𝑷𝒓𝒐𝒍𝒐𝒈𝒐
Le ferite sono solo parte di noi,
piccoli strati di stoffa che si legano alla nostra anima,
rimanendo impresse
e mai sparendo completamente.
Amore: un sentimento tanto forte quanto debole.
Ti avvolge completamente, stringendosi intorno al cuore fino a diventarne padrone.
Ti fa provare gioia e felicità, ma, al tempo stesso, ti trascina con sé nella tristezza e nel dolore. Ti spezza, creando ferite che non si rimarginano, ma rimangono lì, senza mai sparire.
Tutto ciò non fermò mai l’essere umano dal farsi distruggere e mettere in ginocchio da questo sentimento così potente, del quale non si può fare a meno.
Ma, nello stesso tempo, portò l’essere umano a rialzarsi, a lottare ancora e a tornare a provarlo, come se il passato non fosse mai esistito.
Questo è il vero amore: un miscuglio di emozioni contrastanti che spinge l’uomo o la donna ad affrontare, anche nelle piccolezze, sfide continue pur di raggiungere ciò che il cuore desidera realmente.
Liam portava quei segni sulla pelle: cicatrici invisibili di un amore che non sapeva restare. Amava, soffriva, crollava. Eppure, ogni volta, trovava la forza di rialzarsi.
Non si fermava mai. Non si arrendeva, pur sapendo che quel continuo rialzarsi lo avrebbe spezzato ancora.
Ma non gli importava.
Sapeva che, lì fuori, da qualche parte, esisteva quell’amore capace di fargli battere il cuore a mille: un amore in grado di strapparlo alla monotonia e ricucire le ferite che continuava a infliggersi da solo.
Gli bastava avere pazienza, non crollare e indossare una maschera che quasi nessuno avrebbe saputo vedere.
Quella sera non faceva eccezione.
Sedeva al solito bar, sorseggiava il solito drink in compagnia della nuova fiamma, una che sapeva non sarebbe durata ancora per molto. Perché, volente o nolente, ogni persona che aveva al fianco e di cui si innamorava lo portava a illudersi che ci fosse qualcosa. Ma, puntualmente, dopo la prima notte di fuoco, scappava come scottata.
A volte si chiedeva se il problema fosse lui. Forse faceva o diceva qualcosa che li faceva scappare. Poi si sedeva sul divano di casa, a fissare il vuoto, ripensando ai momenti passati, rendendosi conto che lui non faceva nulla di sbagliato.
La sua routine era sempre la solita: messaggi di buongiorno e buonanotte, l’attesa che fosse l’altro a contattarlo per non essere invadente, l’assenso a ogni richiesta purché fosse nei limiti.
Si comportava da ragazzo perfetto, ascoltava senza mai stressare l’altro con i suoi problemi. Eppure, dopo la notte di passione, bastavano due o al massimo tre giorni per essere lasciato.
Proprio come in quel momento: lui attento a ogni parola, l’altro che evitava il suo sguardo, cercando le parole giuste.
«Liam… non so come dirtelo…»
Il ragazzo che aveva davanti era teso, nervoso, cosa che Liam notava dal suo muoversi di continuo, dal modo colpevole in cui vagava con gli occhi, evitando quelli di lui.
«Prenditi il tuo tempo. Non avere fretta.»
Posò la mano su quella del ragazzo, un gesto lieve, un invito a respirare e prendersela con calma. Non aveva fretta di ascoltare, quello no, ma il dolore lo sentiva. Quello arrivava sempre puntuale.
Bastò seguire lo sguardo del ragazzo per capire tutto: una ragazza poco distante, il modo in cui si fissavano, quel microsecondo di esitazione che Liam conosceva fin troppo bene.
Il solito copione: essere lasciato per un’altra persona.
Non perché fosse inferiore, ma perché aveva capito che le persone destinate erano legate da un filo sottile e invisibile che lui riusciva a vedere molto bene.
Un attimo. Solo un attimo.
Il cuore gli si fermò, come se avesse perso un colpo. Poi tornò a battere, disciplinato, come se nulla fosse, pur capendo e sapendo che non poteva farci niente.
«So che sembro uno stronzo…»
Il ragazzo finalmente portò lo sguardo su quello di Liam e si morse il labbro inferiore, sentendosi in colpa.
«In fondo stiamo bene insieme, ma… ecco…»
«Capisco.»
Gli sorrise, infondendogli coraggio, cercando di fargli capire che non se la stava prendendo per quello che stava per succedere.
«Non serve che tu dica altro. Sei libero di andare. Tra noi non c’era niente di serio, era solo una prova. Giusto?»
Nel sentire quelle parole, il ragazzo sospirò di sollievo, mentre le spalle si abbassavano rilassandosi. Eppure, si sentiva ancora in colpa per quello che stava per fare all’altro.
«Giusto. Un periodo conoscitivo. Quindi… amici?»
Gli porse la mano, speranzoso. Liam, senza esitazione, la strinse con gentilezza, come sempre, una gentilezza che non gli veniva mai ricambiata con la stessa intensità.
Poi lo vide allontanarsi, senza troppe cerimonie. Tornò al suo drink, come se il liquido al suo interno potesse riempire il vuoto che si era aperto nel petto.
«Come è andata?»
La voce del barman lo riscosse dai suoi pensieri, riportandolo a quel momento e nel luogo in cui si trovava.
«Come vuoi che sia andata? Mi ha lasciato. Come sempre.»
Liam lo guardò, gli rivolse un sorriso amaro, uno di quelli che gli tiravano appena gli angoli della bocca.
«Mi dispiace, amico. Quel demente non ti meritava.»
«Forse hai ragione, Nilo.»
Gli sorrise di nuovo, lo stesso sorriso stanco, mentre lo sguardo rimaneva addosso all’amico, come se cercasse un appiglio.
Nilo Bac, venticinque anni, era il proprietario di uno dei locali più famosi della città, oltre che uno dei migliori amici di Liam.
La prima cosa che si poteva notare di lui erano gli occhi: intensi, penetranti, ma sempre illuminati da una luce scherzosa e dolce. Il viso era ingannevole: tratti morbidi, guance piene che gli avevano valso il soprannome di “Scoiattolo”. Tutto veniva incorniciato da capelli neri perennemente spettinati.
E il fisico? A differenza di Liam, lui era poco più in carne, con muscoli messi al posto giusto ma senza esagerazioni. Dietro quell’aspetto da bravo ragazzo, però, si nascondeva un uomo spiritoso e profondo, capace di conversazioni serissime quando serviva.
«Ho sempre ragione.»
Disse, incrociando le braccia al petto, con lo sguardo fisso sull’amico.
«Liam, perché continui così? Ti stai facendo solo del male.»
«Lo so…»
Mandò giù l’ultimo sorso del drink e posò il bicchiere con un gesto lento.
«Ma non posso darla vinta al dolore. Da qualche parte c’è la mia persona: quella che mi farà a pezzi… ma che saprà ricucirmi.»
Nilo, nel sentire quelle parole, scosse il capo e strinse lo strofinaccio che aveva in mano, mentre osservava Liam, che aveva lo sguardo perso sulla folla.
Sapeva che quegli occhi brillavano ancora, sì, ma di una luce che stava per spegnersi. Eppure rimase in silenzio, come sempre, consapevole che non l’avrebbe mai convinto a fare diversamente. Avrebbe voluto aiutarlo, ma non era nelle sue competenze.
Era ironico, in fondo: la reincarnazione di Afrodite, dea dell’amore, incapace di trovarlo per se stessa. Sembrava quasi che potesse trovarlo per tutti, ma per sé non vi fosse nemmeno l’ombra.
«Perché ridi?»
Liam si voltò, notando un piccolo ghigno formatosi sul volto dell’amico, senza capire se fosse per la situazione o per qualche suo pensiero.
«Semplicemente trovo divertente tutto ciò. Tu, reincarnazione della dea Afrodite, trovi l’anima gemella per tutti tranne che per te.»
«Comincio a trovarlo divertente anche io. Però non mi arrendo. Ne va del mio onore, come divinità della bellezza e della passione.»
Spostò il bicchiere verso Nilo, si alzò, lo salutò con la mano e si lanciò in pista, lasciando che la musica lo coinvolgesse. Come se il ritmo di quelle note potesse placare ciò che gli scavava nel petto, che non smetteva mai di aumentare.
«Amico mio, spero che non sia troppo tardi.»
Sussurrò Nilo, distogliendo lo sguardo e tornando a servire i clienti che sembravano moltiplicarsi a vista d’occhio. Merito del suo dono: lui era la reincarnazione di Dioniso, signore del vino e dell’estasi.
Insomma, tutto ciò che si poteva trovare in quel locale: il Kantharos. Era il ritrovo di molti, rifugio per divinità che volevano dimenticare, anche solo per una notte, il peso della propria immortalità. Un ciclo eterno di morti e rinascite che stava per giungere a un nuovo, pericoloso capitolo. Perché, per quanto essere una divinità avesse i suoi pregi, nel profondo portava con sé difetti che nessuno voleva realmente affrontare.
Quel locale era fatto proprio per questo: cancellare, per una notte, i difetti. Gli stessi che, prima o poi, avrebbero portato dolore… e soprattutto distruzione. Una distruzione che avanzava, insinuandosi tra le divinità, colpendole nel profondo fino a farle sparire. Perché, presto o tardi, anche loro avevano una fine.
Questo era il loro ciclo vitale: si reincarnavano, crescevano imparando a usare i loro poteri grazie ai tutori, anch’essi divinità. Creavano legami importanti e no… e poi, arrivati a un’età o a un momento prestabilito, davano l’ultimo addio morendo.
«Ehi, hai visto? Anche stasera si trova qui.»
«Sì. Ci proviamo? Magari scappa qualcosa di divertente.»
Nilo portò lo sguardo sui due ragazzi che parlavano.
Non aveva bisogno di guardare o di continuare ad ascoltare per capire di chi stessero parlando. L’unica persona capace di catturare sguardi e mormorii, anche da parte di chi era ancora mezzo stordito dai drink, era sempre lui: Liam, o per meglio dire Afrodite, una figura impossibile da ignorare.
La sua altezza, accentuata dalla corporatura slanciata, lo rendeva immediatamente riconoscibile. Ma era il viso a catturare davvero: linee affilate, mascella definita, occhi grandi e a mandorla, intensi come quelli di una volpe. I capelli erano medio-lunghi, neri come la pece, attraversati da ciocche dorate che brillavano sotto la luce del locale.
Intorno a lui un’aura eterea.
Le luci, la nebbia leggera delle macchinette, tutto sembrava congiurare per metterlo in risalto, come se il mondo stesso volesse offrirlo allo sguardo degli altri.
Ma quei ragazzi ignoravano un dettaglio fondamentale: non erano stati loro a notarlo, bensì era stato Liam a farlo. Nulla, con lui, accadeva per caso.
«Ragazzi, tenete.»
Nilo si avvicinò, porse loro tre bicchieri, sorridendo.
«Questo è il suo drink preferito. Se volete conquistarlo… usatelo.»
Non si chiesero perché il barman fosse così disponibile: non gli importava. Presero i bicchieri, si scambiarono un’occhiata carica di adrenalina, si fecero coraggio mentre si avvicinavano alla divinità.
Liam li sentì arrivare: ancora incerti, ancora convinti di essere stati loro a scegliere. In realtà era stato lui a marchiarli con lo sguardo, molto prima che trovassero il coraggio di muovere un passo o ricevere quel drink.
Quando i loro occhi incontrarono i suoi, il tempo sembrò rallentare. Le luci del locale scivolarono sulla sua figura come un riflesso liquido. Liam prese un bicchiere, lo sollevò con lentezza studiata, quasi sensuale. Lo portò alle labbra, inclinando appena il capo, e bevve un sorso lento, profondo: un gesto che aveva il sapore di un invito e di una condanna insieme.
Fu in quell’istante che tutto si chiuse.
Il loro destino si sigillò senza rumore, come una porta che si chiudeva alle loro spalle. Erano diventati le sue prede, catturati da un filo invisibile che li tirava verso di lui, e nessuno dei due se ne rese conto.
E Liam…
Liam non aveva alcuna intenzione di lasciarli andare.
Non quella notte. Non dopo averli scelti.
E così bastò un drink, qualche tocco sapiente e la musica pulsante del locale per annebbiare la mente dei due ragazzi, mentre Liam si nutriva della loro linfa e li guidava fuori, lontano dalle luci, verso l’intimità della sua casa.
Una fame antica, sottile, che si saziò completamente tra le lenzuola: tra i loro corpi caldi che si intrecciavano al suo, le labbra che scivolavano sulla pelle, i gemiti che si fondevano alla notte fino a diventare una melodia stordita, intrisa di alcol, sudore e desiderio.
Quando tutto finì, Liam si sollevò con la grazia di chi non conosce davvero la stanchezza. Indossò la vestaglia e uscì sul balcone, lasciandosi alle spalle il calore dei corpi e il disordine della camera.
Nonostante la notte insonne, non avvertiva alcun peso: una vitalità nuova gli scorreva sottopelle, viva, vibrante, come se il calore di quei due ragazzi fosse rimasto intrappolato dentro di lui, ricaricandolo dall’interno.
Si versò un calice di vino e lo sollevò lentamente, inclinando il vetro per osservare la luna riflettersi nel liquido rosso. Il gesto era lento, quasi devoto, come se stesse celebrando un rito che solo lui conosceva.
«Saziati di questa notte, mio amato. Presto saremo io e te, e sarà la notte a cibarsi della nostra passione.»
Lo sussurrò alla luna, alla città, a qualcuno che non era lì ma che lui sentiva comunque vicino. Poi bevve, lasciando che il vino gli scivolasse in gola, abbandonandosi a quel momento che apparteneva solo a lui.
~~~~~~~~~~
In un altro luogo della città, lontano dalla frenesia della notte, il campanello suonò senza sosta ai primi raggi del sole.
La luce filtrava tra le tende come una lama pallida, tagliando l’ombra della stanza. Un brontolio scocciato echeggiò tra le mura dell’appartamento: un lamento che chiedeva di essere lasciato in pace. Ma quel mugugno non venne ascoltato.
Si scoprì con un gesto annoiato, spostando il braccio della sua ultima conquista, e si alzò con la pesantezza di chi non aveva alcuna intenzione di iniziare la giornata. Infilò i pantaloni della tuta e uscì dalla stanza, percorrendo il corridoio fino al salone. Passò la mano tra i capelli scompigliati, cercando invano di domare il disordine. Si avvicinò alla porta d’ingresso, aprendola con uno scatto irritato.
«Smettila di suonare, sei un dito in culo.»
Ringhiò verso l’amico, già certo che fosse lui la causa del suo risveglio forzato. Sbuffò, osservandolo da capo a piedi e odiando quel sorriso radioso che gli illuminava il viso, come se il mattino non avesse alcun potere su di lui.
«Buongiorno anche a te, mister simpatia. Ci hai messo un bel po’ ad aprire.»
Lee Elias irradiava una luce calda e immediata, quasi fuori posto in quell’ora acerba. Il viso possedeva una dolcezza disarmante: i grandi occhi azzurri spiccavano sulla carnagione chiara, impreziosita da lentiggini che sembravano una mappa celeste. Era snello, eppure bastava osservarlo con attenzione per cogliere la potenza nascosta del suo fisico. E poi c’era il suo sorriso: puro, solare, riflesso di una natura genuina e gentile.
Ma tutto svaniva non appena apriva bocca: la sua voce, in netto contrasto con il viso, era profonda e grave, una particolarità che lo rendeva indimenticabile.
Per Caleb non era solo un amico, ma una guida silenziosa, uno di quelli che arrivano sempre nel momento esatto in cui devono arrivare.
«Avrei preferito che non arrivassi mai.»
Proferì Caleb, dandogli le spalle. Lasciò la porta spalancata, come una ferita aperta nel silenzio del mattino.
«Cosa ci fai qui? Non avevi una fiamma con cui scaldare il letto?»
Elias ridacchiò piano, quella risata leggera che sembrava sempre scivolare nell’aria come un soffio. Seguì con lo sguardo l’amico che si dirigeva verso la cucina e gli andò dietro silenzioso, ascoltando il ritmo dei suoi passi: pesanti, irritati, quasi un tamburo di guerra.
