Storia · capitolo 4

CAPITOLO 3

L'IRA DEL GUERRIERO di Frances Gore

La grande sala del castello di Ashenvale era un luogo di solenne eleganza, ma anche di evidente cambiamento. Ogni pietra, ogni travatura in legno sussurrava di storie passate e glorie ormai perdute. Le lunghe tavolate di legno scuro, che una volta avevano ospitato famiglie nobili e ospiti d’onore, ora erano occupate da soldati normanni, i loro occhi ardenti di conquista e le loro voci gravi che risuonavano nell’aria. Le torce accese lungo le pareti gettavano ombre tremolanti, mentre un leggero fumo avvolgeva l’ambiente, creando un’atmosfera soffocante.

Le bandiere grigie e rosse del nuovo conquistatore svettavano in ogni angolo e la grande testata del tavolo, solitamente riservata al signore di Ashenvale, era ora occupata da Ravulf, che sedeva con il corpo eretto, osservando i suoi uomini. La sua figura alta e austera era ben visibile anche da lontano, il mantello scuro che si apriva a cascata sulle spalle larghe e la testa eretta. La luce dorata delle candele che illuminavano la sala metteva in risalto la sua presenza dominante, ma il suo volto rimaneva impassibile, perso nei suoi pensieri.

Un odore ricco di piatti cucinati lentamente, di carne e pane appena sfornato, riempiva l’aria. Lungo la tavola venivano serviti piatti abbondanti: arrosti di cervo e cinghiale, pesci freschi cotti con erbe aromatiche, verdure stagionali saltate e una varietà di formaggi e frutta secca. Le carni, annerite dalle braci, emanavano un profumo avvolgente, mentre il vino rosso veniva versato in coppe di legno e argento, accompagnato da racconti di battaglia e gesta eroiche.

“Come sta procedendo la ricerca, Hrolf?” chiese Ravulf, senza distogliere lo sguardo dalla sua coppa di vino, ma il tono della sua voce era freddo e severo. “Hai scoperto chi ha osato disobbedire agli ordini?”

Hrolf, un uomo possente dalle spalle larghe e dai tratti burberi, si avvicinò lentamente. Il suo volto era segnato dalle battaglie, ma la sua lealtà a Ravulf non era mai stata in discussione. Abbassò la voce, come per evitare che altri potessero sentire. “Non ancora,” rispose Hrolf, con il suo accento profondo e rauco. “Ma i sospetti sono molti. Abbiamo interrogato alcuni prigionieri, ma nessuno sa dirci con certezza chi abbia dato l’ordine di uccidere Lord Athelstan. Sembra che qualcuno, forse dentro le mura, abbia tradito... o ha agito di propria iniziativa.”

Ravulf fece una pausa, sorseggiando il suo vino con calma, lasciando che le parole di Hrolf penetrassero nella sua mente. La morte di Lord Athelstan lo irritava, ma non tanto per pietà. Era la disobbedienza che lo faceva infuriare. “Pensi possa essere uno dei nostri?” chiese Ravulf, senza alzare lo sguardo dal suo bicchiere.

Hrolf si strofinò la barba, pensieroso. “Non credo.”

Ravulf scosse lentamente la testa, la sua espressione immutata. “Eppure, qualcuno deve pagare per questo errore. Voglio che il colpevole venga trovato, Hrolf. E se non lo sarà…”

“Lo troveremo,” rispose Hrolf, facendo un cenno con la testa. “Non lascerò nulla di intentato.”

“Dobbiamo fare in modo che nessuno metta in dubbio il mio potere,” disse infine Ravulf, alzando gli occhi verso Hrolf. “Non importa quanto tempo ci vorrà, ma questa terra deve imparare a rispettare la mia legge e quella di Guglielmo. Inizierò a muovere le pedine, a fare alleanze… e ad assicurarmi che nessuno osi ribellarsi.”

 

Lady Cerys, fece il suo ingresso nella grande sala, il passo misurato e la testa alta, ma con un’inquietudine che non riusciva a nascondere completamente. Dietro di lei lady Tamsin, il viso ancora segnato dal pianto e dalla recente perdita del padre. Nonostante il dolore evidente, la sua figura era elegantemente composta. Indossava un abito di velluto grigio scuro, un colore sobrio ma che non sfuggiva allo sguardo di chi cercava raffinatezza. La veste era adornata con sottili ricami argentati lungo i bordi delle maniche e sul corpetto, creando un gioco di luci che risaltava alla fiamma delle candele. I suoi capelli, un tempo ordinati e lucenti, erano ora raccolti in una treccia disordinata, come se fosse stata troppo occupata a lottare contro il dolore per preoccuparsi di apparire perfetta.

