Capitolo 1
Il ragazzo nero
Mi chiamo Sabridule, abbreviato in Sab. Sono nato a Bologna nell’anno 2003.
Mia madre è del Senegal e mio padre del Togo. Sembra che io risponda al questurino che, poveraccio, deve” evadere” non so quante richieste di asilo, di permessi di soggiorno. Io, invece, sono nato in Italia, per giunta a Bologna, e domani casualmente, è il 25- aprile, però questo signore mi rivedrà presto. La mia pelle mi ha condizionato parecchio Sin da quando andavo all’asilo. Adesso ho 20 anni ma ricordo con lucidità le ferite che il mio animo ha collezionato in questi momenti di vita a cominciare da quella cretina di Deborah che un giorno in bagno, volle sfidarmi- Vuoi vedere che il tuo braccio si scolorisce se lo lavi bene?- E poi, unico nero della classe(c’erano anche due marocchini: Abdul e Faruk; ma i marocchini sono quasi bianchi)mi sentivo sempre additato. Per fortuna si prese cura di me una famiglia particolare, straordinaria. A cominciare dai nonni. Entrambi militari,entrambi con le loro stranezze. Uno, quando andavo a trovarlo, mi chiamava Francesco(il papa non era ancora stato eletto) ed era inutile dirgli- mi chiamo Sab- questo nonno, Luigi era sempre affaccendato nel pulire le scarpe, di tutti, ovviamente; visto che era in pensione. Metteva due o tre fogli di giornale per terra, poi allineava le scarpe che doveva pulire e, dal suo sgabellino magico( un seggiolino normale: il coperchio si alzava, tutto qui) si preparava le scarpe nere, spazzola per scarpe nere, cromatina nera, scarpe marroni cromatina marrone, c’era anche quella neutra perché una figlia aveva voluto comprare un paio di mocassini blu con la parte superiore bianca. Andavo, allora, a trovare Nonno Mino: mi offriva una abbondante merenda e mentre mangiavo mi raccontava le sue avventure di pilota da ricognizione durante il secondo conflitto mondiale. E mi raccontava di tutti gli animali selvatici che vide dall’aereo che pilotava. Si trovava in Etiopia e sotto di lui, spaventati dal rumore correvano tutti: impala, gazzelle di Tompson, giraffe e persino gli elefanti, portandosi dietro la loro enorme mole. Poi,ovviamente, mi raccontava del rapporto che riusciva a instaurare con i “neri”, sempre portatori di qualcosa, anche l’acqua, trasportata in enormi botti di legno e anche un po’ di whiskey, le donne appartenevano ai loro uomini. I bianchi,di solito, non facevano i farfalloni. Soffrivano in silenzio. La lontananza dalla famiglia era un pungolo affinchè si comportassero con responsabilità. Naturalmente c’era sempre qualcuno che approfittava del fatto di essere “bianco “ per affermare il proprio potere sui neri: uomini e donne. Ma nonno Mino non amava raccontare a un ragazzo come me storie tristi che riguardavano i suoi uomini. Lui intuiva che io sapessi già vicende in cui la sopraffazione dell’uomo sulla donna purtroppo, non è legata solo all’Etiopia di un tempo. Io lo ascoltavo, rispettavo l’amore che metteva nei suoi racconti e non lo contraddicevo perché mi rendevo conto che tutto quello che fece era solo frutto di dedizione. Anche se i racconti di nonno Mino rispecchiavano una realtà che, molte volte rappresentava sogni che non si erano realizzati, io rispettavo con il mio silenzio un utopia che ritenevo sincera. Così passavo il mio tempo. Mi piaceva andare a scuola e sapere che le mie carenze scolastiche sarebbero state colmate da Luisa, una grande donna che mi insegnò a capire che al mondo bisogna essere innanzitutto fortunati, occorre tanta pazienza e serve intelligenza per accettare le cose che ci disturbano, che ci