CAPITOLO 5
La mattina era fredda e tagliente, con un vento gelido che attraversava le mura di Ashenvale come un coltello invisibile. Le nubi basse e grigie incombevano sul castello, ma nel cortile l’attività era frenetica. I soldati normanni si allenavano con dedizione, le loro spade scintillavano alla luce pallida, accompagnate dal clangore del metallo e dai colpi sordi contro i bersagli di legno.
Ravulf era al centro della scena, la sua figura imponente dominava il cortile. A torso nudo, nonostante il freddo pungente, il suo corpo muscoloso sembrava scolpito nel marmo, ricoperto di sudore che brillava sotto la luce fioca del mattino. Ogni movimento, ogni fendente, era una sinfonia di forza e precisione, un misto di brutalità e controllo. La cotta di maglia e il mantello erano stati gettati su una panca vicino a un pilastro, come a simboleggiare la sua naturale propensione a mettersi alla prova, senza alcuna barriera, senza alcuna paura.
Ashlynn, che stava attraversando il cortile con un gruppo di servitori intenti a trasportare ceste di provviste per i feriti, non poté fare a meno di fermarsi per un momento, catturata dal dinamismo della scena davanti a sé. I suoi occhi si posarono inevitabilmente su Ravulf, seguendo ogni movimento del guerriero con curiosità mista a irritazione. Quell’uomo, che aveva portato distruzione nelle sue terre, che aveva inflitto dolore alla sua famiglia, sembrava emanare una forza che avrebbe potuto sfidare la morte stessa.
I muscoli scolpiti di Ravulf erano segnati da cicatrici profonde, ognuna delle quali raccontava la storia di battaglie passate. Una in particolare attirò l’attenzione di Ashlynn: una lunga e spessa linea bianca che attraversava il pettorale sinistro, come se qualcuno, in un momento di feroce conflitto, avesse mirato direttamente al cuore. Non era soltanto una cicatrice: era la testimonianza di un uomo che non solo aveva sopportato la guerra, ma l’aveva domata, trasformandola in parte di sé, un simbolo inequivocabile della resistenza e della forza che lo definivano.
Ashlynn, con un moto di stizza, distolse lo sguardo per un attimo, ma il cuore, ostinato più della mente, continuava a indugiare là dove lo sguardo aveva esitato. Era irritata. Sì, doveva esserlo. Come poteva non esserlo di fronte a quell’uomo che incarnava tutto ciò che detestava? L’arroganza della conquista, l’inflessibile volontà di comando, la freddezza di un cuore temprato alla violenza.
Eppure... c’era qualcosa di profondamente disturbante in ciò che provava. Non era semplice avversione, né rabbia. Era più sottile, più insinuante. Un sussulto involontario, un brivido che non aveva nulla a che vedere con il freddo del mattino, le aveva attraversato la schiena quando lo aveva visto sollevare la spada, quando i muscoli tesi sotto la pelle lucida di sudore si erano contratti con una grazia brutale. Ashlynn si morse l’interno della guancia, quasi volesse punirsi per quel pensiero.
Che le importava del modo in cui Ravulf si muoveva? Che le importava di come la sua presenza sembrasse calamitare ogni sguardo, come se il mondo intero si piegasse alla sua sola volontà?
“Non è che un guerriero, un uomo come tanti altri, se non peggiore. Come può suscitare tale reazione in me?” Si domandò, stringendo con forza le mani attorno al manico della cesta che portava. Un tumulto di emozioni le serpeggiava dentro, una miscela confusa di ammirazione e fastidio che cercò immediatamente di reprimere.
Eppure, nel suo petto, qualcosa batteva con un ritmo più rapido del solito. Non era paura. Non era odio. Era... qualcosa che non osava nominare.
Non lo voleva ammettere, ma Ravulf la confondeva. La provocava in un modo che non aveva mai sperimentato. In lui c’era una fierezza primitiva che la irritava profondamente e, paradossalmente, la affascinava. Aveva vissuto tutta la vita tra uomini nobili, educati, timorosi di offendere una dama... ma Ravulf non era nulla di tutto ciò. Non chiedeva il permesso. Non offriva cortesie. Era fuoco grezzo e ghiaccio antico, e sembrava fatto per distruggere ciò che non poteva piegare.
Ashlynn chiuse gli occhi per un momento, combattuta.
