in un gioco a nascondino tra la fitta vegetazione di coralli.
“Occhio pesce pietra!” Grant le interruppe lanciandosi in mezzo a loro.
A Efia sembrò che nuotasse veloce come un pesce vela, quasi non lo vide arrivare. Spintonò Farah un secondo prima che lei potesse calpestare il pesce, perfettamente mimetizzato con il fondale.
“Stavo per camminarci sopra, mi avrebbe punto! Grazie, Grant” disse lei scostandosi i capelli che le erano finiti sul volto. “Che ci fa un pesce pietra qui? So che vivono più a sud.”
“Con questo clima così caldo è difficile capire dove abitano ora gli animali” le rispose Alvea in tono amaro “Ho visto tartarughe deporre le uova a marzo quest’anno.”
Efia si avvicinò per guardare il pesce pietra più da vicino, era la prima volta che ne vedeva uno dal vivo. “Sembra imbronciato” sghignazzò osservando la bocca all’ingiù del pesce disteso sul fondale.
“Lo sai da dove viene il veleno?” le chiese Grant, ora accovacciato al suo fianco ad osservare il pesce.
“Sì!” rispose Efia fieramente. “Dalle ghiandole!” e indicò un punto sotto la pinna dorsale del tozzo pesce con la pelle piena di escrescenze, quasi incrostata.
“Oh, sei un’esperta! Come lo sai?” chiese lui, con il volto sorpreso dall'arguta risposta della bambina.
“È davvero un’esperta” disse Farah afferrando la testa di Efia e scuotendola affettuosamente “Legge libri e guarda un sacco di documentari, sa cose strane su ogni animale. Perché non racconti a questi due del famigerato ‘pesce macropinna’? Era il suo preferito! Non parlava d’altro qualche tempo fa.”
Efia fu felice di scoprire che anche il ranger sapeva un sacco di storie sugli animali grazie al suo lavoro. Stavolta, però, sentire parlare di lavoro non la annoiò come quando Alvea si lamentava delle sue vendite; il ranger, inoltre, non si lagnava delle giornate faticose come aveva sentito fare Farah così spesso, ma le descriveva come ‘un’avventura per ogni giorno in mare’.
“Allora anche io voglio fare la ranger da grande!” disse a Grant.
“Ti inizio a insegnare il mestiere da domani” le rispose lui sorridendole.
Le piaceva Grant, non la trattava come una bambina, non le diceva ‘attenta, è pericoloso’ ad ogni pinnata e, in più, era agile, nuotava più veloce di chiunque altro lei avesse mai visto.
Solo una volta arrivati in mare aperto Efia si fece più silenziosa; come era consuetudine per i più piccoli, non si era mai avventurata fin lì.
Il mare senza la barriera corallina a proteggerli, sembrava infinitamente profondo. Nuotando a pancia in giù, Efia cercò di distinguere cosa ci fosse sul fondale buio, senza riuscirci.
“Non preoccuparti” disse Alvea nuotando a dorso poco sotto di lei “Noi non andremo lì sotto. Nuotiamo vicino alla superficie e il punto di arrivo è poco distante dalla barriera. Non guardare troppo in basso o ti verranno le vertigini.”
“Ci siamo quasi!” urlò Grant, che nuotava davanti a tutti, abituato a fare quel percorso quasi ogni giorno. “Ci sediamo su quelle rocce lì sotto, così possiamo vedere le balene mentre fanno la curva.”
“Ma comunque ad un'appropriata distanza di sicurezza” aggiunse Farah in tono rigoroso e compiaciuto.
“Appropriata distanza di sicurezza” le fece il verso Efia, scimmiottando il modo in cui Farah tendeva il mento in avanti.
La cosa le costò un monologo sull'importanza di rispettare gli altri animali e i loro spazi, e sulla pericolosità di non capire che, per quanto innocui, teneri, morbidi o pelosetti fossero, restavano pur sempre animali “Vite da rispettare, come la tua, capisci.”
Sapeva che Farah aveva ragione, anche se non voleva dargliela troppo a vedere, ma quanto avrebbe voluto cavalcare sul dorso di quella prima balena che nuotò di fronte a loro, lenta e impassibile davanti allo stupore dei quattro. Si immaginò attaccata come un granchio sul fianco del cetaceo, che non si sarebbe nemmeno accorto di lei, ma che in pochissimo tempo l’avrebbe portata a esplorare i mari ghiacciati dei poli, così immensamente distanti dal suo villaggio.
