Storia · capitolo 5

CAPITOLO 4 - ANOUK

ONE KISS AWAY FROM KILLING di Frances Gore

Seattle si muove fuori dalla finestra. È una città senza volto. Nessuno si guarda negli occhi. Nessuno si accorge se sparisci. È per questo che sono ancora qui, anche se non mi piace.

Ho inviato il messaggio da due giorni.

Nessuna risposta.

Me l’aspettavo, probabilmente è uno che non lavora per quei quattro spiccioli che gli ho mandato.

Chiudo il portatile e mi siedo sul letto. Lenzuola stropicciate, odore di chiuso, luce pallida che filtra tra le tende spesse. La stanza sembra trattenere il fiato insieme a me.

Mi accarezzo il polso, sopra il tessuto della felpa. Un gesto automatico. Lo faccio ogni volta che sento di non avere più il controllo. O forse, ogni volta che mi ricordo di non averlo mai avuto.

Lì sotto, ci sono ancora i segni. Sbiaditi, ma presenti. Piccole cicatrici orizzontali, come linee interrotte in un discorso mai concluso.

Avevo quattordici anni.

Un pomeriggio di maggio.

Le finestre erano aperte e c’era odore di detersivo nell’aria. Pensavo che sarebbe stato facile. Silenzioso. Pulito.

Mia madre mi ha trovata in bagno.

Non so se fosse tornata prima dal lavoro o se avesse dimenticato qualcosa.

Ricordo il suono delle sue urla più del dolore.

Ricordo la luce al neon sul soffitto, fredda e impietosa.

E ricordo che, mentre mi stringeva i polsi per fermare il sangue, piangeva. Ma non per me. Piangeva per lo scandalo. Per la vergogna.

È l’unica cosa che abbia mai fatto per me.

Ed è l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare.

Mi alzo. Mi avvicino al lavandino. L’acqua scorre. Fredda. Lascio che mi bruci le mani. Lo preferisco al calore: il freddo almeno lo sento.

Controllo il telefono. Nessun nuovo messaggio.

Lo lascio cadere sul cuscino.

Poi guardo il soffitto.

E ascolto.

Ci sono momenti in cui il silenzio è più forte del rumore.

In cui senti tutto: il battito del cuore, il respiro, persino i pensieri che non vuoi avere.

E allora vorresti urlare.

Ma non lo fai.

Perché tanto nessuno ascolta.

Chiudo gli occhi.

Mi basta sapere che forse, forse stavolta non sarò io a scegliere quando finirà tutto.

Che qualcuno lo farà per me.

Con la stessa velocità con cui si spegne una luce.

 

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