Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Sceriffi e cauboi di Romanelli Giuseppe

Sceriffi e cauboi

Resistere. Resistere. Resistere. Devo sbrigarmi prima che con le prime luci dell’alba tutto scompaia lasciando solo sprazzi di immagini e ricordi sbiaditi. Non posso e non voglio cedere nuovamente al sonno, anche se le palpebre si chiudono e un dolce torpore avvolge il mio stanco corpo. Prima di riaddormentarmi sotto questa pesante coperta militare che mi punge dappertutto e puzza di umido devo fissare su carta questo sogno che si ripete ormai da una settimana sempre uguale. E sempre alla stessa ora mi sveglio in un lago di sudore, quando le lancette fosforescenti della sveglia indicano che sono le tre di notte di un febbraio tra i più freddi degli ultimi anni con il termometro che segna pochi gradi sopra lo zero. Sarà che non ci sono termosifoni in questa casa e la stufetta elettrica consuma troppo per tenerla accesa tutta la notte. Non mi sono mai svegliato durante la notte prima di ora. La prostata non mi dà problemi. Una vecchia agenda, con il logo di una banca, chissà come arrivata a casa mia, di qualche anno fa con i fogli ancora bianchi e la penna sono sul comodino, li avevo preparati ieri sera dopo cena. Una cena leggera, un brodo fatto con il dado e le stelline. Il bicchiere di vino rosso mi scalda e mi aiuta a dimenticare per qualche momento la vita che faccio. Mancano il secondo, la frutta e il dolce. Solo acqua salata e pastina.

Mi presento sono Giovanni Esposito, di anni settantadue, vivo da solo in una casa popolare minuscola alla periferia della Grande Città, ma ora non ho tempo di parlare devo scrivere prima che tutto sparisca e non voglio aspettare un’altra notte.

Al centro del manifesto funebre spiccava il mio nome Giovanni Esposito detto O’ Fuorilegge. Di anni, settantadue. Il triste annunzio non era dato da nessuno. Nessuna moglie, figli, fratelli, sorelle e parenti tutti. Le esequie muoveranno dalla casa dell’Estinto il giorno 1 marzo 2020, alle ore 17.00. Come nella vita anche nella morte ero riuscito a far parlare di me. Non è cosa di tutti i giorni morire il 29 febbraio. Nemmeno si capiva, leggendo il manifesto se si era o meno dispensati dai fiori. Tutto era raccolto dentro una semplice cornice dove il lato sinistro era chiuso da una croce sottile. La foto, posta sulla destra del manifesto, due centimetri dopo la o di Esposito, mi ritraeva con quella faccia scavata che tanto mi fa somigliare, come dicono tutti quelli che mi conoscono, a Eduardo De Filippo. Gli occhi, anche stampati su un manifesto funebre, riuscivano a penetrare i tuoi, quando ti avvicinavi per leggere meglio il foglio ancora fresco di stampa. Il rione era stato tappezzato interamente dal quel foglio di 32,7 x 48 centimetri. Lo trovavi sui pali della luce, sui muri scrostati, sulle inferriate, sugli alberi rinsecchiti della villetta comunale. Uno dei manifesti era attaccato sul tabellone elettorale, a coprire il sorriso monnalisano del sindaco uscente che si ripresentava, sicuro della vittoria, nonostante avesse dopo cinque anni precipitato la città agli ultimi posti delle classifiche nazionali e, si dice, avesse rubato centinaia di migliaia di euro, spesi con le sue amanti, principalmente per Antonietta Sparano, di professione casalinga, senza redditi dichiarati, ma proprietaria di quattro appartamenti e due auto tedesche di grossa cilindrata. Vox popoli vox dei.

I soldi spesi per i manifesti funebri erano, nel mio caso, un inutile spreco di denaro. Nel rione non c’era una persona, dai due anni della piccola Filomena Morana, ultimogenita di cinque figli dei miei dirimpettai, alla signorina Ernestina Gargiulo che di anni ne aveva la bellezza di novantotto e si avviava al traguardo dei cento in ottima salute, come testimoniato dal dottore Felice Cacace che non vedeva la signorina Ernestina da almeno dieci anni e non le prescriveva un medicinale da altrettanto tempo, che non conoscesse e non avesse almeno una volta nella vita parlato con il defunto Giovanni Esposito detto o’ Fuorilegge.

La sera del 28 febbraio, penultimo giorno del mese, ero a cena dal mio amico Pasquale Sannino, detto o’ Sceriffo di anni settanta.

Non era la prima volta che Pasquale e io consumassimo la cena insieme; che poi chiamarla cena ci voleva un grandissimo sforzo di fantasia e ottimismo. Negli ultimi cinque anni che avevano visto prima la morte di mia madre Maria Esposito, donna mai fidanzata, sposata, separata, divorziata, vedova, ma molto conosciuta da troppi maschi del rione, poi dopo pochi mesi di Anna Borrelli, moglie di Pasquale Sannino, le occasioni perché ci incontrassimo erano più di quelle che ognuno di noi trascorreva solitario, con la sola compagnia di un vecchio televisore, marca MIVAR, comprato, identico, da entrambi ad una svendita presso il Centro Commerciale almeno venti anni prima.

A dividerci era una sola rampa di scala di questa palazzina che aveva visto tempi migliori e ora si presentava con mura scrostate e gradini sbrecciati, con un odore di cavoli e miseria che costringeva a salire in apnea.

