CAPITOLO 4
La pioggia era cessata da poco, lasciando dietro di sé un’aria pungente e profumata di terra bagnata. Il cortile del castello era ancora avvolto da una luce lattiginosa, il cielo plumbeo a minacciare un nuovo temporale, e le torce accese lungo le mura gettavano riflessi tremuli sulle pozze d’acqua e sul fango ancora fresco.
Quella mattina, Ravulf di Duskwood si era svegliato di malumore. Durante la settimana precedente, troppe parole vuote, troppi sguardi curiosi e sussurri, si erano susseguiti intorno al suo matrimonio e alla reazione che aveva avuto Lady Tamsin alla sua vista.
Con la mente affollata, si diresse verso le scuderie, deciso a controllare i suoi cavalli personalmente. La pioggia aveva bagnato ogni cosa, e tra le travi umide e l’odore pungente di paglia, trovò un senso di familiarità che gli mancava da giorni.
Non si aspettava di trovare nessuno all’interno delle stalle, non a quell’ora del mattino.
Una ragazza stava accarezzando il muso del suo destriero, un cavallo addestrato per la guerra, che mai si era fatto avvicinare da qualcuno, tranne che da lui. La lunga gonna sollevata fino a metà polpaccio per evitare il fango, i capelli raccolti alla meglio con un nastro, ma ciocche ribelli sfuggivano e le cadevano sulle guance. Indossava una veste semplice, priva di fregi o ricami, eppure il modo in cui si muoveva, decisa, sicura, piena di grazia naturale, non era quello di una serva.
Ravulf si arrestò all’ingresso della stalla, le braccia incrociate sul petto, le sopracciglia lievemente aggrottate.
“È curioso vedere una fanciulla tra il fango e le bestie,” disse con tono sardonicamente divertito.
Ashlynn si voltò di scatto. Il suo sguardo lo colpì come una frusta: occhi scuri, penetranti, che non abbassarono lo sguardo di un solo palmo. Si raddrizzò lentamente, spazzandosi via una ciocca bagnata dalla fronte con un gesto regale, per nulla intimidito dalla mole dell’uomo che la osservava.
“Non tutte le fanciulle si dilettano a filare o a ricamare. Qualcuna preferisce fare qualcosa di utile,” replicò, il tono calmo ma affilato come una lama ben temprata.
Un sopracciglio di Ravulf si sollevò. Non era abituato a ricevere risposte così dirette, e men che meno da una sconosciuta in abiti modesti.
“Chi siete?” domandò, avanzando di un passo, l’ombra della stalla che gli disegnava i lineamenti come scolpiti nella pietra.
“Una che conosce questi luoghi meglio di voi,” rispose Ashlynn, senza indietreggiare. “E che non si lascia intimorire da un’armatura scintillante o da una spada appesa al fianco.”
Ravulf restò a guardarla. La tentazione di afferrarle il polso e voltarla, di reclamare la sua attenzione con il peso del comando, lo lambì come un fuoco. Ma c’era qualcosa in quella giovane, nella linea del collo tesa, nella fermezza delle spalle, che lo dissuase.
Quella non era una semplice serva. E se lo era… era la più orgogliosa che avesse mai incontrato. “Una fanciulla con una lingua affilata, non c’è che dire. Molto interessante...”
Lei lo scrutò attentamente, poi si voltò verso il cavallo, posando con delicatezza la mano sul muso dell’animale. Il gesto era semplice, quasi distratto, ma intriso di una grazia innata che Ravulf non poté ignorare.
“Mi chiedo…” mormorò lui, facendo un altro passo, la voce più bassa, come velluto ruvido, “…quale sia la causa di tanto spirito. È forse il mestiere che vi ha indurito le mani… e l’animo?”
Ashlynn sorrise appena, ma non vi era dolcezza in quel sorriso, bensì un filo sottile d’orgoglio. “Vi state ponendo troppe domande, mio signore. Forse dovreste tornare alla sala grande, dove le dame vi sorridono anche quando vorrebbero fuggire. Io non ho né voglia né ragione di compiacervi.”
“Non ho bisogno di dame che sorridono a comando,” disse lui, avvicinandosi ancora, ora a pochi passi da lei. “Preferisco il fuoco al velluto. Ed è chiaro che in voi non manca l’uno… né l’altro.”