feriscono. Così misi da parte il risentimento che provavo ogni volta che vedevo negli occhi di chi mi guardava frecce che avrebbero volentieri bruciato la mia pelle nera. Crescevo e in me si stava instaurando una personalità che reagiva con il silenzio a quelle che mi sembravano vere e proprie sopraffazioni dettate dall’ignoranza. il tempo passava e più mi accorgevo, con piacere, che non dovevo farmi limitare da preconcetti inutili che avrebbero ritardato il mio processo di evoluzione. Volevo diventare medico, un medico completo, una persona che potesse aiutare gli altri: avevo deciso. Sarei andato in Africa. Un nero a Bologna a cosa sarebbe servito? Avrebbe dovuto sgomitare di più perché il razzismo è radicato e Sab non era disposto a lottare per dei diritti che riteneva accompagnassero l’essere umano dalla nascita, indipendentemente dal colore della pelle. Alle superiori ero andato “alla grande” così, entusiasta per i miei successi scolastici, iniziai il mio percorso universitario, sapendo che sarebbe stato lungo e faticoso. Però sentivo che non sarei mai stato solo: se avessi avuto bisogno, ci sarebbero sempre stati i miei genitori italiani, Luisa e Franco. Descrivere cosa si prova il primo giorno di università è difficile: aule immense, ragazzi spaesati, vocio sommesso, tanti jeans strappati, orecchini, piercing, unghie chilometriche. Io ero “pulito”. Luisa mi aveva insegnato che la personalità ce la formiamo dentro al nostro essere e un piercing non ci modifica. A un certo punto, scrutando i vari volti delle decine di ragazzi che affollavano quell’aula immensa dove cominciai quel viaggio “attraverso il corpo umano”(così lo consideravo io), la vidi. Bellissima, pelle liscia, vellutata, non era nera, senza dubbio mulatta, ma di dove? Per fortuna Franco mi aveva insegnato a mettere da parte la timidezza e ad essere un po’ spregiudicato. Mi avvicinai a Lee. Si chiamava Lee. Facemmo subito amicizia. Io volevo già proporle di andare in Africa insieme. Parlavo, parlavo, parlavo. Mi ero dimenticato che si ascolta, anche. Lee mi disse, orgogliosa delle sue origini, che era una jejudo, dell’isola JEJU nella corea del sud. Mi risparmiò(non ero curioso) i vari passaggi che l’adozione la portò a vivere in una famiglia eccezionale di Medolla (mo). Lo sai chi era GINO STRADA? Ecco io mi ispiro a lui e desidero che la mia esistenza, visto che lo potrò fare, sia quella di donare attraverso le mie mani, la guarigione di parti del corpo umano. Decidemmo che ci saremmo rivisti a lezione, dopo 2 giorni, ma, intanto, scambiamoci i numeri di telefonino”già che ci sono!” Ero diventato anche spiritoso! A casa, io vivevo con mia madre Fatima,( mio padre, per lui ero stato solo uno spermatozoo che servì alla scaltra Fatima, per rimanere in Italia) Mio padre: un punto interrogativo. Un giorno, però, mi ero ripromesso, che lo avrei cercato per dirgli magari” sono tuo figlio, perché mi hai rinnegato?”L’incontro con Lee aveva scatenato in me un tumulto di emozioni che mi faceva pensare a mille cose ma non volevo condividere con nessuno, nemmeno Luisa, questo stato particolare in cui mi trovavo. Ero felice, leggero, speranzoso, il mio futuro lo vedevo roseo, semplice; giorni che mi avrebbero regalato solo soddisfazioni. Iniziai a frequentare le lezioni universitarie con entusiasmo; capivo che avevo fatto la scelta giusta e non accettavo che solo dopo poco insegnamento, alcuni studenti decidessero di cambiare indirizzo di studi! Certo che fare il medico un giorno ti imporrà di vedere una cistifellea e per arrivare a quell’organo, ti dovrai fare