Storia · capitolo 3

CAPITOLO 2

L'IRA DEL GUERRIERO di Frances Gore

Il crepitio del fuoco riempiva l’aria nella sala ove il comandante normanno stava riflettendo sugli ultimi avvenimenti. Era un ambiente austero dove il legno scuro e le pietre fredde sembravano amplificare il silenzio. Ravulf era seduto a capotavola, un calice di vino scuro tra le mani, ma non aveva ancora bevuto. I suoi occhi chiari, gelidi come una notte d’inverno, fissavano le fiamme nel camino.

Di fronte a lui, in piedi con la postura rigida di un uomo abituato a servire, c’era Hrolf, il suo braccio destro. Più basso di Ravulf ma altrettanto imponente, Hrolf era un uomo dalla forza straordinaria, con una cicatrice che gli attraversava il volto da un sopracciglio alla guancia opposta, un segno indelebile di un passato pieno di battaglie.

“Lord Athelstan non doveva essere toccato,” disse Ravulf, rompendo il silenzio con una voce profonda e controllata. La calma della sua espressione tradiva la tensione che si celava sotto la superficie. “Avevo ordinato che fosse catturato vivo, non ucciso.”

Hrolf abbassò leggermente il capo, segno di rispetto. “Non siamo stati noi, mio signore. Non i nostri uomini diretti. L’assalto era brutale, sì, ma nessuno di coloro che erano sotto il tuo comando ha sferrato il colpo di grazia.”

Ravulf posò il calice sul tavolo con un gesto lento e misurato, ma il suono che fece, secco e deciso, riempì la stanza. “Non accetto il caos tra le mie file, Hrolf. Un guerriero che non obbedisce agli ordini è un rischio per tutti. Non posso permettere che la mia parola venga ignorata.”

Hrolf annuì. “Capisco. Posso interrogare i prigionieri e i testimoni. Forse qualcuno ha visto cosa è accaduto nei momenti finali della battaglia.”

Ravulf si alzò dalla sedia con un movimento fluido, il mantello scuro che gli sfiorava i talloni. Si avvicinò al camino, guardando le fiamme come se cercasse risposte tra i loro movimenti danzanti. “Non è solo questione di disciplina, Hrolf,” continuò, la voce più bassa, quasi un sussurro. “La morte di Athelstan complica i miei piani. Doveva piegarsi al mio volere, consegnarmi la sua eredità attraverso il matrimonio con sua figlia maggiore. Ora... il sangue ha reso tutto più difficile. La sua gente non si sottometterà facilmente.”

Hrolf incrociò le braccia, riflettendo. “Il lord potrebbe essere stato eliminato intenzionalmente, forse da qualcuno che voleva indebolire la tua posizione. Un traditore tra noi, o un nemico che si nasconde ancora tra queste mura.”

Ravulf si voltò lentamente, i suoi occhi freddi che si posarono su Hrolf come lame affilate. “Scoprilo. Non importa quanto tempo ci vorrà, non importa chi dovrai affrontare. Voglio sapere chi ha disobbedito ai miei ordini e perché.”

“Come desideri, mio signore,” rispose Hrolf con un leggero inchino.

“E Hrolf,” aggiunse Ravulf, tornando al tavolo e riprendendo il calice, questa volta portandolo alle labbra. “Assicurati che il colpevole paghi. Non voglio solo una risposta. Voglio una lezione per tutti.”

Hrolf annuì ancora, poi si voltò e uscì dalla sala, la porta che si chiuse alle sue spalle con un rumore sordo.

Ravulf rimase solo, il fuoco che illuminava i suoi tratti austeri e induriti dal tempo e dalle battaglie. L’eco dei passi di Hrolf si affievolì nel corridoio, lasciandolo a riflettere sulle implicazioni di quel tradimento. “Il dominio non si ottiene solo con la forza”, pensò Ravulf. “Ma con il controllo, e un comandante che non può fidarsi dei suoi uomini rischia di perdere tutto.”

“Vedremo,” mormorò a bassa voce, come se parlasse al vento.

 

All’esterno delle mura del castello, sotto un cielo grigio e pesante, il vento portava con sé l’odore acre di cenere e terra smossa. Il campo di battaglia, che solo poche ore prima era stato teatro di uno scontro spietato, era ora un paesaggio desolato di corpi, pozze di sangue essiccato e armi abbandonate. Corvi e altri uccelli si aggiravano nell’aria, come ombre silenziose in cerca di un banchetto macabro.