Ashlynn si voltò lentamente, e per un istante i loro sguardi si incatenarono. Il crepitio della lanterna, il frusciare del fieno sotto i loro piedi, il respiro caldo del cavallo… tutto si fuse in un silenzio carico di tensione.
“Il fuoco,” replicò lei, la voce un sussurro tagliente, “può bruciare anche le mani più forti, mio signore. Fareste bene a ricordarlo.”
Ravulf sorrise, un sorriso lento, predatorio, che non prometteva clemenza ma solo passione e sfida. “Eppure,” disse piano, “più arde, più desidero scaldarmici.”
Le dita callose della sua mano sfiorarono il braccio di Ashlynn, lievi come una promessa eppure cariche di un’energia primitiva, selvaggia.
Lei non si mosse, non ancora. Il suo respiro rimase regolare, il volto immobile, ma nei suoi occhi scuri bruciava una luce pericolosa, una scintilla di avvertimento e fiera determinazione.
“Non fingete che non lo sentiate anche voi,” mormorò lui, la voce roca di desiderio, piegandosi verso di lei. “Questo fuoco tra noi… potrei domarlo facilmente.” Le sue labbra cercarono quelle di Ashlynn, sicure, ardenti, come se la desiderasse da giorni, da secoli. Ma non vi fu complicità, né resa.
Un suono secco squarciò l’aria.
Lo schiaffo risuonò come un colpo di frusta tra le pareti di pietra, fermando ogni cosa, perfino il respiro del cavallo. La testa di Ravulf si girò appena, più per lo stupore che per la forza del colpo. Poi si volse di nuovo verso di lei, lentamente, come un lupo che ha trovato la preda… e scoperto che sa mordere.
Ashlynn aveva la mano ancora sollevata, tremava appena, ma non di paura. I suoi occhi fiammeggiavano di sfida e rabbia, le labbra dischiuse nel respiro agitato.
“Non azzardatevi mai più,” sibilò, la voce sottile e pericolosa come la lama di un pugnale. “Io non sono una delle vostre cortigiane normanne, né una serva da piegare con uno sguardo. Toccarmi senza il mio volere vi costerà caro, anche se ora siete il signore di queste terre.” Con un gesto rapido, quasi impercettibile, Ashlynn si voltò e lo lasciò lì, tra l’odore pungente della stalla e l’eco di parole che bruciavano più del fuoco.
E mentre la sua figura si allontanava, Ravulf la fissò, un lento fremito gli correva lungo la schiena. C’era qualcosa di selvaggio in quella donna… un’energia che lo respingeva e lo attirava allo stesso tempo. Nessuna l’aveva mai sfidato così. Nessuna lo aveva mai colpito. Eppure, in quell’istante, mentre la osservava nella luce fioca della lanterna, con i capelli in disordine e la fiera tempesta nello sguardo… Ravulf comprese una cosa con inquietante chiarezza.
Non sapeva chi fosse quella donna.
Ma l’avrebbe scoperto.
E l’avrebbe avuta.
A ogni costo.
La luce tremolante di centinaia di candele danzava sulle pareti in pietra del grande salone, proiettando ombre lunghe e irrequiete sui volti degli astanti. Il camino centrale ardeva con un fervore instancabile, spandendo il suo calore sui corpi riuniti e mescolando il profumo della legna bruciata a quello speziato dei piatti appena serviti.
Ravulf sedeva al centro della tavolata principale, la figura imponente avvolta in una tunica di velluto scuro bordata d’argento. I suoi occhi, attenti e silenziosi, scrutavano i presenti con la freddezza tipica di chi ha imparato a non fidarsi neppure del vino che beve. Accanto a lui, i suoi uomini ridevano e bevevano, ma il loro comandante non si era ancora lasciato andare a nessun gesto d’allegria.
L’aria era pervasa da una tensione sottile, appena percettibile, come un filo di seta teso tra le dita di una dama. Gli abitanti del castello, ancora timorosi del nuovo signore che il re Guglielmo aveva imposto, si muovevano con cautela, come pedine su una scacchiera il cui gioco non era ancora stato svelato.
Un frastuono improvviso e inaspettato giunse dal portone principale, che si aprì con un suono sordo, come se il legno antico e pesante non avesse più la forza di resistere. L’intera sala si zittì per un istante e tutti gli sguardi si volsero verso l’ingresso. Un silenzio pesante avvolse la sala, interrotto solo dal rumore di passi decisi che rimbombavano sul pavimento di pietra.
