Storia · capitolo 4

CAPITOLO 3 - LOGAN

ONE KISS AWAY FROM KILLING di Frances Gore

Non avevo mai ricevuto una richiesta come questa.

Mai.

Di solito, chi mi scrive si dilunga.

Vogliono tutto definito: chi, dove, quando.

Descrivono il bersaglio, spiegano le ragioni o almeno fingono di averne.

Sono abituato a leggere messaggi pieni di precisione e avari di emozioni. Chiedono morte. Chiedono sparizioni.

Chi mi paga, non capisco perché, ha sempre bisogno di giustificazioni.

Ma per me , non è mai una faccenda personale.

La morte è un lavoro, una transazione come le altre.

Mi pagano per cancellare persone: nessun volto, nessuna storia. Solo obiettivi.

Ma stavolta è diverso.

C’è un silenzio nelle parole che ho letto questa notte, un’assenza che fa più rumore di qualsiasi dettaglio. Un’ombra che si allunga e mi segue, senza che possa fermarla.

“Voglio che tu mi uccida.”

Mi chiedo perché. Non ci sono informazioni, non c’è una storia. Solo quella frase, tanto semplice quanto definitiva. Una richiesta senza spiegazioni. Mi ha scelto per fare ciò che non riesce a fare da sola. Ma perché? Cosa spinge una persona a chiedere la morte?

Sospetto che abbia passato anni a pensare, a ponderare la decisione. Eppure mi sembra che non ci sia nulla di drammatico nella sua richiesta. Solo una fine che chiede di essere messa in atto. Ma la sensazione che mi lascia, quella sensazione che non riesco a ignorare, è di un vuoto che mi stringe la gola.

Non sono uno che si fa domande. Non lo sono mai stato. Non nel mio lavoro. Non nella vita. Non è mai stato necessario, quindi mi sforzo di non pensarci e scorro i messaggi uno dopo l’altro.

Ogni giorno, stesso discorso. Alcuni idioti, figli di papà pieni di soldi e chissà quali droghe, scrivono per scherzo. Altri per sfida. La maggior parte ha solo una richiesta: far sparire qualcuno, o qualcosa.

Pulito. Discreto. Efficiente.

È così che lavoro.

È per questo che mi scelgono.

Luce fioca, tastiera opaca sotto le dita. Il rumore delle gocce sulla finestra mi tiene compagnia. Non il silenzio, quello è dentro di me, da anni.

Le parole mi passano davanti agli occhi senza lasciare traccia.

Finchè il mio sguardo si posa nuovamente su quella sola, unica riga: “Voglio che tu mi uccida.”

Non è la prima richiesta di “suicidio assistito”.

Di solito non accetto. Ma oggi… non so.

Oggi sono stanco. Di tutto.

Ogni volto è uguale.

Ogni contratto, una ripetizione.

Ogni notte identica alla precedente.

Ho smesso di chiedermi quando ho cominciato a spegnere ogni parte di me.

Forse non l’ho mai avuta, quella parte.

O forse è stata consumata col tempo, come il metallo sotto la ruggine.

La gente parla di inferni interiori.

Io non li vedo.

Per me c’è solo un vuoto funzionale, utile a ciò che faccio.

Eppure… sento che qualcosa si muove sotto la pelle.

Non emozione.

Non curiosità.

Solo… peso.

Mi alzo. Vado al frigo.

Bottiglia mezza piena, o mezza vuota, non importa.

Non bevo per stordirmi. Bevo per non sentire il silenzio troppo chiaramente.

Un tempo mi illudevo che questo lavoro fosse temporaneo.

Un modo per uscire da qualcosa.

Poi ho capito che ero già fuori da tutto.

E ora eccomi qui.

A leggere messaggi nel cuore della notte, tra pioggia e vetri appannati.

“Voglio che tu mi uccida.”

Mi appunto il messaggio. La segno tra i “forse”.

Nient’altro.

Chiudo il portatile.

Domani deciderò.

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