Sulle pendici della collina, vicino a una radura dove gli alberi sembravano chinarsi in segno di lutto, lady Ashlynn stava inginocchiata accanto a una fossa appena scavata. Il volto, solitamente sereno e risoluto, era ora segnato da una stanchezza profonda, mentre i suoi occhi scuri erano fissi sul corpo del padre, lord Cedric Athelstan, avvolto in un sudario semplice.

Attorno a lei, pochi uomini, i superstiti della guardia personale di suo padre, lavoravano in silenzio. Le pale affondavano nel terreno gelido, il suono ritmico che si mescolava al sibilo del vento e al cinguettio inquietante dei corvi. Questi uomini, fedeli fino alla fine, portavano sul volto e sul corpo i segni della battaglia: ferite fasciate in fretta, armature ammaccate, e uno sguardo svuotato dalla disperazione.

Ashlynn abbassò le palpebre, stringendo una piccola croce di legno tra le mani. Le dita erano intorpidite dal freddo, ma lei non sembrava accorgersene. Ogni muscolo del suo corpo era teso mentre cercava di trattenere le lacrime, di mantenere quella forza che suo padre avrebbe voluto vedere in lei.

“Padre,” sussurrò, la voce appena un alito. “Non meritavate questa fine. Avete dato tutto per proteggere questa terra, per proteggere noi... e loro ve l’hanno strappata via.”

Il vento sembrò rispondere, un lamento che fece rabbrividire gli uomini attorno a lei. Uno di loro, un vecchio soldato con la barba grigia intrisa di sangue secco, si avvicinò per appoggiarle una mano sulla spalla.

“Milady,” disse con voce roca, il rispetto e il dolore che trasparivano da ogni parola. “Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo. Vostro padre è morto come un vero signore, combattendo fino alla fine.”

Ashlynn annuì appena, stringendo con più forza la croce. “E voi siete rimasti accanto a lui,” rispose. “Non lo dimenticherò mai.”

L’uomo si allontanò, tornando al suo posto accanto alla fossa. Poco distante, una macchia di terreno nero e bruciato segnava il punto dove gli invasori avevano scagliato i loro ultimi dardi incendiari. La battaglia era stata brutale. I normanni, guidati dalla ferocia implacabile di Ravulf, avevano travolto ogni resistenza. Gli uomini di Ashenvale, pur combattendo con il cuore e il coraggio, erano stati sopraffatti dalla superiorità numerica e dalla forza devastante degli attacchi.

Ashlynn aveva assistito al massacro dalle mura del castello, impotente. Aveva visto suo padre cadere, circondato dai nemici e il sangue scorrere come un torrente sulla terra che avevano giurato di proteggere. Quella scena continuava a tormentarla, un’immagine indelebile impressa nella sua memoria.

Ora che la terra scura veniva gettata lentamente sulla figura del padre, ogni palata sembrava una pugnalata al cuore di Ashlynn. La voce del cappellano tremò quando prese a recitare una preghiera, il suono che si alzava sopra il vento: “Signore, accogli quest’uomo che ha servito con onore e amore. Dagli pace, dove la guerra e la sofferenza non possono raggiungerlo. Proteggi il suo spirito, come lui ha cercato di proteggere tutti noi.”

Gli uomini abbassarono il capo in silenzio, rendendo omaggio a Lord Cedric, che non aveva mai brandito la spada se non per difendere, che governava più con la saggezza che con la forza. Il signore di quella terra era stato un uomo di poche parole e molti gesti, il cui sguardo mite bastava spesso a sedare un dissidio e la cui voce sapeva farsi balsamo per chi soffriva. Aveva conosciuto la guerra, sì, ma ne portava il peso con dignità, mai con vanto. I suoi sudditi lo ricordavano come un uomo giusto, che scendeva tra di loro durante i giorni di mercato, che ascoltava con pazienza le lamentele dei contadini e offriva conforto alle vedove e agli orfani. Non c’era uomo, donna o bambino nel villaggio che non potesse dire d’aver ricevuto, almeno una volta, uno sguardo gentile o un gesto premuroso da parte sua. Ora che la terra lo reclamava, il silenzio che calava era carico non solo di dolore, ma di rispetto. Un rispetto sincero, profondo, che né il tempo né le stagioni avrebbero scalfito.

