1. 𝐼𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜
𝐴𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑡𝑖, 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒…
Era passata esattamente una settimana. Caleb non aveva contattato Elias e, a sua volta, non aveva ricevuto alcuna pressione riguardo il lavoro che gli era stato offerto.
Morale della favola? Alla fine si ritrovò nell’ufficio dell’amico, in attesa di ricevere i dati che lo avrebbero portato a lavorare con quel fatidico “cantante”.
Si guardò intorno, osservando come lo stile di quella stanza fosse cambiato nel corso degli anni. Ricordava ancora quando, nei primi tempi, l’ufficio era cupo, dominato da toni scuri e avaro di luce; adesso l’arredamento era moderno, giocato sulle tonalità del marrone, animato da piante e grosse vetrate che mostravano la città appena sveglia.
Ma Caleb non era un tipo che sapeva aspettare: il nervoso lo avvolse subito. Lo si capiva dalla gamba che scattava su e giù senza sosta. La tensione divenne così intensa che, per un istante, l’ambiente reagì. I vetri iniziarono a tremare e i piccoli oggetti sulle librerie presero a oscillare lentamente. Quella vibrazione si propagò per tutto il piano, arrivando a scuotere l’intero palazzo: il dono di Ares, signore della guerra, stava reclamando il suo spazio.
Ma prima che una statuetta potesse scivolare oltre il bordo della mensola, Elias scattò. Con una velocità che avrebbe sorpreso chiunque, si lanciò verso la libreria e l'afferrò al volo. Un istante dopo era già accanto all’amico, bloccandogli la gamba con una presa d’acciaio. Premette il palmo sulla rotula con forza, costringendo Caleb a tornare presente a se stesso.
Non fu solo un tocco, ma un ordine silenzioso impartito attraverso i gesti.
Il tremore si interruppe di colpo, lasciando dietro di sé solo un'eco lontana di vibrazioni. Caleb abbassò lo sguardo sulla mano dell'amico, poi risalì fino a incontrare gli occhi di Elias, che lo fissava con una calma assoluta e un sorriso dolce, nonostante l’impeto appena sprigionato. Sbuffò: quel contatto lo aveva riportato alla realtà, evitando un disastro imminente.
«Fermati, o mi distruggerai tutto.»
Una volta certo che del tremore non vi fosse più traccia, Elias tolse la mano e si spostò verso la scrivania.
«Sei in ritardo. Dove sei stato?»
Chiese con acidità all’amico, osservandolo mentre si andava a sedere alla scrivania.
«Ero a organizzare l’incontro tra te e il tuo nuovo incarico, quindi smettila di essere così acido.»
Elias ridacchiò, accomodandosi sulla sua poltrona di pelle marrone. Accese il computer e iniziò a scorrere alcuni file, passando contemporaneamente dei fogli a Caleb. Lui li prese e cominciò a leggere, anche se solitamente preferiva l'azione alla burocrazia. Tuttavia, un dettaglio lo colpì: una nota che riportava come il ragazzo fosse stato minacciato di morte.
«Quindi è stato minacciato davvero?»
«Sì, ma non è tutto. A quanto pare hanno già provato a fargli del male; le guardie del corpo precedenti sono riuscite a fermarli appena in tempo, ma sembra che qualcuno non abbia alcuna intenzione di arrendersi.»
Caleb sbuffò e si alzò, avvicinandosi alla finestra. Osservò la città che, già a quelle prime ore del mattino, era in pieno fermento: i negozi che aprivano, gli uffici che iniziavano a riempirsi. Ma a lui tutto ciò non interessava realmente, perché il pensiero era rivolto a quello che doveva fare. Non era la prima volta che si occupava di una persona famosa finita nel mirino di qualcuno, ma solitamente si trattava di semplici provocazioni. Con le minacce di morte, però, non c'era molto da scherzare.
«Qual è il mio vero compito? Non credo che la mia presenza serva solo a sorvegliare un cantante.»