“Sessantacinque anni suonati e non mi sono mai persa una migrazione!” esclamò Alvea, facendo cenni di saluto al primo cetaceo.
Lentamente comparvero altri esemplari, grosse pinne sbattevano nella loro direzione, muovendo l'acqua che li circondava ogni volta che una balena li superava. Piccoli balenotteri nuotavano attaccati alla coda di grosse femmine, altre salivano in superficie a lanciare fuori dallo sfiatatoio copiosi spruzzi che, visti da sotto il livello del mare, sembravano ricadere giù come pioggia tra i raggi del sole che penetravano fino a loro.
“Quella è strana” disse Alvea interrompendo il silenzio. “Mi sembra di averla già vista, è tornata indietro un paio di volte.”
“Sì, nuota in tondo” confermò Farah.
Grant si propose di andare a controllare più da vicino e si allontanò nuotando in direzione del punto da cui le balene spuntavano.
Guardandolo allontanarsi Efia non poté fare a meno di osservare la parte in cui le gambe erano state mozzate, non sembrava una ferita recente.
Non nuotava come gli altri, scuoteva la coda in modo ampio grazie all’assenza delle gambe e la torceva come un’anguilla. ‘Deve essere questo il motivo per cui nuota così veloce’ rifletté Efia.
Al suo ritorno il ranger aveva perso l’espressione spensierata che aveva regnato sul suo volto tutta la mattina. “E’ un cucciolo di balena, è rimasto incastrato nella piattaforma, ha nuotato tra le lastre.”
Farah si portò le mani alla bocca “Oh no! Il cucciolo sta bene? Come possiamo aiutarlo?”
Alvea sembrava turbata “C’è il rischio che la petroliera abbia delle perdite.” Disse in tono solenne, come se non potessero sfuggire a quella sorte.
“Non possiamo lasciarlo lì ad ogni modo, il rischio c’è sempre. Quel rottame di piattaforma è ancora incastrato nel terreno, certo, ma ha smesso di avere perdite ormai da anni, magari il giacimento si è esaurito” affermò Farah.
La donna più anziana si indicò e indicò gli altri tre “Ad ogni modo non possiamo di certo farcela da soli, noi quattro!”
“Non possiamo spostare grossi piloni d’acciaio da soli, ma possiamo chiedere aiuto al villaggio” parlò Grant quasi riflettendo ad alta voce “Dobbiamo chiamare la mia squadra…cercate altri ranger in superficie, avranno una radio con se”.
Farah non perse tempo, prese la mano di Efia e la trascinò verso la superficie in direzione di quelli che sembravano due ranger in divisa verde. La sua solita ansia e apprensione nei confronti della più piccola sembravano aver lasciato il posto ad una ansia nuova che ora riguardava il cucciolo di balena.
“Cos’è una piattaforma petrolifa?” le chiese Efia.
“Piattaforma petrolifera” la corresse lei “è un macchinario che serviva agli umani di tanto tempo fa per tirare petrolio fuori dal mare, ci costruivano cose”.
“Che tipo di cose costruivano?” continuò Efia confusa. Lei lo aveva già visto in passato il petrolio, era uno strano liquido oleoso, puzzava e sporcava tutto attorno a sé soffocando pesci e coralli. Perché mai gli umani del passato dovevano volerlo?
“Beh, serviva… ad esempio per creare la plastica” rispose Farah un po’ distratta e un po’ confusa a sua volta “Non so bene come la si crei, ma come vedi è molto resistente, è ancora nel mare anche se gli antichi umani sono scomparsi ormai da millenni”.
Efia avrebbe voluto saperne di più, ma Farah aveva già raggiunto il braccio di un ranger e lo stava scuotendo con veemenza.
“Scusi signora” urlò alla donna in divisa verde intenta a guardare lo spettacolo “Mi manda Grant, lei è una ranger della barriera?” La donna non fece in tempo a risponderle “C’è una balena incastrata nella piattaforma, un cucciolo, tra i piloni”.
La ranger non se lo fece ripetere due volte e sollevò la radiolina attaccata alla vita “Cucciolo di balena incastrato nella piattaforma petrolifera, il ranger Grant Carter è già sul luogo”. Dal ricevitore una voce robotica rispose immediatamente e in meno di 5 minuti una squadra di ranger si era radunata sul posto.