Quando la fossa fu colmata, Ashlynn si alzò lentamente, le ginocchia rigide e il cuore pesante. Si voltò a guardare le mura del castello, ora decorate con il vessillo nemico. La vista le fece serrare i pugni, un fuoco silenzioso si accese nei suoi occhi.

“Non avranno mai il suo spirito,” mormorò tra sé, con una determinazione che sembrava voler sfidare la stessa sorte. “Non importa cosa accada.”

Dietro di lei, il vento ululava tra gli alberi e la collina sembrò sprofondare in un silenzio tombale, come se la terra stessa piangesse per la perdita di Lord Athelstan.

Dopo aver reso l’ultimo saluto a suo padre, Lady Ashlynn si scrollò di dosso la pesantezza del lutto e tornò verso il castello. Non poteva permettersi di lasciarsi sopraffare dal dolore. Aveva un dovere verso la sua gente, verso i sopravvissuti che ancora guardavano a lei come un faro di speranza in mezzo alla devastazione.

 

All’interno delle mura ormai silenziose, una grande sala era stata trasformata in un’infermeria improvvisata. I feriti, uomini e donne, giacevano su letti di fortuna fatti di paglia e coperte logore. L’aria era impregnata dall’odore di sangue, erbe medicinali e cenere. Gemiti sommessi e parole di conforto si mescolavano al crepitio delle torce accese lungo le pareti.

Ashlynn si rimboccò le maniche del semplice abito che indossava, ignorando il freddo che le mordeva le braccia. La sua compostezza, anche in mezzo al caos, era un’ancora per chi la circondava.

Passò accanto a un gruppo di bambini rannicchiati vicino a un focolare improvvisato. I loro volti erano pallidi, segnati dalla fame e dalla paura, ma si illuminarono quando lei si avvicinò, inginocchiandosi per essere alla loro altezza. “Siete stati molto coraggiosi,” disse con un sorriso che nonostante tutto riuscì a sembrare autentico.

Una bambina le tese una piccola mano, il viso rigato da lacrime asciutte.

Ashlynn sentì un nodo serrarle la gola, prese la bambina con delicatezza, stringendosela al petto. “Andrà tutto bene, tesoro mio, te lo prometto.”

Si avvicinò poi a un giovane soldato steso su un giaciglio, la testa fasciata e il viso pallido. Una donna anziana stava tentando di fermare l’emorragia da una ferita alla spalla.

“Lasciate che vi aiuti,” disse Ashlynn, inginocchiandosi accanto a loro. La donna annuì con gratitudine, spostandosi per farle spazio.

Ashlynn immerse un panno pulito in una ciotola di acqua tiepida e lo premette con delicatezza sulla ferita. Il soldato gemette, stringendo i denti. “Resisti,” gli disse con tono fermo ma gentile. “È doloroso, lo so, ma devi essere forte. Hai combattuto per la tua terra, e ora devi vivere per onorarla.”

Il giovane annuì debolmente, lasciandosi guidare dalla sua voce rassicurante.

Mentre preparava un impacco per il ferito, un’immagine si fece strada nella mente di Ashlynn, così vivida che per un attimo sentì il calore del sole sul viso. Era bambina, seduta accanto a suo padre su una collina che dominava i campi verdi di Ashenvale. Lord Athelstan, allora più giovane e vigoroso, le porse una mela appena raccolta, il viso illuminato da un sorriso che non vedeva da anni.

“Ricorda, Ashlynn,” le aveva detto, indicando i campi, “questa terra è nostra, ma non perché ci appartiene. È nostra perché ci prendiamo cura di essa, come ci prendiamo cura delle persone che la lavorano. Un lord non è nulla senza il suo popolo. Tienilo a mente, sempre.”

“E io sarò una lady come te, papà?” aveva chiesto lei, mordendo la mela con entusiasmo.

“No, mia cara,” aveva risposto con una risata profonda e gentile. “Tu sarai molto più di questo. Sarai il faro che guida la nostra gente anche nei momenti più bui.”

Quell’ultima frase risuonò nelle sue orecchie come un comando silenzioso. Tornata al presente, Ashlynn si accorse che le sue mani tremavano, ma non era debolezza. Era la consapevolezza del peso che suo padre le aveva lasciato e della forza che doveva trovare in se stessa per non deluderlo.