Ravulf, nel frattempo, afferrò un bastone pesante, usato per simulare un’arma e iniziò a sfidare contemporaneamente due dei suoi uomini. Il primo attacco venne bloccato con un movimento fulmineo, mentre il secondo uomo fu costretto a indietreggiare sotto la forza dei colpi di Ravulf. Ogni azione trasudava una grazia letale, come se il campo di battaglia fosse la sua vera casa. Ogni colpo era un perfetto connubio di brutalità e strategia.
“Non basta usare la forza,” disse Ravulf con una voce profonda, il tono privo di qualsiasi segno di affaticamento. “Devi anticipare il nemico. Osserva i suoi occhi, il suo respiro. Solo così vivrai abbastanza a lungo da vincere.”
Ashlynn aprì gli occhi, quasi contro la sua stessa volontà e osservò il guerriero normanno mentre abbatteva un altro avversario con un colpo preciso. Ravulf, come se avesse sentito il peso del suo sguardo, alzò il viso e i loro occhi si incrociarono. Fu solo un attimo, ma ad Ashlynn sembrò un’eternità. La freddezza nei suoi occhi grigi era tagliente come una lama, ma sotto quella superficie sembrava esserci qualcosa di più profondo, qualcosa che lei non riusciva ancora a comprendere. Arrossì, più per rabbia che per imbarazzo e si voltò bruscamente, riprendendo a camminare con determinazione per la sua strada.
Ravulf, dal canto suo, non si soffermò oltre su di lei, tornando al suo allenamento con la stessa ferocia. Ma mentre le sue braccia continuavano a roteare il bastone con precisione letale, un pensiero attraversò la sua mente: “Quella ragazza… ha più fuoco nei suoi occhi di quanto immaginassi.”
Un sorriso, appena visibile, curvò le sue labbra mentre faceva un passo indietro, battendo con forza un colpo sul bersaglio. Era abituato a vedere paura e rassegnazione negli sguardi di chi lo incrociava. Il suo nome, la sua presenza, erano bastati per spezzare la volontà di uomini e donne senza che lui dovesse nemmeno impugnare una spada. Ma quegli occhi scuri fissi su di lui, non avevano mostrato né terrore né sottomissione. Al contrario, vi aveva letto una scintilla di sfida, quasi una condanna silenziosa.
“Non è come sua sorella, fragile come un giunco sottile che si piega al vento,” pensò, facendo scattare un fendente verso uno dei suoi uomini. “Questa... Ashlynn. Ha qualcosa di diverso. Quante persone ho visto con lo stesso fuoco negli occhi? E quante di loro sono rimaste in piedi davanti a me? Nessuna.” Non era un uomo che si lasciava distrarre facilmente, né concedeva troppo spazio ai pensieri che non fossero legati al suo scopo. Tuttavia, quella ragazza aveva insinuato qualcosa di strano nel suo animo, una piccola scheggia di curiosità che non riusciva a ignorare. “Cosa spinge una donna come lei a guardarmi in quel modo? Odio? Forse. È normale dopo il modo in cui abbiamo invaso le loro terre e suo padre è caduto. Ma c’è di più. Quella rabbia, quella determinazione... È come se non avesse paura di me.”
Il bastone colpì l’obiettivo con un suono sordo e Ravulf fece un passo indietro, il respiro ancora regolare nonostante lo sforzo. La cicatrice che gli attraversava il petto sembrò pulsare per un istante, un ricordo del passato che riemergeva come un’eco lontana.
“Ravulf!” La voce di Hrolf lo distrasse dai suoi pensieri. Il guerriero massiccio e fedele si avvicinò, asciugandosi il sudore dalla fronte. “Se continui a colpire così, finirai per distruggere i nostri uomini prima che possano servire a qualcosa.”
Ravulf emise un breve ringhio di disapprovazione, gettando il bastone da un lato. “Se non possono reggere un allenamento, non saranno utili in battaglia.”
Hrolf annuì, osservando il suo signore con l’occhio attento di chi lo conosceva da anni. “E tu? Cos’hai in mente, mio signore? Sei più pensieroso del solito.”
“Nulla che ti riguardi, Hrolf,” rispose Ravulf, senza guardarlo. Ma nel suo intimo, sapeva che non era del tutto vero.
“Quella ragazza mi ha colpito, come un dardo scoccato per caso. Non è pericolosa, non potrebbe mai esserlo... Ma, mi ha guardato, come se volesse leggermi dentro...” mormorò tra sé mentre osservava il suo secondo allontanarsi.
Si voltò verso il cortile, ora deserto e il vento gelido gli sfiorò la pelle come una lama sottile. Non lo disse ad alta voce, ma una parte di lui si chiese se quegli occhi di fuoco avrebbero avuto il coraggio di affrontarlo di nuovo. “Vedremo se quel fuoco è reale o se si spegnerà, come tutti gli altri…” mormorò.
Ashlynn, rientrata al castello, si muoveva con gesti sicuri tra le brande improvvisate, dove i feriti giacevano lamentandosi piano o fissando il soffitto con sguardi vacui. La sua veste di lana semplice era ormai macchiata di terra e sangue, e una ciocca di capelli dorati le era sfuggita dallo chignon, incollandosi alla fronte. Non se ne curava. Ogni suo gesto, ogni singolo pensiero, era mirato ad alleviare la sofferenza di quegli uomini e donne che, come lei, avevano sopportato la crudeltà della battaglia.
Accanto a lei, Lady Cerys lavorava con la stessa risolutezza, ma il volto portava i segni della stanchezza e del dolore. La donna tagliava con mano tremante strisce di tessuto da un vecchio lenzuolo per ricavarne bende, mentre ogni tanto lanciava un’occhiata a Tamsin, seduta su uno sgabello nell’angolo più lontano della stanza.
La giovane donna, avvolta in un mantello che le scivolava dalle spalle, continuava a piangere in silenzio. I suoi singhiozzi erano soffocati, ma costanti, come un fiume che non riusciva a trattenere il proprio corso. I suoi occhi gonfi e pieni di dolore, non riuscivano a trovare pace, le mani serrate sul grembo.
Ashlynn, chinata su un uomo con una profonda ferita al fianco, sollevò lo sguardo verso la sorella e un profondo senso di impotenza si impossessò di lei. Tamsin non era fatta per quel mondo crudele e il destino che le era stato imposto, sposare un uomo come Ravulf, le sembrava una condanna troppo dura da sopportare.
“Passatemi l’unguento, madre,” disse Ashlynn con voce ferma, cercando di distogliersi dai suoi pensieri.
Lady Cerys le porse un piccolo vasetto di ceramica senza dire una parola, osservandola con occhi lucidi. Ashlynn immerse le dita nella mistura scura e iniziò a spalmare il composto sulla ferita dell’uomo davanti a lei. Lui si contorse, gemendo, ma lei lo calmò con un tono basso e rassicurante: “Resisti. Questo ti aiuterà a guarire.”
“Come fai a restare così calma?” la voce di Tamsin, flebile ma carica di emozione, ruppe il silenzio. “Come puoi ignorare tutto questo... questa sofferenza... tutto ciò che ci hanno portato via?”
Ashlynn si raddrizzò, fissando la sorella con uno sguardo deciso. “Non lo ignoro, Tamsin. Lo affronto. Non possiamo scegliere cosa accade intorno a noi, ma possiamo decidere come reagire.”
“Reagire?” Tamsin scosse la testa, le lacrime che rigavano le guance pallide. “Io... io non sono come te. Non sono forte. Non posso accettare tutto questo. Sposare quell’uomo... non posso.”
Lady Cerys si avvicinò alla figlia maggiore, prendendole le mani con delicatezza. “Tamsin, ascoltami,” disse con una voce dolce ma ferma. “Non è giusto, lo so. Ma questo matrimonio... potrebbe proteggerci. Proteggere te e tua sorella. Non posso permettere che il nostro nome svanisca, che le nostre terre vengano ridotte in cenere. Ravulf... lui è crudele, sì, ma almeno è un uomo d’onore. Se accetterai, ci sarà sicurezza per tutti noi.”
“E se non accetterò?” sussurrò Tamsin, alzando lo sguardo pieno di terrore.
“Non c’è scelta,” rispose Ashlynn con un tono più severo. “Devi farlo, Tamsin. Per nostro padre. Per nostra madre. Per tutti coloro che sono morti difendendo questo castello.”
La stanza cadde in un silenzio pesante, rotto solo dai gemiti dei feriti. Tamsin abbassò lo sguardo tremando, mentre Lady Cerys le accarezzava i capelli con gesti consolatori.
Ashlynn, invece, tornò al suo lavoro. “Non posso lasciarmi piegare,” pensò tra sé e sé, stringendo con forza una benda intorno al braccio di un uomo. “Non posso, né ora, né mai.”