«Hai indovinato. Dovrai scoprire chi si nasconde dietro queste minacce, catturarlo e, se necessario, consegnarlo alle autorità. Ormai hai le giuste amicizie in certi ambienti, no? Puoi farti aiutare da loro.»
Caleb non tollerava le punzecchiature sui suoi contatti; sapeva fin troppo bene quanti favori avesse dovuto elargire per costruire quella rete. Ma Elias, l’unico con cui era riuscito a mantenere un legame profondo nel tempo, sembrava trovarlo estremamente divertente.
«Sì, ho qualche aggancio...»
Ammise Caleb, rassegnato. Odiando però tutto ciò: perché lui non voleva chiedere favori a nessuno, voleva cavarsela da solo.
«E va bene. Incontrerò questo fatidico cantante.»
Lo disse mimando le virgolette con le dita su quel “fatidico cantante”, un gesto che fece ridacchiare Elias. Lui non aveva mai smesso di osservarlo, sapendo bene che alla fine Caleb avrebbe accettato.
Agli occhi di Elias, l'amico era solo un uomo burbero che amava lamentarsi, che faceva i capricci come un bambino ma che poi portava sempre a termine il compito. Tutta colpa della sua indole di divinità della guerra.
A volte, però, Elias si era chiesto il motivo di quella scelta: perché, invece di intraprendere la carriera come guardia del corpo, Caleb non avesse scelto quella militare. In quel campo la sua strada sarebbe stata solo in salita: conosceva ogni tecnica di combattimento e avrebbe dominato chiunque grazie al suo dono. Invece, si era buttato in quel settore accantonando la sua reale passione.
«A cosa stai pensando?»
La voce di Caleb, bassa e imperiosa, fece sussultare Elias. Il biondo si voltò lentamente, trovandosi lo sguardo dell’amico addosso: scuro, tagliente, inclinato appena di lato come se stesse studiando ogni sfumatura del suo silenzio.
«Perché hai scelto questa strada? Potevi essere un militare, fare carriera e forse governare questa terra... E invece hai scelto di fare la guardia del corpo. Perché?»
La risposta non arrivò subito. Caleb rimase a fissare la città oltre il vetro, come se cercasse qualcosa tra i palazzi e il cielo. Poi si voltò e, con passo lento, si avviò verso la porta: non per uscire, ma per sfuggire a quella domanda.
Non era la curiosità di Elias a infastidire. Era la verità che avrebbe dovuto dire. Una verità che lo perseguitava da anni, forse da secoli, sin da quando aveva iniziato a reincarnarsi. Una macchia oscura posata nel petto, che non accennava a svanire. Al contrario: cresceva con lui, giorno dopo giorno.
«Caleb.»
«Mandami l’indirizzo dell’incontro, ci vediamo lì.»
Non aspettò risposta. Uscì dall’ufficio, lasciandosi alle spalle domande sospese e un silenzio che pesava più di qualsiasi parola.
Camminò lungo il marciapiede con le mani in tasca, la vista acuta che setacciava ogni angolo. Cercava di evitare il contatto umano, incapace di reggere il peso di ciò che stava provando.
I ricordi affiorarono come schegge, pronti a infrangersi contro la barriera che aveva eretto per non soffrire più. Ma quel muro crollò quando un ragazzo, passandogli accanto, lo urtò con la spalla. In quell’istante, tutto iniziò a tremare.
La terra, prima immobile, prese a sussultare. Gli allarmi delle auto iniziarono a suonare all'impazzata, gli animali si agitarono e la gente prese a correre, cercando freneticamente un riparo.
Caleb rimase immobile. Lo sguardo perso nel vuoto.
Il tumulto intorno a lui cresceva, come se rispondesse al suo stesso cuore. Strinse i pugni. Batté un piede a terra. Un suono sordo, profondo, attraversò l’asfalto.
Controllati, Caleb. Controllati.
Il respiro, inizialmente pesante, si fece più lento. Le mani iniziarono a rilassarsi e riprese il controllo del suo corpo. Chiuse gli occhi e lasciò andare un ultimo sospiro: in quel momento, tutto tacque.
