Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Osiris di Greta

La mano affondò nella terra arida.

Quel deserto si estendeva per cubiti e cubiti. Inginocchiato, con il bastone da lancio ricurvo legato alla cintola che gli picchiò contro la coscia, continuava a sperare di vedere un segno di vita.

Invece anche quel luogo era inospitale. Da quanti giorni non vedeva uno specchio d’acqua limpido? E il richiamo delle anatre sembrava solo un ricordo.

Si rialzò diretto al villaggio. I sicomori rattrappiti, le acacie rinsecchite e i tamerici sfioriti sfilavano sotto i suoi occhi, come vecchi amici caduti a cui non poteva più chiedere aiuto.

«Osiride!

«Oh, grazie al cosmo!»

«Hai trovato qualcosa?»

Rallentò il passo.

Uomini, donne e bambini si radunarono intorno a lui. Fece del suo meglio per non mettersi a urlare dalla frustrazione.

«Mi dispiace, ma dobbiamo andarcene.» Allargò le braccia davanti ai volti deformati dalla tristezza dei presenti. «Questa terra non è la nostra casa.»

La gente iniziò a confabulare e a parlare di quanto ci sarebbe voluto per spostare viveri e persone. C’erano bambini e anziani, come tutti gli anni, che dovevano spostarsi.

Quanti ne avrebbero persi questa volta? L’acqua e il cibo conservato non duravano in eterno ed era già difficile così.

«Osiride, ehi!»

Il cacciatore si voltò. Un uomo corpulento dallo sguardo azzurro, il cranio rasato, un unico pezzo di lino a coprigli il corpo scolpito dalle fatiche che avevano affrontato insieme e il bastone da lancio legato in vita lo raggiunse di corsa.

«Oshar!» lo chiamò Osiride. «Hai trovato niente?»

Da come le labbra dell’amico si incurvarono, Osiride capì che non portava buone notizie. Gli bastò vederlo scuotere la testa.

«Nemmeno oggi, amico mio. Forse non preghiamo abbastanza il cosmo…»

Un impeto di rabbia infiammò lo spirito di Osiride.

«Stai scherzando, Oshar? Non facciamo altro dall’inizio dei tempi! Non c’è nessuno, né lassù né quaggiù disposto ad aiutarci. È tutto inutile.»

L’amico lo guardò con la bocca schiusa per la sorpresa, poi gli mise una mano sulla spalla che Osiride scacciò e gli diede le spalle.

«Un tempo non credevi che fosse così. Avevi speranza.»

«Esatto, ce l’avevo.»

E sapeva quando l’aveva persa. Quel giorno aveva perso tutto.

«Ma ho capito che la speranza non nutre i nostri corpi, non fa crescere gli alberi e non ci protegge dalla malattia.» Alzò lo sguardo che aveva iniziato a pizzicargli. Alle sue spalle Oshar non rispondeva. «E non mi potrà mai restituire la mia famiglia.»

Si asciugò le lacrime con il dorso del braccio e scappò verso la sua tenda, mentre i ricordi gli offuscavano la mente e a poco a poco la vista. Agguatò il tessuto e lo scansò di lato. Si buttò sdraiato sul giaciglio di paglia sgualcito. I singhiozzi gli serravano la gola. Se avesse aperto ancora la bocca ne sarebbero usciti solo dei lamenti.

Il cosmo era una tavola illuminata di notte e chiara di giorno che splendeva sopra le loro teste. Non aveva una mente e nemmeno una coscienza per rendersi conto di come erano costretti a vivere.

Gli brontolò lo stomaco. Si rannicchiò su un fianco. Aveva già mangiato un pasto in più e non poteva permettersene un altro fino a domani mattina. Il sonno lo avrebbe aiutato a dimenticare la fame, la preoccupazione e la rabbia.

Di solito funzionava.

Si accorse di essersi appisolato, quando una luce abbagliante lo accecò dietro le palpebre.

Aveva di nuovo lasciato la tenda aperta?

Si tirò su a sedere e si rese conto che la luce proveniva di lato. Sembrava che il sole fosse sceso per prenderlo in giro. Uscì e scoprì che la notte era illuminata a giorno da una luce che feriva il cielo come un artiglio.