Nell’istante in cui gli occhi di Ravulf si posarono sulla figura minuta che avanzava verso di lui, un sorriso involontario gli salì alle labbra. Dunque era quella lady Ashlynn.
La giovane donna, a testa alta e con il passo fiero, varcò la soglia con una determinazione che contrastava nettamente con la fragilità di sua sorella. La sua presenza, pur delicata nell’aspetto, emanava una forza di volontà che era impossibile ignorare. I lunghi capelli biondi, leggermente disordinati a causa del vento gelido della notte, incorniciavano un volto di una rara bellezza, selvaggia e indomabile, ma c’era qualcosa di inusuale nei suoi occhi scuri: una scintilla di fierezza che non era mai stata presente in nessuna delle donne che lui avesse incontrato nel corso della vita e che Ravulf aveva già notato quella mattina nella stalla. Non c’era timidezza nei suoi gesti, nessuna esitazione. Era forte, sicura e, sebbene il dolore per la morte del padre fosse ancora visibile nel suo sguardo, non sembrava volerne fare mostra. Non c’era traccia di debolezza, solo determinazione. Il contrasto con la delicatezza della sorella era lampante. Dove Lady Tamsin sembrava fragile come un fiore appena sbocciato, Ashlynn era una roccia che non si piegava. Ravulf ne avvertì la differenza immediatamente. Aveva incontrato innumerevoli donne nella sua vita, ma mai nessuna che portasse in sé una tale forza. Un senso di sfida aleggiava intorno a lei, come una fiamma che non voleva spegnersi, nemmeno davanti al più grande dei guerrieri. Ravulf si trovò ad ammirare involontariamente quella determinazione, una scintilla che ardeva nei suoi occhi scuri, quasi una promessa di resistenza contro tutto ciò che le fosse stato imposto. Sapeva che avrebbe dovuto affrontarla, proprio come aveva affrontato tutte le altre difficoltà nella sua vita. Mentre lei si avvicinava alla tavola, l’attenzione degli altri si disperse, ma Ravulf rimase fisso su di lei, i suoi occhi indagatori non si staccarono dalla sua figura. Il suo corpo era teso come una corda di arco, pronto a lanciarsi in una battaglia che non era fatta di spade, ma di parole e sguardi. E in quel momento, sentì che qualcosa sarebbe cambiata, come se quella donna potesse essere più di un ostacolo nella sua marcia verso il potere.
“Lady Ashlynn,” disse, il tono freddo e misurato, ma con un’ombra di curiosità che nessuno avrebbe potuto leggere sul suo volto impassibile.
Lei lo guardò senza paura, senza piegarsi alla sua autorità, ma senza nemmeno sfidarlo apertamente, non ancora. “Mio signore,” rispose lei con fermezza, inchinandosi appena, quanto bastava per rispettare la formalità, ma non abbastanza per sembrare remissiva. Non c’era paura, nemmeno un accenno di sottomissione in lui. La sua voce era forte e sicura, in netto contrasto con il tono basso e sommesso della sorella, tanto da far voltare alcuni soldati nella sua direzione, sorpresi dalla sicurezza che emanava.
Il possente normanno inclinò leggermente la testa, il suo sguardo freddo ma indagatore mentre esaminava la giovane donna. “Ditemi, mia signora,” iniziò, la voce come il ringhio sommesso di un lupo, “cosa vi ha trattenuta fino a quest’ora? Avete tardato.”
“Il dovere, mio signore, mi ha trattenuta il dovere,” rispose lei senza esitare, il tono vibrante e deciso. “Come figlia di questa casa, è mio compito vigilare sul benessere delle nostre genti. Soprattutto ora che la responsabilità non è più nelle mani di mio padre. Mi scuso se questo ha interrotto i vostri… festeggiamenti.”
Il suo sguardo fisso su di lui era una sfida palese. Ravulf alzò un sopracciglio, sorpreso. Non aveva mai incontrato una donna che rispondesse così, con tanta audacia, con tanta forza di volontà.
Il silenzio calò per un istante nella sala, il tintinnio delle posate si fermò e, in quel momento, gli occhi di tutti normanni si volsero verso la donna che aveva osato parlare con tale audacia al loro comandante.