La palazzina era composta da un piano rialzato e due piani sopraelevati. Al piano rialzato si accedeva con una breve rampa di scale per un totale di nove gradini. L’alzata era di sedici centimetri, mentre la pedata era di trenta centimetri. Non c’era l’ascensore. Su ogni pianerottolo si affacciavano due appartamenti. Pasquale Sannino abitava al secondo e ultimo piano, interno 6, sul lato sinistro salendo le scale. Io abitavo al primo piano, interno 5, sul lato destro del pianerottolo salendo le scale. In totale nel rione c’erano quindici palazzine; non era un rione grande e questo aveva favorito la conoscenza tra gli abitanti che non sempre spuntava in amicizia anzi c’erano conflitti insanabili tra gli abitanti della zona.

Anche questa volta, Pasquale preparò la tavola mettendo solo metà tovaglia, non stirata, ma almeno questa volta pulita e non come l’ultima volta piena di medaglie o meglio patacche. Pasquale prese quella a quadretti bianchi e rossi che faceva tanto trattoria che non ci potevamo permettere.

Solo il piatto fondo, tanto il secondo non era previsto e come l’andare in trattoria non ci potevamo permettere.

Il bicchiere era trasparente, nato per l’acqua che non lo aveva mai bagnato. Era, invece, stato riempito e svuotato di vino tante di quelle volte che ne avevamo perso il conto, se mai l’avessimo cominciato.

Pasquale aveva preparato una pasta e fagioli. Azzeccata, come piaceva a noi, e ci aveva messo dentro anche due cotiche, gentile omaggio di Rocco, il macellaio. Rocco era il figlio di Vincenzino, nostro amico d’infanzia, che aveva deciso di lasciare tutto al figlio e ritirarsi a fare il pensionato. Rocco non si dimenticava degli amici del padre e regalava ossa, nervi e cotiche. Più tirchio del padre.

Nell’attesa che la pasta finisse di cuocere, Pasquale versò dal bottiglione di due litri il vino nei bicchieri. Era un vino rosso violaceo, schietto, non molto alcolico, che scendeva giù nel gargarozzo con facilità. Pasquale lo prendeva da Enoteca, come si chiamava adesso il locale, ma lui continuava a chiamarla Olii e Vini come lo aveva conosciuto cinquanta anni prima. E si ricordava ancora quando il padre, buonanima, lo mandava a prendere il bottiglione di Gragnano o la mamma, anche lei buonanima, a prendere il prezioso olio, mezzo litro alla volta.

La pasta era pronta e Pasquale la mise nei piatti. Dopo un paio di cucchiaiate incominciai a ricordare per l’ennesima volta.

«Pasquale, ma ti ricordi perché ci chiamano o’ Fuorilegge e o’ Sceriffo?»

«Come, non mi ricordo. Sembra ieri. Don Vittorio, il primo prete che venne nella chiesa del rione, era convinto di farci diventare tutti santi. Organizzava le partite di pallone, faceva il doposcuola, e poi un giorno venne con questo proiettore, dove disse si mettevano le pizze. Ti ricordi, noi pensavamo che fosse veramente il forno delle margherite. Che scemi».

«Si. Era un brav’uomo don Vittorio, si impegnava per il rione e soprattutto per i bambini. Il cinema in parrocchia era per noi. Teneva questa fissazione per i western. Le pellicole avevano attraversato tutte le visioni della città, fino al Cinema Pidocchietto. Quante volte si rompevano, ma alla fine noi diventammo tutti cauboi e sceriffi. Quante ne abbiamo fatto passare a Don Vittorio. Bevevamo di nascosto il vino della messa e ci rubavamo quei quattro soldi che la gente metteva per accendere le candele. Ti ricordi i nostri cavalli?»

«Una mazza di scopa vecchia. E correvamo per il rione. E gridavamo, e le mamme gridavano ancora più forte affacciate ai balconi: salite sopra che è tardi!»

«Tu eri o’ Sceriffo e io o’ Fuorilegge. Ricordo che non mi prendevi mai».

«Quanti anni sono passati, e quanti amici sono andati via. Sono arrivati i fuorilegge, quelli veri. E con loro tanta merda. Quella che ti brucia il cervello. E gli sceriffi veri, ogni tanto passano e li prendono. E tornano un’altra volta fuorilegge e sceriffi. Sono anni che dura questo ballo. Anch’io ho continuato a essere o’ Fuorilegge, ma era poca cosa e con quelli là non mi sono mai mischiato».

«Don Mimì Manamozza ha voluto partecipare. Anzi ha messo la quota maggiore. Ha parlato lui con quelli delle pompe funebri».

«Ma è possibile che tutto quello che dice il dottore Cacace, dopo nemmeno dieci minuti, lo sa tutto il rione? Tre mesi e poi viene la Signora. Tre mesi di dolori».

«Mangiamo che si raffredda».

Finiamo di mangiare la pasta e fagioli e svuotiamo il bottiglione di vino per continuare a ridere e cacciare indietro le lacrime.

«Buonanotte Pasquale».

«Buonanotte o’ fuorilegge».

Mi giro verso Pasquale, e con la mano sinistra, sono mancino, con il pollice e l’indice tesi e il medio, l’anulare e il mignolo chiusi nel palmo, mimando una pistola, dico le ultime parole che nel rione tutti giurano di aver sentito:

«O’ Sceriffo, nessuno hai mai acchiappato o’ Fuorilegge».

BANG.

Il sogno è finito.

Pasquale è andato a trovare sua moglie due anni fa. Le nostre cene sono solo un ricordo. Anche la signora Ernestina ci ha lasciato pochi mesi fa. Il dottore Cacace gode di buona salute come mi è sembrato quando sono andato a trovarlo tre mesi fa.

Rileggo quello che ho scritto su questa pagina dell’agenda che segna 29 febbraio.

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche