Storia · capitolo 3

CAPITOLO 2 - ANOUK

ONE KISS AWAY FROM KILLING di Frances Gore

L’ho fatto. Ho premuto“invia”.

È strano quanto possa essere semplice dare inizio a tutto con un click. Come se la mia vita valesse quanto un messaggio anonimo.

Non c’è stato nessun tremito nelle dita, nessuna esitazione. Solo una calma piatta. Quella che arriva quando hai finalmente deciso.

“Mi chiamo Anouk Miracle. Voglio che tu mi uccida.”

Non c’era altro da aggiungere.

Ho pagato, in anticipo. Non c’era una tariffa per i casi come il mio e non ho nemmeno idea se il denaro sia abbastanza, ma è tutto quello che ho al momento.

Lui non mi conosce, non sa dove sono, ma lo scoprirà. Quelli come lui trovano chiunque. È per questo che l’ho scelto.

Mi chiamo Anouk Miracle.

Sembra un nome inventato, da romanzo. Un paradosso. Una contraddizione vivente.

Ma è mio. L’unica cosa che ancora possiedo. E anche quella sto per consegnarla.

Non voglio nient’altro, solo che finisca. Che si chiuda il cerchio.

Senza drammi. Senza spiegazioni.

Solo silenzio.

Avevo dodici anni quando ho smesso di sentirmi viva.

Ora ne ho ventuno. E mi sembra di non essere mai esistita davvero.

Solo una lunga parentesi, in attesa di un punto finale.

Dicono che chi vuole morire cerca attenzione.

Io voglio l’esatto contrario. Voglio scomparire.

Senza lasciare traccia. Senza che nessuno parli di me.

Per questo ho scelto lui.

Non conosco il suo volto. Non conosco la sua voce.

Ma so che è il migliore. Che non fallisce.

E soprattutto, che non fa domande.

Tanto io non risponderei comunque.

Non l’ho mai fatto con nessuno.

Non l’ho mai detto a nessuno.

Non serviva. Non sarebbe cambiato niente.

Le cose che succedono quando sei bambina restano lì.

Ti crescono dentro come muffa.

E più cerchi di scacciarle, più si aggrappano.

Lui era il marito di mia madre. Non mio padre.

Ma faceva finta di esserlo.

Nascondeva bene la sua natura agli occhi del mondo.

La gente pensa che la violenza sia fatta di urla, pugni, sangue.

A volte no. A volte è silenziosa.

Una carezza che non dovrebbe esserci.

Un respiro nel buio.

Una porta che si apre piano.

Avevo dodici anni.

Poi tredici.

Poi quattordici.

A quindici me ne sono andata.

A diciotto non avevo più niente.

E adesso… è come se fossi già morta e non se ne fosse accorto nessuno.

Ora non sono più niente. Solo un corpo.

Non ho più paura.

Non ho più futuro.

Non voglio vendetta.

Non voglio giustizia.

Solo pace.

Per questo ho scritto a lui.

Perché è l’unico che può darmi una fine pulita.

Una che non fa rumore. Una che non lascia tracce.

Mi alzo dal letto e guardo fuori dalla finestra.

Seattle è un acquario grigio, fatto di pioggia e luci tremolanti.

Ogni tanto passa una macchina.

Nessuno guarda in alto.

Nessuno guarda mai in alto.

Aspetto.

So che arriverà.

E quando lo farà, sarà l’unico ad avermi veramente vista.

E forse, mentre chiuderò gli occhi, smetterò di sentire quella porta che si apre.

 

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