Nessun allarme, nessun animale agitato, nessun urlo. Solo silenzio.
«Tutto bene, ragazzo?»
Una voce di donna, bassa e dolce, lo riscosse. Si voltò a guardarla, notando sul suo volto un sorriso gentile, tipico delle donne di quell'età.
«Sì, tutto bene.»
«Non devi vergognarti se hai avuto paura; in certi casi è comprensibile.»
Se si fosse trattato solo di paura, Caleb sarebbe stato d’accordo con lei, ma la verità era ben diversa e lei non poteva nemmeno immaginare. Sorrise appena.
«Non si preoccupi, è stato solo un attimo di smarrimento. Ora devo andare, è stata molto gentile.»
«D’accordo, ragazzo. Ma fa' attenzione: certi momenti potrebbero rivelarsi dannosi.»
La donna lo superò e proseguì per la sua strada, lasciando Caleb a fissarla con sguardo confuso. Non sapeva perché, ma quelle parole gli suonarono familiari; forse le aveva già sentite in una delle sue vite passate, o forse no. Scosse il capo, scacciando quei pensieri riprendendo il cammino. Non gli importava ricordare chi gliele avesse dette, così come non gli importava scavare nel passato delle sue rinascite.
Accadeva raramente, eppure a volte i ricordi tornavano a fargli visita, specialmente dopo i momenti di piacere trascorsi con qualcuno. In quegli istanti sedeva sul balcone, osservava la luna e tornava indietro con la mente a un passato ormai perduto.
Lui, il Signore della Guerra, ma anche l’uomo odiato persino dal proprio padre. Nato da Zeus ed Era, l’unico che avrebbe avuto il diritto di regnare sull’Olimpo al posto del genitore, eppure umiliato e maltrattato per la sua natura. Non rispettava le regole imposte, ignorava gli ordini e agiva spinto solo dal proprio istinto guerrafondaio. Un ribelle forgiato nel coraggio e nella violenza brutale.
Lui era l’istinto puro, l’animale che emergeva nel conflitto. Per questo era odiato ma, allo stesso tempo, amato da molti.
A volte mi mancano quei tempi…
Il suo pensiero volò alle epoche di guerra in cui veniva invocato e acclamato dalle schiere di uomini. Era una furia che vinceva ogni battaglia, godendo ferocemente di ogni vittoria. Erano stati tempi felici, finché tutto non era finito.
Non ricordava come, né chi fosse stato a colpirlo, ma sentiva ancora nitido il dolore dell’istante in cui la sua vita era giunta al termine. Di quel momento conservava un’unica immagine: un volto offuscato di cui udiva solo i singhiozzi, una mano tesa verso la sua. Poi, il vuoto assoluto della morte.
Scosse il capo, cancellando quei frammenti per evitare nuove scosse. Salì in macchina e partì verso il luogo dell'appuntamento: voleva controllare che tutto fosse in ordine prima dell’arrivo del cliente.
~~~~~~~~~~
Mentre Caleb camminava per le strade della città cercando di ignorare il passato, qualcuno, dall’altra parte della metropoli, si stava appena svegliando. Il suo corpo si muoveva tra le lenzuola candide, lasciando che la stoffa gli accarezzasse la pelle nuda. Un leggero sbadiglio gli sfuggì dalle labbra; si mise a sedere, portando subito lo sguardo alla finestra.
Raccolse le gambe al petto e vi poggiò il capo, continuando a fissare l'esterno. Proprio lì, sul davanzale, poté osservare due piccoli uccellini che danzavano tra loro, scambiandosi beccate leggere come se si stessero baciando. Liam sorrise a quella scena, così tenera da sembrare irreale.
Sembrano due amanti… quello che io non ho e che, forse, non avrò mai.
Mentre li osservava, un ricordo lontano riemerse dal nulla: una ragazza ferma in un campo di grano, con gli abiti della sua epoca natia e lunghi capelli biondi e mossi, che alzava la mano per accogliere un piccolo uccellino tra le dita.