Non assomigliava per niente alle solite strisce a cui era abituato. La scia era lunga e finiva dove iniziava la terra arida.

Lo stomaco gli brontolò.

Afferrò il lembo della tenda. Avrebbe indagato domattina, almeno dopo la colazione.

Il suono di un risucchio lo fece voltare di scatto. In lontananza l’orizzonte sembrava evaporare, come durante il giorno. Poi capì. Una nube di polvere si era sollevata e correva verso il loro piccolo villaggio. Non ebbe il tempo di pensare, che la nube lo investì in pieno. Riuscì solo a proteggersi gli occhi. Eppure non percepì alcun dolore. Piuttosto un’energia nuova scorreva in lui, come se avesse mangiato chissà che prelibatezze. Poi quell’energia gli scivolò via così com’era arrivata. Aprì gli occhi e osservò la tempesta proseguire oltre il villaggio.

Che accidenti era stato?

Si voltò verso l’origine della luce e la vide brillare lontano fino a dove arrivava lo sguardo. Si stropicciò gli occhi, ma la trovò ancora lì. Il dubbio che potesse essere il sole in persona lo fece deglutire a vuoto.

Quell’impeto di forza che lo aveva pervaso, però, non poteva ignorarlo.

Era un esploratore, era suo compito capire se quella cosa era una minaccia o un’insperata salvezza. Si guardò alle spalle e contemplò il villaggio in silenzio.

Oshar si sarebbe fatto carico della loro guida, se lui non fosse tornato. Sarebbero stati in buone mani, speranzose, che lui non poteva più dare. Inspirò. L’unica cosa che contava era il suo bastone da lancio, sempre legato alla cintola.

Camminò per un tempo che non seppe definire, ma arrivò che la fame era al limite del sostenibile, per non parlare della sete. E al vide.

Distesa in un cratere arido, largo almeno tre volte lui e profondo quattro cubiti, una sfera dorata splendeva nella notte proprio come il sole.

La frenesia della scoperta che lo aveva condotto fino lì, svanì nel vento che si alzò. Cadde in ginocchio. Tutta quella fatica per una sfera, per di più al centro di un lago inaridito.

Qualche frammento di terra ruzzolò di sotto e presto si trovò a fargli compagnia. Rotolò nella terra, proprio davanti alla sfera.

La luce adesso non lo infastidiva, anzi era decisamente meno intensa, tanto che scorse degli intagli con immagini di animali, oggetti e tantissimi cerchi e puntini sovrapposti. Sembrava una radura piena di stelle incisa sulla pietra.

Allungò una mano per toccarla. La sfera rotolò verso il palmo e Osiride ne percepì tutta la densità. Spostò la mano e la sfera rimase attaccata. Non la stava nemmeno stringendo. Forse c’era della resina intorno e non se n’era accorto. Scosse il braccio. Non si staccava. Usò un dito dell’altra mano per aiutarsi, ma anche quello rimase appiccicato. La preoccupazione gli fece prendere la sfera tra le mani per staccarsela. Fu un attimo. Percepì una forza dirompente attraversargli le membra, più forte della tempesta che lo aveva investito.

La fame, la sete e la stanchezza vennero spazzate via nel respiro che prese. Sentì il suo corpo che cadeva disteso a terra. Cercò di muoversi, ma aveva gli arti pesanti, inermi. Presto, non riuscì a percepire il suo corpo. E il buio aveva inghiottito ogni traccia di luce.

Nella Casa della Vita il Suono guarisce e la Luce trasforma.

Trasalì alla voce profonda che riecheggiò nell’oscurità in cui si trovava immerso. Era sicuro che non c’era nessuno nei paraggi a parte lui.

«Chi va là?»

La sua voce si proiettò nell’eco. Non gli giunse alcuna risposta, però aveva in bocca uno strano sapore. Era come se avesse appena bevuto l’acqua di una fonte pulita. Non aveva alcun retrogusto di terra e non era nemmeno amara. Erano diversi cicli che non aveva più provato una simile sensazione. Aveva quasi dimenticato il sapore dell’acqua dolce di fiume.

Un pensiero lo colpì e prese a muovere le mani. E se il lago in cui era caduto si stava riempiendo di acqua? Stava affogando? Per quello sentiva la gola fresca? Eppure non gli sembrava di star affogando.