spazio tra tubi di intestino e lì c’è il sangue! Ma non ero ancora chirurgo: non ambivo a diventarlo. Io volevo essere come Gino Strada o Albert Einstein: medici che sapevano fare tutto ed erano al servizio di tutti. Andavo all’università con felicità anche perché sapevo che ci sarebbe stata Lee ad aspettarmi: cosa avevo fatto di particolare, di sorprendente, di bello, per avere avuto la fortuna di imbattermi in questa meraviglia della natura? Aveva ragione Luisa, la mia madre italiana: nella vita ci vuole tanta fortuna! Studiavamo, sia Lee che io. Non avevamo l’automobile né la patente per cui ci vedevamo all’università e facevamo lunghissime telefonate. Le parole ci permisero di scoprirci meglio, di rivelare le pieghe sottili dei nostri animi. Lee mi disse che non aveva mai parlato con nessuno del suo passato; si aprì con me. E si raccontò. Nell’isola in cui nacque lei, JEJU, nella Corea del Sud, sono le donne a portare avanti il peso della famiglia. Un atteggiamento così era plausibile fino a quando esistevano conflitti armati. Le guerre, oltre a durare tanto, almeno nella parte asiatica del mondo, erano terminate ma le donne continuavano a tuffarsi in mare, stare in apnea anche due minuti, per raccogliere abaloni, ricci di mare, ostriche, polipi e altri frutti dell’ oceano. E gli uomini andavano in guerra. Non ce n’era più bisogno di un sacrificio così forte da parte delle donne ma l’abitudine ormai consolidata, le portava ad apprezzare il loro lavoro e a tramandare alle figlie femmine la capacità di apprendere i rudimenti in pratica per riuscire a stare in acqua il più possibile. Ma la madre di Lee, non era una donna che accetta la consuetudine che ti porta ad accettare una vita segnata da un percorso, sempre lo stesso, faticoso e pericoloso, un modo di guadagnarsi da vivere che andava bene nel XVIII secolo. Lee continuò a raccontarmi una storia che sembrava un romanzo. La madre, Sung, aveva solo quella figlia e non voleva che la sua bambina ripercorresse la vita rischiosa che aveva vissuto lei. Nell’isola di jeju, le ragazzine cominciano verso i 10-11 anni a immergersi nell’oceano per diventare abili pescatrici con l’obiettivo di arrivare a 80-90 anni! Ovviamente, accettata da tutta la comunità come una soluzione naturale, il marito di Sung se ne andò da casa senza neppure aspettare la nascita di Lee. Lo sapeva che sarebbe nata una femmina! L’ignoranza miete vittime anche a jeju. Sung, sotto pressione del marito e un po’ anche perché voleva saperlo lei, si rivolse ad una “maga” per conoscere il sesso del nascituro. Sarebbe stata una femmina; così sentenziò la “maga, guaritrice, sollievo da pene d’amore, tuttologa”. Il marito di Sung, ebbe solo l’accortezza di lasciare qualche soldo a colei che, forse un giorno, condivise con lui, attimi d’amore. I mesi passavano e un bel dì nacque davvero Lee, una bella bambina. Piangeva poco, si accontentava del latte del seno di Sung, dormiva. Solo che la madre voleva evitare alla bambina, un futuro da pescatrice. Siccome Jeju era diventata una meta turistica rinomata e amata non solo dai giapponesi i quali erano avvantaggiati dalla lingua( quella coreana è una lingua diversa ma i giapponesi la comprendono bene). Tanti turisti, che bella Jeju e come si mangia bene! Loredana era una ragazza colta quasi quanto il giovane marito Francesco. Erano in viaggio di nozze. Si vergognavano come ladri per avere accettato “le buste” che ti offrono i partecipanti al banchetto. Comunque, sempre meglio del taglio della cravatta: nel modenese si usa e anche nel reggiano e vai tu a