Era un frammento di quando era una divinità, prima che la morte e la rinascita diventassero un’abitudine. Un ricordo di quando era giovane e correva tra i campi, amando il sole del mattino che la baciava e le accarezzava il viso, mostrandole la bellezza di tutto ciò che la circondava.
Erano i giorni in cui veniva adorata dagli uomini e dalle donne, punto di riferimento per chiunque cercasse quel sentimento così potente eppure non adatto a tutti.
Il suono del campanello lo riscosse da quel bellissimo ricordo, lo fece quasi sbuffare, come se lo avessero interrotto sul più bello.
Si alzò, indossò una vestaglia nera e si diresse all’ingresso. Aprendo la porta sorrise nel vedere l’amico di bevute, non che il barman del Kantharos, Nilo. Si fece da parte lasciandolo passare, facendosi seguire verso la cucina.
«Allora? Hai dormito bene?»
«Sì, stranamente stanotte sono stato bene. Tu?»
Mentre pronunciava quelle parole, Nilo capì che stava mentendo. Nel corso degli anni aveva imparato a leggerlo, a distinguere la verità dalla finzione, e quello era uno di quei momenti. Tuttavia non disse nulla: sapeva bene come sarebbe finita la discussione: con lui che parlava e Liam che si chiudeva nel silenzio.
«Senti, hai contattato la persona che ti ho consigliato? Per quel... problemino?»
«Sì, il mio manager si è messo d’accordo con lui. Devo incontrarlo a pranzo.»
Lo disse prendendo dei biscotti dal mobile, li poggiò sul bancone e guardò l’amico.
«E no, tu non vieni.»
«E dai! Voglio vedere la tua nuova guardia del corpo, non puoi tenermi lontano.»
Ed eccolo lì: lo sguardo da cucciolo bastonato che Nilo gli rivolgeva ogni volta che voleva qualcosa. Lo usava spesso, e Liam lo odiava. Ma stavolta la situazione era diversa: non si trattava di incontrare una nuova fiamma, ma qualcuno che doveva proteggerlo.
«No, Nilo. Non devo vedere un amante, né tanto meno andare a divertirmi. Devo capire chi è questo pazzo, prima che faccia realmente qualcosa di pericoloso.»
Nilo provò a ribattere, ma si bloccò non appena vide lo sguardo serio dell’amico.
«Ho capito, non verrò. Ma ti prego, mandami almeno una foto.»
«Foto? Scordatelo.»
Liam sbuffò dandogli le spalle; si avvicinò alla macchina del caffè per preparare due cappuccini. Mentre lo faceva, però, i pensieri tornarono allo stalker che da mesi lo perseguitava con messaggi sempre più inquietanti.
Mentre lui pensava a ciò, Nilo lo osservò da capo a piedi soffermandosi all’altezza del collo, dove iniziava il colletto della vestaglia.
«Liam... cosa hai sul collo?»
«Sul collo?»
Si girò confuso a guardare l’amico, poi si diresse verso il corridoio dove si trovava lo specchio. Scostò la vestaglia, notando una macchia sul lato destro che scendeva fino alla spalla. Ma non era una semplice macchia.
«Ma cosa...»
Sussurrò, sfiorando con le dita quel disegno sulla pelle. Al tatto percepì un leggero rilievo, come una cicatrice appena guarita.
«Liam, tutto bene?»
«Non lo so, Nilo. Questo segno... non ho idea di cosa diavolo sia.»
Lo sguardo smarrito e il tono preoccupato spinsero Nilo ad avvicinarsi. Gli scoprì la spalla, notando che la cicatrice proseguiva anche sulla schiena. Imprecò tra i denti, realizzando solo in quel momento di cosa si trattasse.
«Ok, Liam. Non allarmarti, ma questa non è una macchia qualsiasi.»
«E cosa sarebbe? Tu ne sai qualcosa?»