 

Passò da un ferito all’altro, distribuendo medicamenti e parole di conforto. Quando trovava un bambino che cercava la madre o una donna in lacrime per la perdita di un marito, si fermava a stringere le loro mani, offrendo tutto ciò che poteva: la promessa che non li avrebbe abbandonati.

Mentre lavorava, sentì una voce familiare. Era Gareth, il vecchio capitano della guardia, che si avvicinava claudicante, appoggiandosi a un bastone improvvisato. Una profonda ferita alla gamba lo aveva lasciato incapace di combattere nelle ultime ore della battaglia.

“Milady,” disse, con un tono che oscillava tra il rispetto e il rimorso. “Non dovreste stare qui a fare questo lavoro. Non spetta a voi.”

Ashlynn lo guardò con fermezza, asciugandosi il sudore dalla fronte. “Gareth, io sono ciò che resta per loro,” rispose. “Se non mi prendo cura della mia gente, chi lo farà? I Normanni?”

Il capitano abbassò lo sguardo, incapace di replicare. Sapeva che lei aveva ragione.

La giovane Lady continuò alacremente il proprio compito, fermandosi di tanto in tanto a massaggiarsi la schiena e le membra indolenzite e in quei brevi momenti, non poté fare a meno di pensare al futuro. Il castello era caduto, il padre era morto e la loro terra ora apparteneva a un invasore. Tuttavia, c’era ancora vita lì, vite che dipendevano da lei. Non poteva lasciarsi sopraffare dall’odio o dalla paura.

Passò accanto a una finestra aperta e sentì il vento gelido accarezzarle il viso, facendola rabbrividire. Si fermò per un istante, appoggiando una mano al freddo davanzale di pietra, il respiro che condensava in nuvolette bianche. Il cortile sottostante era animato dai movimenti dei guerrieri normanni, figure imponenti e minacciose, con armature lucenti macchiate di sangue e mantelli scuri che svolazzavano al vento.

Il suono metallico delle loro spade, che venivano riposte o affilate, si mescolava al nitrito dei cavalli e ai comandi urlati in una lingua che Ashlynn trovava aspra, dura, quasi tagliente come le loro lame. Quegli uomini non avevano l’aria di soldati stanchi: sembravano predatori, sicuri e arroganti, come se la vittoria fosse sempre stata scontata.

Tra loro, una figura spiccava. Alto e massiccio, si muoveva con un’autorità naturale, il mantello che ricadeva pesante sulle spalle larghe. Il volto era parzialmente nascosto da una folta capigliatura scura, ma la postura e il modo in cui gli altri lo seguivano con lo sguardo parlavano chiaro: doveva essere il loro comandante.

Ashlynn si irrigidì. Anche da quella distanza, percepì la sua presenza come qualcosa di palpabile, quasi soffocante. Non c’era alcuna esitazione nei suoi movimenti; camminava tra i suoi uomini come un lupo tra il branco, emanando una forza che non si limitava ai muscoli o alle armi. Si fermò accanto a uno dei soldati e scambiò alcune parole, indicandogli qualcosa con un gesto deciso della mano.

Il cuore di Ashlynn accelerò. Non sapeva chi fosse quell’uomo, ma ogni fibra del suo essere le diceva che si trattava di qualcuno di pericoloso, qualcuno che non avrebbe esitato a schiacciare chiunque si opponesse ai suoi ordini. Una sensazione di gelo le percorse la schiena, più fredda del vento che entrava dalla finestra.

Abbassò lo sguardo, stringendo le mani sul davanzale per contenere il tremore. Chiunque fosse quell’uomo, rappresentava tutto ciò che odiava di quella giornata: la violenza, la perdita, la fine di ciò che conosceva. Eppure, non poteva permettersi di cedere alla paura.

“Milady?” Una voce alle sue spalle la fece voltare di scatto. Era una delle donne del villaggio, venuta a chiedere aiuto per un bambino ferito.

Ashlynn si riscosse, costringendosi a distogliere l’attenzione dalla finestra e dal comandante normanno. “Sì, arrivo subito,” disse con tono deciso, lasciando che la determinazione prevalesse sulle sue emozioni.

Sarebbe rimasta accanto alla sua gente, qualunque fosse la minaccia che incombeva su di loro. Anche se significava affrontare quella figura imponente che, per ora, osservava solo da lontano.

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