“E quale dovere, di grazia, vi ha trattenuta tanto a lungo?” chiese Ravulf, un accenno di sfida nella voce.
Lei sollevò il mento, il suo sguardo penetrante incontrò quello dell’uomo. “Le scorte alimentari, milord. Le riserve per l’inverno sono già scarse e il banchetto di stasera è un lusso che non potrete permettervi a lungo. Se la vostra intenzione è governare queste terre, vi consiglio di iniziare considerando i bisogni di chi le abita.”
Un mormorio si alzò tra i soldati, mentre alcuni abbassavano lo sguardo, forse imbarazzati dalle sue parole.
Ravulf, tuttavia, non distolse gli occhi da lei. La calma che irradiava era pericolosa, come quella di un predatore prima di attaccare. “Voi osate mettere in discussione le mie decisioni?” chiese, la voce tagliente come una lama affilata.
“Non oserei mai, mio signore,” rispose Lady Ashlynn, un sorriso sottile che le incurvava le labbra. “Ma chi governa deve pensare anche al domani. Le riserve che oggi appaiono abbondanti potrebbero non bastare quando i raccolti saranno esauriti e il gelo avrà reso sterili i campi. Sacrificare la necessità per il lusso non è un segno di forza, ma di sconsideratezza.”
Ravulf si chinò leggermente in avanti, appoggiando un gomito sul tavolo mentre le sue dita tamburellavano il legno scuro. Il suo sguardo si fece più penetrante, eppure un accenno di un sorriso, quasi impercettibile, apparve sulle sue labbra, un’avvisaglia di tempesta. Non era una minaccia quella che vedeva, ma una resistenza che gli suscitava una strana forma di interesse, sebbene il suo istinto gli intimasse di domare quella fanciulla prima che diventasse troppo pericolosa.
“Parlate con audacia, mia signora,” disse infine con una freddezza calcolata. La sua voce scivolò nella sala come un sussurro velenoso, facendo sì che ogni parola si stampasse nell’aria. “E mi sembra che abbiate un bel coraggio, sebbene le vostre preoccupazioni siano… piuttosto infondate. Ma ammetto che mi divertirà vedere come gestirete questa situazione.”
“Divertirvi?” rispose, “Non è il mio compito divertire chi è a capo di queste terre. Ma non posso fare a meno di sperare che, se davvero intendete governare, almeno qualche attenzione ai bisogni del popolo vi faccia vedere oltre la punta dei vostri stivali.”
La stanza si riempì di una tensione quasi palpabile, i presenti trattenevano il fiato mentre attendevano la reazione di Ravulf. Ma lui, con una lentezza esasperante, si appoggiò allo schienale della sedia, il suo sorriso gelido ora chiaramente visibile. “Oh, non vi preoccupate, mia signora. Ashenvale offre opportunità di… osservazione… che non posso di certo ignorare.”
Lady Ashlynn non rispose, ma il suo sguardo fermo e implacabile non si distolse dall’uomo. Non c’era paura nei suoi occhi, solo una consapevolezza fredda e lucida che le permetteva di sfidarlo senza esitazione.
Ravulf, notando il suo comportamento, si ritrovò a sorridere per un attimo, un sorriso che non era amichevole, ma curioso. Poi, con un gesto lento e preciso, alzò una mano in segno di congedo, senza mai distogliere gli occhi da lei. Il suo sguardo rimase fisso mentre Ashlynn si voltava per dirigersi verso il tavolo dove si trovavano la madre e la sorella. C’era qualcosa di intrigante in quella donna, dovette ammettere. Ciò che lo colpiva era il modo in cui si muoveva, il portamento fiero, ma anche quell’innegabile coraggio che la rendeva tanto diversa dalle altre donne che aveva incontrato. Il suo sangue si fece più caldo. C’era qualcosa di indomito in lei, qualcosa che stimolava la sua curiosità in un modo che non riusciva a comprendere del tutto. Non si sarebbe mai aspettato che la discussione con una donna potesse lasciargli un senso di aspettativa tanto vivido.
La battaglia, nonostante non fosse ancora cominciata ufficialmente, era già stata annunciata. E, in quella sala illuminata dalle candele tremolanti, il guerriero normanno sapeva che nulla sarebbe stato più come prima.
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