Chiese, fissandolo attraverso lo specchio.
«Questa è una cicatrice, Liam. È il segno del modo in cui sei morto.»
Sin da quando aveva ritrovato la memoria, Liam aveva odiato il peso del proprio potere: l'incapacità di trovare l'amore per se stesso, il dover condizionare la vita degli altri anche con una frase banale, scivolando nella loro mente più a fondo di quanto avesse voluto, e ricordi quasi sempre intrisi di tristezza.
E ora quella cicatrice che sfigurava il suo corpo, marchiandolo con il suo passato.
«Nilo ti prego... dimmi che non è vero.»
«Non posso mentire su questo. Quel segno fa parte del tuo passato, ed è anche un segnale.»
«Segnale? Per cosa?»
Esclamò esasperato, camminando verso la camera. Voleva coprirla, nasconderla al mondo intero fino a farla sparire. Nilo lo seguì sospirando, conscio di non poter fare nulla per aiutarlo.
«Liam... quel segno compare solo quando si è vicini.»
In quel preciso istante, il mondo di Liam iniziò a crollare. Tutto ciò per cui aveva lavorato, l'impegno e il sudore versati per costruirsi una vita, stava per essere travolto da una maledizione: la stessa che lo aveva ucciso quando era ancora una divinità.
Senza dire una parola, tirò fuori dall'armadio un paio di pantaloni neri e una maglia bianca a collo alto. Si vestì in fretta e si chiuse in bagno per finire di prepararsi.
Nilo rimase sulla porta, lo sguardo perso fuori dalla finestra mentre la mente tornava a tempi lontani. Lui e Afrodite che ridevano a un banchetto, le coppe piene di vino, le donne che danzavano in loro onore e gli uomini che cercavano disperatamente di conquistarli. Tempi in cui erano felici, in cui non esistevano gelosie o dolori.
Tempi svaniti come nebbia.
Non sapeva come fossero arrivati a quel punto, né come tutto fosse iniziato. Sapeva solo che ognuno di loro, le divinità rinate, avevano una missione che si palesava solo al momento opportuno. E sapeva che, quando l’ora della morte si avvicinava, i segni della fine precedente tornavano a mostrarsi sulla carne.
«Ora vado a quell’incontro. Nilo so che ti chiedo molto, ma sei l’unico di cui mi fidi. Fai delle indagini, per favore: voglio sapere come evitare tutto questo.»
«Proverò a fare delle ricerche tra le altre divinità, forse loro sanno qualcosa.»
Disse con tranquillità, cercando di nascondere la preoccupazione che lo stava assalendo.
«Mi spieghi perché tu ne conosci alcuni, ma noi non possiamo vederci né capire chi siamo?»
Nilo ridacchiò divertito. In realtà, lui non sapeva chi fossero davvero le divinità; conosceva solo quelli che si presentavano come tali, e per questo custodiva il loro segreto.
«Non ne ho idea. Si confidano con me, mi rivelano il loro segreto, ma come te non ho il potere di identificarli a vista.»
«Capito. Ti basi solo sulla parola, comodo così.»
Commentò Liam scuotendo il capo. Prese la borsa e, insieme all'amico, si diresse all’ingresso. Ma nella sua mente il pensiero della cicatrice non lo abbandonava mai.
Sin dalla fine della sua esistenza divina, Liam aveva vissuto molte vite: felici, infelici, di successo o misere. Eppure, in nessuna di esse aveva mai ricordato il momento esatto della propria morte. Non sapeva se fosse avvenuta di giorno o di notte, nel sonno o da sveglio. Sapeva solo che era morto e che, quando il segno appariva, i giorni della sua nuova vita erano contati. Ricordava, però, perfettamente il dolore: un tormento lancinante, un urlo bloccato in gola che lo accompagnava fino alla fine.
«Liam, vuoi che venga con te?»
«No, c'è già il mio manager. E non sarò solo, ci sarà la mia nuova guardia del corpo... che forse ti farò conoscere stasera al locale.»