Gli occhi di Ravulf, che fino a quel momento erano rimasti fissi sul piatto e sui suoi uomini, si sollevarono appena quando Lady Cerys gli presentò la figlia. Il suo sguardo scivolò rapidamente su Lady Tamsin, ma non vi si soffermò. Per lui, non c’era nulla di particolare in quella giovane donna dal volto pallido e dagli occhi tristi. Non era la sua bellezza a interessarlo, né la sua sofferenza. Ravulf aveva un solo scopo: eseguire gli ordini di Guglielmo e quel matrimonio era solo un passo necessario verso l’affermazione del suo potere.

Con un cenno appena percettibile del capo, rispose: “Lady Tamsin.” Non un sorriso, né un gesto di cortesia, solo l’ombra di una formalità.

“Ravulf di Duskwood,” disse la giovane a bassa voce, piegando leggermente il capo in segno di saluto, ma senza chinarsi troppo, come se volesse mantenere la propria dignità intatta nonostante le circostanze.

Ravulf osservò la ragazza con attenzione. Era esattamente la fragile ragazza di cui gli aveva parlato la madre quello stesso pomeriggio. I suoi occhi, di un azzurro intenso, tradivano una vulnerabilità che non sfuggì al suo occhio esperto. Ma Ravulf non si lasciò ingannare dalle apparenze. La sua mente era focalizzata su ben altro, sull’imminente consolidamento del suo potere, sulla necessità di mantenere l’ordine su quelle terre recentemente conquistate.

Lady Tamsin non aveva nulla che potesse attirarlo, se non l’obbligo di compiere il suo dovere. La sua tristezza, pur comprensibile, non suscitava in lui né compassione né interesse. Ravulf aveva visto troppo della crudeltà della guerra, troppo sangue e troppa morte, per farsi influenzare dai sentimenti deboli di una giovane donna.

“Prendete posto,” disse a Lady Tamsin, il tono fermo e senza emozioni. La sua voce profonda si stagliò nel silenzio della sala, dove i suoni della battaglia lontana sembravano ancora riecheggiare nell’aria. Non si curò di altro, se non che la cena proseguisse come previsto.

I servi continuarono a portare piatti di carne e vino, il rumore delle posate che colpivano il legno risuonava attorno a loro. Ravulf mangiava con calma, senza fretta, ma la sua mente era già altrove. Non vi era spazio per il sentimentalismo nelle sue azioni. Ogni passo che faceva, ogni gesto che compiva, era una mossa calcolata verso un unico scopo: rafforzare il suo dominio su quelle terre.

 

Mentre l’ultimo piatto veniva portato via e la sala iniziava a svuotarsi lentamente, Ravulf posò il boccale di vino sul tavolo con un suono sordo. Il suo sguardo, acuto e imperscrutabile, si posò ancora una volta su Lady Tamsin. Era rimasta silenziosa per gran parte del banchetto, le mani strette in grembo e lo sguardo fisso sul piatto quasi intatto. Non era una ragazza frivola, né sciocca, e questo, sebbene non lo mostrasse apertamente, Ravulf lo aveva notato.

Si alzò senza fretta, facendo scricchiolare il legno della sedia sotto la sua mole. La luce tremolante delle torce gettava ombre lunghe sul pavimento in pietra, e per un momento il silenzio calò come un velo sottile sulla sala. I suoi uomini tacquero, osservando il loro signore con una riverenza che nasceva più dal rispetto che dal timore.

La sua voce ruppe il silenzio con una calma che aveva in sé la forza contenuta di una tempesta.

“Lady Tamsin, vorrei parlarvi… in privato.”

Lady Cerys lo guardò, sorpresa ma composta, poi rivolse lo sguardo alla figlia. Tamsin esitò. Le guance già pallide persero ogni colore e, per un attimo, sembrò incapace di muoversi.

“Come desiderate, mio signore,” mormorò infine, con un filo di voce appena udibile, e si alzò con lentezza, stringendo le mani al vestito per celare il tremore.

Lo seguì in silenzio lungo un corridoio ombroso, dove il suono dei loro passi echeggiava sinistro tra le pietre. Ogni torcia sembrava proiettare ombre più lunghe del necessario, e Tamsin si sentiva come se camminasse verso un destino che non aveva scelto.