Strinse le mani e fu sollevato di riuscire a muoverle. Erano asciutte e quel pensiero lo calmò appena.

Per il resto non ci stava capendo più niente.

Bisogna far vibrare l’ anima, perché apprezzi il suo movimento, la sua vibrazione.

«Che accidenti significa?»

Vibrare? La sua anima? Sembravano le preghiere che aveva smesso di recitare da un pezzo. Lui ci aveva creduto e le aveva pronunciate giorno e notte. Quella fede era sepolta da un pezzo insieme alla sua famiglia. Forse nella caduta aveva picchiato la testa. Doveva rialzarsi, mollare quella sfera maledetta e andarsene da lì.

Aveva recuperato la sensibilità al resto delle braccia e fece forza, ma gli parve di star spingendo contro una parete sopra di lui. Il suo corpo non gli rispondeva come durante le battute di caccia.

«Chi sei? Cosa vuoi da me?»

L’eco portò la sua voce lontano, ma ancora una volta il misterioso interlocutore sembrava più interessato a dire frasi senza senso, piuttosto di rispondergli.

Perché si compiaccia di quel movimento e di quella vibrazione.

«Non c’è proprio niente di cui compiacersi» sibilò.

Se quello che gli stava parlando era qualcuno che apparteneva al cosmo, allora provava un sadico divertimento a vederlo soffrire, a vedere la sua gente soffrire. Per cosa, poi? Ogni giorno qualcuno moriva e le loro voci, che conosceva da quando era nato, diventavano parte di un eco dei suoi ricordi. Quale mostro poteva permettere che le sue creazioni subissero questo destino? Se davvero il cosmo aveva dato la vita agli umani, allora perché gliela toglieva così ingiustamente?

Perché non si rammarichi di quel movimento e di quella vibrazione.

Nel petto gli esplose la rabbia, che gli riaccese la forza nelle gambe. Puntellò i gomiti e mosse le gambe per tentare di mettersi in piedi. Niente, era bloccato. I gomiti erano il suo unico appoggio in quella follia.

«Dovrei compiacermi e non rammaricarmi?» urlò nel vuoto, che gli fece solo da eco. «Dovrei dimenticare come sono morti i miei compagni? I miei amici? La mia famiglia?»

Sua madre era stata la prima a lasciarlo con i suoi fratelli e suo padre. Si era ammalata e non si era più ripresa. Poi suo padre era stato morso da un serpente velenoso. I suoi due fratelli erano morti nei giorni di carestia, troppo piccoli per sopravvivere senza cibo.

E lui invece era vivo.

Perché non era morto insieme a loro?

La Casa della Vita corregge gli errori dell’orgoglio e della vanità.

Orgoglio? Vanità? Nella sua vita non aveva fatto altro che aiutare tutti quelli che gli stavano vicino. Non aveva mai abbandonato nessuno.

«Se c’è qualcuno che è vanitoso e orgoglioso, quello sei tu, chiunque tu sia! Mostrati e affrontami!»

Il silenzio lo irritava. Perché era lì? Dov’era finito? E cosa accidenti era una Casa della Vita?

Nella Casa della Vita ogni albero dà frutti.

Era solo un’illusione. Non esisteva un posto che faceva crescere abbastanza cibo per tutti, figurarsi una casa. Era un continuo spostarsi di terra in terra nella speranza di trovare un posto da chiamare casa, ma ormai sapeva che non era possibile.

Nessuno regalava nulla, nemmeno la terra.

Nella Casa della Vita le Forze del Male sono sconfitte.

Esisteva un Male che impediva alla terra di prosperare? E in questa Casa della Vita si poteva distruggere?

Riuscì a sentire le punte dei piedi. Poteva ancora muoversi allora. Ma questa voce che cosa voleva da lui?

Nella Casa della Vita il Re si ritempra e la sua vecchiaia si dilegua.

Non era di certo un Re, ma avrebbe volentieri ripreso possesso della sua gioventù se chiunque gli stesse parlando gliel’avesse portata via.

Riuscì a sentire il busto, che si era riattaccato alle braccia e alle spalle, però era come se gli mancasse la schiena. Non era ancora fuori pericolo insomma.