sapere in quanti altri posti. Intanto il viaggio di nozze era assicurato. Sia Loredana che Francesco, scartarono a priori le mitiche “Maldive”. Pensaci tu- Loredana- sai anche il coreano! Chissà perché le donne devono fare tutto. Si comincia dal matrimonio; chiesa addobbata, fiori mi raccomando bianchi con una calendula azzurra in mezzo, orchidee? Mah che orchidee, caro Fran(Lory lo chiamava così) non sai quanto costano. E poi tutto il resto: vestiti, banchetto, un’agenzia di catering che si portò tutto( tavoli, tovaglie, ombrelloni di quelli grandi da dehors). In fin dei conti, Loredana è sempre stata una brava figlia. Così Lory e Fran volarono a Jeju con un apparecchio della Korean- air via milano atterraggio a Tokio. Avevano programmato un viaggio che non si limitasse a jeju. La città di Tokio li sconvolse. Erano già stati a New York e non avevano voglia di visitare musei che si trovavano all’interno di quegli enormi grattacieli, per cui andarono subito a Jeju. Il mare ha il potere di attrarre le persone: lì ti puoi sedere nella sabbia o sulle conchiglie levigate dalla risacca. Nella parte sud dell’isola videro una cosa che non compresero: tanti ombrelli grigi e vicino ad ogni parapioggia una persona anziana a guardia di qualcosa di molto importante. Si avvicinarono e scoprirono che sotto agli ombrelli c’erano tanti bambini, neonati. Le loro madri si immergevano e pagavano le donne anziane con abaloni e ogni sorta di frutti di mare. Lee era una bambina bellissima. Loredana e Francesco non avevano ancora pianificato il loro futuro. Senz’altro avrebbero voluto dei figli. Di solito si pensa all’adozione quando le hai provate tutte. Un figlio, dopo un po’ dall’unione di 2 persone, rappresenta il coronamento del desiderio di creare. Sia la donna che l’uomo, a un certo punto della loro vita, se i figli non sono “arrivati” quando si era incoscienti, si vogliono. Dall’oceano emerse Sung con il suo magro bottino; si scrollò l’acqua di dosso e pensò ad allattare la figlioletta. Loredana, visto che sapeva il coreano,osservò incuriosita queste manovre, e cercando di non urtare la sensibilità di chi cercava di rimettersi a respirare normalmente, guardando i miseri frutti che la pesca le aveva donato e offrendo alla pur famelica bambina un seno ormai quasi asciutto si mise a parlare con la donna. Seppe delle difficoltà che, più o meno le donne di jeju, tutte, indistintamente, verso un’età in cui ci si innamora, si ritrovano con un figlio o due, un marito che non esiste e gioco forza diventano pescatrici. Loredana era giovane, audace, sognatrice. Un mondo migliore possiamo aspettarcelo, no? Ecco che pensò, pensò, pensò. E, prima lo disse a Francesco; non per sottomissione ma perché Fran era il suo compagno….di vita.- Sai cosa facciamo Fran-? La madre e la bambina vengono con noi a Milano, dopo Sung vede la nostra bella casa di Medolla, si riposa, vede come trattiamo Lee, sua figlia non sarà mai pescatrice, la riaccompagniamo a Milano e, se lei accetta, la rimettiamo sull’aereo( a lei piace tanto volare! Forse perché stare tra le nuvole assomiglia molto a vivere in acqua). E così Loredana e Francesco si ritrovarono ad essere genitori….non solo di Lee ma dopo un anno nacquero i gemelli Benvenuto e Benedetto. Sono sempre Sab, un bolognese nero e testa dura. Andrò a lavorare in una missione dove c’è parecchio bisogno, Etiopia. Lee ha scelto un’altra strada: le interessa la psichiatria. Che dire alla fine di questo racconto? Che, come diceva Roberto Benigni, la vita è bella.
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