Ravulf spinse la porta di una stanza appartata e le fece cenno di entrare. Tamsin lo fece con riluttanza, e solo quando lui chiuse la porta alle sue spalle, si voltò a guardarlo. Rimase in piedi, le spalle irrigidite, pronta a subire parole o comandi, con il cuore che le batteva così forte da temere potesse tradirla.

“Potete sedervi, se lo desiderate,” disse Ravulf, indicando la panca accanto al camino spento.

Tamsin non si mosse. “Preferisco restare in piedi, mio signore.”

Ravulf la fissò per un lungo momento. Il suo sguardo non aveva alcuna dolcezza, ma nemmeno crudeltà. Era uno sguardo abituato a valutare, a misurare il valore e la resistenza di chi aveva di fronte.

“Non temete, non vi farò del male,” disse infine, con voce più morbida. “Vi ho chiesto di venire qui solo per chiarire ciò che sembra essere stato lasciato in sospeso.”

Tamsin abbassò lo sguardo, sentendosi vulnerabile come mai prima.

“Se si tratta del matrimonio, vi prego… io… non posso. Non voglio.”

Ravulf alzò un sopracciglio. “Non volete? E perché?”

“Perché ho paura,” confessò Tamsin, la voce rotta, ma sincera. “Voi… siete un uomo crudele. Non sono fatta per stare accanto a qualcuno come voi.” La sua figura esile era irrigidita come una giovane cerbiatta colta nel mezzo del bosco, gli occhi spalancati su quell’uomo che incombeva come una minaccia.

Ravulf non rispose subito. La osservò, immobile, come un lupo che contempla una creatura più fragile, non con fame, ma con una curiosità pericolosa. Poi si mosse, lentamente, con la grazia feroce di un predatore abituato a far tremare gli uomini sui campi di battaglia. Il suono sordo dei suoi stivali sulle pietre del pavimento sembrava scandire ogni battito accelerato del cuore della fanciulla.

“Che tipo di uomo, allora, credete che io sia?” domandò, con voce bassa e profonda, una carezza ruvida che scivolava sulla pelle come velluto consumato. Si fermò davanti a lei, così vicino che avrebbe potuto allungare una mano e sfiorarle il volto.

Tamsin sollevò lo sguardo, tremante, indietreggiando d’istinto. I suoi occhi azzurri, colmi di terrore, si fissarono su di lui. La paura le avvolgeva il cuore come una catena fredda, implacabile. “Un uomo che prende ciò che vuole,” rispose infine, con un filo di voce. “Che non ha bisogno di chiedere.”

Un angolo delle labbra di Ravulf si piegò in un sorriso lento, privo di derisione, ma carico di una consapevolezza quasi pericolosa. “Forse,” mormorò, inclinando lievemente il capo, “Temete che potrei forzarvi?”

Tamsin non rispose. Era rigida come il marmo, gli occhi colmi di un terrore che si mescolava al senso d’impotenza. Le parole le si bloccarono in gola. Ogni storia sussurrata dalle dame al castello, ogni racconto sulle nozze combinate, sulle spose infelici, sulle notti in cui il pianto non bastava a fermare le mani di un marito, si affacciava ora nella sua mente con forza travolgente.

Ravulf si fermò a un palmo da lei. Non la toccò, ma bastava la vicinanza del suo corpo massiccio, la durezza del suo volto, per farle mancare l’aria. “Non vi farò del male, Lady Tamsin,” disse, e per la prima volta nella sua voce si insinuò una nota meno ruvida, forse perfino di sorpresa. “Non siete la donna che speravo, questo è chiaro. Ma il vostro terrore non è un’arma che intendo usare contro di voi.”

Tamsin alzò lentamente gli occhi, ma non c’era fiducia in quello sguardo, solo una profonda disperazione nata dal non sentirsi padrona del proprio destino. “Vi prego…” sussurrò, la voce incrinata come vetro sottile. “Non costringetemi.”

Ravulf la fissò ancora per un lungo momento, poi si scostò, voltandosi lentamente. Le mani strette dietro la schiena, la mascella tesa. “Non sarete forzata,” disse infine, senza voltarsi. “Ma non illudetevi, Tamsin. Il re desidera questo matrimonio. E la vostra famiglia non ha il potere di opporsi.”

La porta si chiuse alle sue spalle con un tonfo sordo, lasciando Tamsin sola, col petto che si sollevava in rapidi sussulti.

Nel silenzio della stanza, la realtà la colpì con forza: non aveva alcuna via di scampo.

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