Ridacchiò spingendolo fuori di casa, volendo scacciare via i brutti pensieri. Uscì dal palazzo con l’amico avvicinandosi al veicolo, salì e, salutando appena, partì verso l'appuntamento, convinto, in fondo, di non aver bisogno di protezione.
Sin da quando era diventato famoso, le minacce non erano mancate. Fan che lo idolatravano come un Dio, a volte troppo insistenti, troppo estremi. Per questo, per rassicurare il manager aveva accettato la scorta: lo "stalker" era arrivato a inviargli minacce di morte accompagnate da oggetti sporchi di sangue.
Arrivato al locale, sondò i dintorni prima di scendere per evitare fotografi. Mise gli occhiali da sole, un cappello e si incamminò. Per l’occasione non avevano scelto un ristorante di lusso, che avrebbe attirato troppa attenzione, ma un semplice fast food. Tavoli affollati di famiglie, studenti e amici: il posto perfetto per sparire tra la folla.
Individuò il manager e si avvicinò fermandosi al suo fianco. Di fronte a loro c’era un ragazzo dai capelli biondi e dalle lentiggini che ornavano occhi azzurri come il cielo.
«Liam, sei arrivato.»
Il manager gli scostò la sedia, un gesto premuroso che aveva avuto fin dal primo giorno. Un’attenzione che, a volte, sconfinava, ma Liam aveva imparato a vederlo come l’unico affetto stabile.
«Perdonate il ritardo, ho trovato traffico. Lei è?»
chiese Liam porgendogli la mano.
«Lee Elias. Sono il vostro contatto per la sicurezza.»
«Quindi saresti tu la mia guardia del corpo? Un po' gracilino... ma se sai fare il tuo lavoro, non ho nulla da dire.»
Elias scoppiò a ridere e scosse il capo, estraendo dei documenti dalla valigetta.
«Io sono solo il portavoce. La tua guardia del corpo preferisce restare nell'ombra, per studiare meglio chi ti circonda e proteggerti con più efficacia.»
«Quindi non lo conoscerò? Devo restare all'oscuro e chiedermi continuamente se ci sia o meno?»
Liam aprì la cartellina, ma i suoi occhi iniziarono a vagare per il locale alla ricerca di un volto sospetto.
«Si mostrerà quando sarà il momento. Per ora, ti basti sapere che si chiama Caleb. Ti seguirà da lontano...»
«No.»
Liam troncò ogni parola che Elias stava per pronunciare e si alzò, dandogli le spalle.
«Non ho intenzione di lavorare con qualcuno che si nasconde. Ho bisogno di vederlo in faccia, di potermi fidare di questo fatidico guardiano. Non voglio un’ombra che mi segua costantemente; mi farebbe sentire osservato, non al sicuro.»
Lo disse con una serietà glaciale mentre si dirigeva verso l’uscita, ignorando i richiami del manager. Non stava mentendo: per lui la fiducia era tutto, aveva bisogno di sentire la presenza di chi doveva proteggerlo, di poterci parlare.
Uscì dal locale. Attraversò la strada senza riflettere, lasciando che l’aria fresca gli colpisse il viso dopo il calore soffocante del fast food. Il rumore arrivò prima della vista: un ringhio meccanico, improvviso e spaventosamente vicino. Si voltò e il tempo parve cristallizzarsi. C’era solo quell’auto, un’ombra nera che divorava l’asfalto puntando dritto su di lui.
Muoviti! Non restare fermo! Muoviti!
Il pensiero urlava, ma il panico lo aveva inchiodato alle strisce pedonali. Spalancò gli occhi, incapace di reagire, aspettando solo l’impatto. Il fiato gli si bloccò in gola. Sentì la vibrazione del suolo sotto le suole un istante prima che qualcuno gli piombasse addosso, scaraventandolo a terra tra due auto parcheggiate.
«Stai bene? Ti sei fatto male?»
Liam sbatte le palpebre più volte, cercando di mettere a fuoco il suo salvatore. Non sentiva il dolore, solo l’eco della paura pura che lo aveva paralizzato.
«Mi senti?»
Scosse il capo e spinse via l’uomo che lo sovrastava. Provò ad alzarsi, ma ricadde subito a terra: le gambe tremavano come foglie. Imprecò tra i denti, strinse i pugni e tentò di nuovo, senza successo.
«È la paura che ti blocca, è una reazione normale.» Commentò lo sconosciuto, guardandolo dall’alto come a studiarlo.
«Non ho bisogno delle tue spiegazioni,»
Ribatté Liam riuscendo finalmente a rimettersi in piedi. Si appoggiò a una carrozzeria e fece un respiro profondo, cercando di calmare il cuore che martellava furioso. Poi, finalmente, guardò chi lo aveva aiutato.
«E comunque... grazie.»
«Dovresti fare più attenzione. Le minacce che ricevi non sono tutte fantasie; alcune diventano reali, come quella di un istante fa.»
«Tu cosa ne sai... Oh! Non dirmi che sei tu la guardia del corpo.»
«Liam!»
Il manager corse verso di lui, ansante. Liam sbuffò mentre l'uomo iniziava a controllarlo ovunque, toccandolo nervosamente. Gli scostò le mani di dosso, cercando di riprendere il controllo di sé.
«Sto bene, solo un po' di spavento. Ora devo andare...»
«Io vengo con te.»
A quella dichiarazione dello sconosciuto, Liam si voltò di scatto, incrociando le braccia al petto e fulminandolo con lo sguardo. Odiava chi invadeva i suoi spazi con quell'aria arrogante.
«Scordatelo. Non voglio qualcuno attaccato al culo che non si degna nemmeno di presentarsi come si deve.»
«Si dà il caso che questo "qualcuno"...»
Ribatté Caleb mimando le virgolette con le dita, mentre il nervoso per il carattere del cliente iniziava a farsi strada.
«Ti abbia appena salvato la vita. Quindi eviterei di fare il "Signor Ingrato" e accetterei la mia presenza. Incidenti come questo accadranno di nuovo.»
«Mi stai minacciando, per caso?»
Caleb scosse il capo e gli diede le spalle. Detestava l'ingratitudine e quel ragazzo ne era intriso.
«Pensala come vuoi. Ti seguirò, che ti piaccia o no.»
Elias imprecò sottovoce: il piano prevedeva ben altro, ma un'auto lanciata contro un marciapiede non lasciava molto spazio alla discrezione.
Il cantante stava per ribattere ferocemente, ma proprio Elias si intromise con diplomazia cercando di calmare gli animi.
«Lo scusi, Caleb non voleva essere sgarbato. Ma dopo quello che è successo, è fondamentale che vi segua ovunque. Abbiamo appena appurato che la sua vita è davvero in pericolo.»
«Tsk. E va bene. Ma non tollero l'arroganza, mi dà l'orticaria.»
Sbuffando, Liam si diresse alla sua auto. Mise in moto e partì senza salutare nessuno, notando subito nello specchietto che la macchina della guardia del corpo era già incollata alla sua.
Il manager sospirò, scuotendo la testa.
«Mi dispiace, spero non ci siano problemi tra loro.»
«Non si preoccupi.»
Ridacchiò Elias osservando le due auto allontanarsi.
«Da quello che vedo, il ragazzo ha un bel caratterino: è esattamente ciò che serviva a Caleb.»
Fino a quel giorno Caleb aveva avuto incarichi noiosi, ma Liam era diverso. Forse era il fascino che emanava anche in abiti casual, o quello sguardo in bilico tra gioia e tristezza, ma rappresentava una sfida perfetta.
«Ora devo andare, signore. Per qualsiasi cosa, mi contatti.»
«La ringrazio, signor Lee.»
Si congedarono con una stretta di mano. Elias salì in auto, un sorriso enigmatico sulle labbra.
Ci sarà molto da divertirsi con quei due, ne sono certo.
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