Asterion Caleb era l’incarnazione perfetta di Ares. Non era solo una questione di forza indomita o di bellezza: la sua presenza aveva qualcosa di antico, di primordiale, come se portasse sulle spalle il ricordo di battaglie combattute in epoche che nessun mortale avrebbe mai potuto immaginare.
Aveva il corpo di un guerriero, forgiato da mille ore di palestra e dalle notti insonni passate a consumare energie che sembravano inesauribili.
Il viso era segnato da un’intelligenza affilata e da una concentrazione intensa. Gli occhi, scuri come la notte prima della tempesta, trasmettevano una calma da predatore, una quiete che non aveva nulla a che fare con la dolcezza luminosa di Elias. Eppure quello stesso sguardo sapeva ammorbidirsi, diventando protettivo quando lo rivolgeva a chi amava. L’aria intorno a lui vibrava di una tensione costante, una scarica di energia primordiale che lo rendeva magnetico e pericoloso, come una lama nascosta sotto la pelle.
«La smetti di osservarmi? Sei inquietante. E scordatelo: non ti scopo, non sei il mio tipo.»
La voce tuonò nella stanza, come un colpo secco. In risposta ottenne solo una risata divertita da parte di Elias, il quale conosceva troppo bene quelle difese per prenderle sul serio.
Caleb mise sul fuoco la caffettiera; il metallo tintinnò come un’armatura di guerra. Poi si voltò, guardando l’amico con lo sguardo indagatore, tagliente.
Elias non era il tipo da disturbare ai primi raggi del sole. Sapeva che Caleb detestava essere svegliato, eppure, quando lo faceva, c’era sempre qualcosa nell’aria. Una vibrazione sottile, un presagio. Era sempre così con lui: portava messaggi e notizie, come se il mondo intero scorresse tra le dita.
Tipico di Hermes.
«Allora… dimmi, cosa ci fai qui? Quale buona novella hai preparato per me?»
Il tono era sarcastico, mentre prendeva i biscotti dal mobile, senza smettere di tenere Elias nel suo campo visivo, come un generale che non abbassa mai la guardia.
«Diciamo che, come amico, mi mancavi, ma come tuo responsabile degli incarichi mi servono il tuo fisico e la tua forza.»
A quelle parole Caleb lo osservò socchiudendo appena gli occhi, cercando di intuire dove volesse andare a parare. Ma, come sempre, il sorriso enigmatico di Elias lo spinse ad arrendersi: era impossibile leggergli dentro.
Hermes non si lasciava mai afferrare.
«Parla. Cosa vuoi?»
«Sono stato contattato dal manager di un cantante, una star mondiale a quanto pare… che mi ha chiesto, o per meglio dire comprato, un esperto per la sua incolumità: forte, bravo nel suo lavoro e capace di tenergli testa.»
Caleb sbuffò, un suono basso e scocciato che sembrò vibrare nel petto. Sapeva già cosa significavano le parole appena udite: un ragazzino viziato da accontentare, uno di quelli che gli avrebbero fatto perdere tempo e pazienza.
Spense il fuoco sotto la macchinetta, versò il liquido caldo in due tazzine e ne passò una all’amico. Bevve la propria con calma, come se quel gesto potesse dargli la forza di sopportare ciò che stava per sentire.
«Quindi mi stai chiedendo di fare da babysitter a un ragazzino viziato, petulante, arrogante e sbruffone? Ho già detto viziato e petulante?»
Il tono era ironico, tanto da far ridacchiare l’amico.
«Sì, lo hai già ripetuto. Sai bene che per permetterti tutto questo…»
Elias fece un cenno ampio, teatrale, indicando l’attico di cui Caleb era padrone, la macchina sportiva parcheggiata sotto casa e la moto che custodiva come una reliquia di guerra.
«Devi sopportare certi clienti. Dai, Caleb, potresti divertirti. Dicono pure che sia molto bello… un pezzo da urlo, davvero.»
Il sopracciglio di Caleb si alzò nel sentire “molto bello”. Non era un complimento: era un presagio. Con Elias, certe parole non arrivavano mai per caso. E Caleb ne era consapevole. Significava solo una cosa: guai in arrivo. Guai che non aveva alcuna intenzione di affrontare.