Il suono di nutre dell’Energia delle Stelle e sana le ferite dell’anima, iscrivendo le misteriose formule nel corpo dell’uomo coraggioso che sfida l’Ignoto.

Sgranò gli occhi. Era impossibile, eppure mentre sentiva che la schiena gli permetteva di tirarsi in piedi, capì dov’era finito. Chi gli stava parlando non era una persona.

Era il cosmo e gli stava facendo qualcosa.

Lo sentiva nelle parti del corpo che gli mancavano e in quelle che era tornato a percepire.

«Io…»

Voleva chiedergli perché era lì, scusarsi per le accuse e arrabbiarsi del perché avesse scelto proprio l’ultimo dei credenti.

Non era la fede che lo aveva tenuto in piedi fino a quel momento, ma il coraggio di sfidare l’ignoto in ogni sua forma, per condurre le persone che aveva giurato di difendere in un posto da chiamare casa.

Una sensazione formicolante si arrampicò sulle ginocchia, ma ancora non poteva muoverle come voleva. Però si sentiva un pochino più a suo agio. Insomma se il cosmo avesse voluto fulminarlo, avrebbe anche potuto e invece era lì a dirgli delle cose che non era sicuro di capire completamente. E lo aveva persino definito coraggioso.

La Casa della Vita genera Amore, Virtù e Saggezza.

«Lo avevo… dimenticato.»

Amore per la sua gente, virtù per riuscire ad affrontare le sfide che gli si paravano davanti e la saggezza di capire quando era lui quello che doveva imparare qualcosa.

La disperazione e l’odio lo avevano accecato per diversi cicli e adesso, nella calma del cosmo, ricordò che era una frase simile a quella che gli avevano insegnato i suoi genitori quando stava ancora imparando a distinguere un’anatra da uno struzzo. Sentiva il bisogno di piangere, ma solo il respiro si alterò. In compenso poteva muovere le gambe e con calma riuscì a mettersi in piedi. Gli mancava solo la vista.

Essere ciechi davanti al cosmo, che ironia.

La Casa della Vita risplende nel cuore dei veri Iniziati alla Luce.

Avvertì un tuffo al centro del petto.

La Casa della Vita l’avrebbe creata lui stesso, anzi l’avrebbe creata insieme a tutti i compagni di viaggio che lo avevano seguito fino a quel momento. Avrebbe rinnovato la sua fede, ma se davvero la Casa della Vita poteva creare alberi che danno frutti…

«Non so come si fa.»

Te lo insegnerò e tu lo insegnerai agli altri, così come hai appreso i dieci pilastri della Vita.

Osiride si guardò intorno. Non vedeva nulla ovviamente, ma era certo di aver sentito bene. Il cosmo gli aveva davvero risposto.

«E se non ne fossi in grado?»

Non voleva più vedere le persone morire di stenti o di malattie.

Finché percorrerai il cammino degli dei, i misteri del cosmo ti saranno svelati. La pietra che hai nelle mani sarà il cuore della Casa della Vita. Apponila in questo modo.

Osiride ascoltò in silenzio ciò che il cosmo ebbe da dirgli fino all’ultima parola.

Nella Casa della Vita ogni corpo morto vive. Risorgi, Osiride.

Osiride prese un respiro profondo e il giorno gli restituì la vista. Allungò una mano a ripararsi dal sole e la scoprì verde, adorna di bracciali dorati. Si alzò in piedi con una calma che non poteva appartenergli, e scoprì che avrebbe potuto toccare il bordo del cratere in cui era precipitato, se solo avesse allungato una mano.

Si sporse e appena toccò il bordo qualcosa gli solleticò la mano. La alzò. Erba.

Erba verde che iniziò a crescere a perdita d’occhio intorno a lui, a partire dalla sua mano.

Sicomori, datteri e palme da cocco crebbero dalla terra come se fossero rimasti nascosti fino a quel momento. Vide qualcuno correre verso di lui e fissarlo a bocca aperta.

Oshar.

«Chi sei?» gli chiese l’amico, il bastone ricurvo stretto nella mano.

Lo guardò con il sorriso di chi ha ritrovato la strada di casa dopo essersi perso.

«Io sono Osiride e questa sarà la nostra casa.»

La mano affondò nella terra rigogliosa.

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