Scesero tutti fino al fondale, ma quando la piccola balena li vide arrivare sembrò agitarsi maggiormente, sbatteva la pinna laterale libera contro i piloni, diffondendo nell’oceano tonfi metallici che facevano sobbalzare il cuore dei presenti.
Tutti attorno alla piattaforma sembravano indaffarati a cercare di capire come agire, ma Alvea aveva portato Efia distante dall’azione impedendole di capire cosa dicevano i ranger.
“Non sono in molti” disse in tono preoccupato Alvea, reggendo Efia che galleggiava aggrappata al suo collo. La maggior parte dei ranger era in giro per la costa, ad assicurarsi che nessun turista si mettesse nei guai o disturbasse le balene, troppo lontani per ricevere il segnale della radio.
Guardarono da lontano persone che urlavano ordini e sistemavano attrezzature, fra le divise verdi Grant si confondeva, ma la maglietta viola che Farah indossava la rendeva visibile. Efia la seguiva con lo sguardo, non aveva mai visto sua sorella così intraprendente e sicura, si muoveva dove i ranger le indicavano, e quando la squadra iniziò ad attaccare funi alle estremità dei piloni d’acciaio, Farah tirò con loro.
“Tirate. Tirate.” Urlava in tono ritmico la signora Delfi, capo dei ranger da più di una decade.
Un altro ranger, il capo costruttore, nuotava tra i membri della sua squadra in azione cercando di capire come liberare l’animale.
“Queste funi mi grattano via la pelle delle mani” disse Farah staccando una mano dalla fune tesa e guardandosi il palmo arrossato.
“Si anche a me, abbiamo la pelle morbida, siamo sott’acqua da tanto” le rispose Grant tirando con forza la fune nonostante il fiato corto.
Quando il grosso pilone che bloccava la coda della balena non gli fu più sopra, la squadra lo lasciò cadere nella sabbia, facendo innalzare una grossa nube e qualche pesciolino e una manta nascosti sotto la sabbia sgusciarono via spaventati.
“Ho capito come agire” si precipitò a spiegare il ranger costruttore a Farah e alla squadra che stava riprendendo fiato dopo la fatica.
“Il dorso della balenottera è stretto fra quelle due lastre, ma se le svitiamo alla base cadranno sul fondo senza sforzi”. Il piano era buono, ma questo non tolse dal volto di Grant l’espressione tesa, avvicinarsi tanto alla piccola balena rappresentava un rischio molto grande per la sua squadra.
La balenottera si dimenava più di prima ora che poteva muovere la coda, cercava di liberarsi da sola, inutilmente finchè fosse rimasta schiacciata fra le due lastre.
La madre del cucciolo, grande più del doppio, non sembrava aveva intenzione di aspettare l’operato dei ranger. Si avvicinava pericolosamente alla piattaforma costringendoli ad allontanarsi sempre di più, fino a quando avvicinatasi troppo, iniziò a colpire con il dorso la struttura.
Il panico si diffuse fra i presenti, alcuni si allontanarono, altri rimasero immobili consapevoli di non avere alcun potere contro il disastro che una grande perdita di petrolio avrebbe provocato alla barriera.
“Guardate, sta smuovendo la struttura alla base!” urlò un ranger in preda al panico, indicando il punto in cui la trivella bucava il fondale.
“Non muovetevi, non avvicinatevi” sbraitò il capitano Delfi tanto forte da far graffiare le sue corde vocali “Il rischio è troppo alto, non posso perdere nessun membro della mia squadra! Dobbiamo formulare una nuova strategia, ranger costruttore…”
Ma prima che potesse finire di parlare Grant sussultò di paura. Girandosi alla ricerca di Farah si accorse che la ragazza non era più vicino a lui.
Sgranò gli occhi e le sue branchie smisero di funzionare per qualche attimo quando la rivide pericolosamente vicina alla piattaforma.
Farah si stava velocemente allontanando dalla squadra, dirigendosi ai bulloni che il ranger costruttore aveva indicato, in quell'istante la femmina di balena si frappose fra i ranger e Farah, che scomparve alla vista.
La madre balena nuotò attorno alla piattaforma, ma senza colpirla, si fermò qualche istante vicino al suo cucciolo e lo guardò con occhi tristi, emettendo un canto pieno di frustrazione. Quando si allontanò nuovamente dalla piattaforma Farah riapparve. Era accovacciata con i piedi poggiati su una delle due lamiere e spingeva per allontanarle l’una dall'altra, le mani erano impegnate a svitare il bullone che sembrava già tremante grazie all'usura del tempo.
Alvea aveva la faccia pietrificata dal terrore e gli occhi sgranati dall’ansia, lanciò uno sguardo alla squadra di ranger che però non sembravano agire, una mossa sbagliata e quella piattaforma petrolifera avrebbe ucciso buona parte dell’ecosistema della costa, non solo la balena.
Un tonfo metallico riempì l’atmosfera e una nuvola di sabbia sì innalzò coprendo la visuale. Farah spuntò fuori dalla nube qualche secondo dopo ruzzolando all’indietro, nella sua mano teneva il grosso bullone arrugginito.
Un ultimo sonoro colpo di coda della piccola balena contro la struttura in ferro e questa crollò su se stessa, liberandola.
“Triglia maledetta! Grazie a tutte le orate dell’Olimpo è viva quella dannata ragazzina!” imprecò Grant mentre nuotava verso Farah con gli occhi in lacrime mascherati dall’acqua di mare, la abbracciò e le accarezzò il capo e lei ricambiò.
Attorno a loro però, non stavano scoppiando i festeggiamenti, tutti erano immobili a fissare la trivella che ora era quasi del tutto fuoriuscita dal terreno e aveva lasciato dietro di sé rocce sgretolate e un buco nella sabbia.
La signora Delfi fu la prima a muoversi, si avvicinò cauta, sporgendo la testa per guardare nel buco. Qualche bollicina nera fuoriuscì dal suolo, ma nulla di più. “Il giacimento sembra essersi esaurito.” Comunicò alla sua squadra, quasi incredula.
L’acqua sembrò tornare ad essere celeste e illuminata dal sole del mattino, i volti di tutti tornarono lentamente ad essere rilassati e subito dopo a esplodere di gioia. Efia e Alvea nuotarono verso Farah impegnata a ricevere pacche sulla spalla e complimenti dai ranger lì attorno, ma all’arrivo di Alvea tutto ciò che riscosse fu una sonora ramanzina “Ma sei stata in gamba, brava” concluse.
Tornarono a casa ripercorrendo la barriera, dove la voce del salvataggio si era già diffusa. Efia pensò di non essere mai stata così felice di avere Farah come sorella, nuotavano mano nella mano lentamente con Alvea e Grant al loro fianco.
“Perchè quelle persone del passato avevano bisogno di così tanto petrolio da doverlo prendere da sotto il mare?” Chiese Efia.
Alvea le nuotò vicino e intrecciò un braccio al suo. “Non gli serviva davvero tutto quel petrolio” iniziò a spiegare in tono calmo “Ma lo hanno preteso, per centinaia di anni, hanno fatto guerre e sterminato popoli per averlo. Lo usavano per far muovere le automobili, gli aerei, li hai visti al museo no?”
Efia annuì alla domanda ma fu Grant a rispondere “Non si spostavano mai con le proprie gambe quelli.”
Alvea riprese con un sorriso di approvazione sul volto “Lo usavano anche per ricoprirci le strade, mettevano un immenso manto di petrolio a ricoprire tutte le vie dei loro villaggi e sopra poggiavano le case. Pensa, lo indossavano anche!”
“Che assurdità, che popoli primitivi!” esclamò Farah rabbrividendo per il disgusto.
Efia sentì della rabbia dentro di sé, non sapeva come definire quel senso di ingiustizia che provava ma sapeva che quelle persone del passato non le piacevano e nemmeno le cose che costruivano, o indossavano, anche se non le era ben chiaro come.
Alvea notò l’espressione di disgusto che si era creata sulla sua faccia “Efia non giudicare la gente del passato per ciò che ha fatto, vivevano in modo diverso da noi, avevano perso quasi ogni rapporto con al natura, non riuscivano a vedere il male che facevano perché ciò che ne guadagnavano era troppo. Il loro modo di vivere li ha fatti estinguere, nessuna specie che sovrasta e schiaccia le altre può sopravvivere nel nostro mondo. Hanno prosperato, ma alla fine non sono qui per raccontarcelo”.
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