Desiderava solo stare tranquillo, godersi con serenità gli ultimi attimi che gli rimanevano come divinità, senza correre dietro a ragazzini viziati che gli avrebbero prosciugato la pazienza.
«Scordatelo. Continuerò con le mie lezioni di pugilato. Non ho bisogno di correre dietro alla gonna di un bambino viziato.»
«Ahhh, certe volte sei davvero cocciuto!»
Elias sospirò, ma dal suo viso il sorriso non sparì mai.
«Hai una settimana per pensarci, e sappi che non ammetto un no. Quindi, vedi tu.»
Quel sorriso…
Quel movimento di labbra poteva farlo sembrare un angelo caduto dal cielo, complice il viso fanciullesco; eppure Caleb sapeva bene cosa si nascondeva dietro quella luce. Elias era un diavolo gentile, un’ombra luminosa capace di insinuarsi nella mente e ammaliare con le parole.
Hermes non bussava mai senza motivo.
«Vedi tu, ma la mia risposta è no. Non mi farai cambiare idea. Adesso vai via, ho da fare.»
«Va bene, ti lascio solo con la tua nuova fiamma… che tanto mollerai prima di sera.»
Concluse Elias alzandosi e camminando verso la porta. Lo salutò con la mano, leggero come un soffio di vento. Caleb borbottò, odiando le scocciature di prima mattina. Buttò con poca grazia le tazzine nel lavandino e tornò in camera. Osservò la ragazza nuda tra le lenzuola.
Si avvicinò, incurante del fatto che stesse dormendo, e iniziò a lasciarle baci che risalivano dalle gambe fino al ventre. La assaporò a lungo, finché la fece sua. Si lasciò baciare e toccare, godendo di quel calore fino a quando lei, stremata, non crollò su di lui, prosciugata della sua linfa.
Sospirò ancora una volta, infastidito, poi la lasciò scivolare di lato sul letto e andò in bagno. Aveva bisogno di una doccia calda per rilassare i muscoli tesi: non solo per ciò che era appena accaduto, ma per il nervoso che Elias gli aveva lasciato addosso come un’ombra.
La verità: non era solo nervoso, era stanco.
Stanco di riempire il silenzio con corpi che non gli lasciavano nulla, stanco di cercare pace in notti che finivano sempre allo stesso modo: con un vuoto più grande di quello che aveva provato prima.
Ares era nato per bruciare, per consumare, per combattere. Ma nessuno gli aveva insegnato come si viveva quando la guerra finiva.
Il vapore iniziò a riempire la stanza, avvolgendolo come un mantello. Caleb chiuse gli occhi, lasciando che l’acqua gli scorresse sulla pelle, e per un istante la sua aura guerriera sembrò acquietarsi. Eppure l’acqua non bastava a lavare via quella sensazione di incompletezza che gli si era attaccata addosso come polvere.
Ogni notte gli lasciava un sapore amaro in gola, come se qualcosa o qualcuno gli mancasse da sempre.
Era un vuoto antico, un richiamo che non sapeva ignorare. E più cercava di soffocarlo, più quel richiamo pulsava insistente, come un cuore che batteva fuori dal suo petto.
«Nessuna notte, nessun giorno riuscirà a saziare la mia anima. Solo tu ne sei capace, mia amata. Presto ti troverò.»
Lo sussurrò al silenzio, alla sua stessa immagine riflessa nel vetro appannato, come una promessa antica che tornava a pulsare.
E in quel momento lo sentì: qualcosa stava cambiando. Qualcosa si stava muovendo verso di lui.
Ares non era fatto per la quiete.
La pace lo consumava più della guerra.
In lontananza, quasi impercettibile, un fremito attraversò l’aria. Non un suono, non un movimento: solo un’eco sottile, come il respiro trattenuto di una divinità lontana.
Un filo invisibile si tese, vibrando appena, come se due destini ignari l’uno dell’altro avessero sfiorato lo stesso punto nello stesso istante.
Un battito, uno solo, rispose da qualche parte nella città: un cuore che riconosceva la propria eco.
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