Ravulf entrò nell’improvvisata infermeria con passo deciso, la figura alta e imponente che riempiva l’intero spazio. Il rumore dei suoi stivali che battevano sul pavimento in pietra attirò immediatamente l’attenzione di tutti. La luce tremolante delle torce gettava ombre sul suo volto leggermente arrossato dallo sforzo dell’allenamento, mentre i capelli scuri, ancora umidi, ricadevano in ciocche disordinate sulle spalle.
Indossava ora una tunica pesante e un mantello scuro bordato di pelliccia, ma il vigore della sua presenza era inalterato. Con un’occhiata attenta, osservò la scena: i feriti distesi sulle brande, i gemiti soffocati che riempivano l’aria e, soprattutto, le tre donne al lavoro. Lady Cerys si affannava a preparare bende e infusi, Tamsin sedeva rigida con lo sguardo basso, mentre Ashlynn, curva su un uomo con una profonda ferita alla gamba, non si era nemmeno voltata al suo ingresso.
Lady Cerys si inchinò appena, con un movimento lento e misurato, ma Ravulf non sembrò notarlo. Era più interessato a valutare ogni dettaglio di quella ragazza impertinente: la fierezza nei suoi gesti, la sua postura eretta, l’orgoglio che non cedeva. Quella determinazione lo colpì più di quanto volesse ammettere.
Si fermò al centro della stanza, incrociando le braccia sul petto, impressionato dall’efficienza di quel luogo improvvisato e dall’intensità dell’attività che vi si stava svolgendo. “State facendo un buon lavoro,” disse con voce profonda, tagliando il silenzio. Il suo accento normanno era netto, ma le parole giunsero chiare.
Ashlynn alzò finalmente lo sguardo, incontrando gli occhi freddi e calcolatori di Ravulf. C’era un lampo di sfida in quelle iridi scure, un contrasto evidente con la sottomissione silenziosa di Tamsin.
“All’interno di queste mura non c’è spazio per il fallimento,” continuò, il suo tono duro come la pietra sotto i suoi piedi. “Ogni uomo in grado di impugnare un’arma o alzare un attrezzo sarà necessario per mandare avanti il castello. Ho bisogno di tutti: contadini, artigiani, guerrieri. Ogni ferito che sopravvive sarà chiamato a servire. Non ci sono eccezioni. Nessuno può essere lasciato morire, non importa quanto gravi siano le ferite. Se possono vivere, devono vivere.”
La determinazione nella sua voce era indiscutibile, ma c’era anche un pragmatismo che non ammetteva obiezioni. Non si trattava di compassione; per Ravulf, ogni vita era una risorsa da sfruttare, un tassello necessario per consolidare il suo dominio su Ashenvale.
Ashlynn si alzò lentamente, pulendosi le mani sul grembiule macchiato, il viso segnato dalla stanchezza ma ancora acceso di orgoglio. “Stiamo facendo tutto il possibile, mio signore,” disse, le parole scandite con calma ma senza piegarsi al tono imperioso di Ravulf. “Alcuni uomini sono troppo feriti per lavorare, ma non li abbandoneremo. Questo castello non ha mai lasciato indietro i suoi uomini e non comincerà di certo ora.”
Per un istante, nella sala scese il silenzio. Ravulf la fissò, il suo sguardo duro che analizzava ogni dettaglio di quella giovane donna, dalla postura eretta alla fierezza che traspariva dalle sue parole. Non si piegava, non si scusava, e non cercava di impressionarlo.
“Bene,” disse infine Ravulf, con un accenno quasi impercettibile di approvazione nella voce. “Se tutti i vostri uomini hanno la vostra stessa tenacia, Lady Ashlynn, allora questo castello non cadrà mai.”
Dietro di lei, Tamsin sollevò appena lo sguardo, il volto pallido e gli occhi arrossati per il pianto, mentre Lady Cerys restava immobile, le mani strette attorno a un fascio di erbe. La tensione nella stanza era palpabile, ma Ravulf non sembrava curarsene. Si voltò per uscire, ma si fermò sulla soglia.
“Avrete i rifornimenti necessari,” annunciò. Con quelle parole, lasciò la stanza, il suo mantello scuro che ondeggiava dietro di lui come un’ombra. Ashlynn rimase ferma al suo posto, il cuore che le batteva forte non per paura, ma per la consapevolezza che quell’uomo, tanto terribile quanto determinato, avrebbe cambiato per sempre il loro destino.
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