Storia · capitolo 36 · finale

CAPITOLO 35

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

 

Solo poche ore separavano Amabel dalla sua partenza per New York. Nessuno, fino a pochi giorni prima, era stato al corrente del fatto che lei avesse mandato, quasi per gioco, la propria richiesta di ammissione al Cornell University Medical College della Grande Mela.

L’estate era ormai giunta nel suo pieno, le ultime giornate del mese di luglio erano state tristi e lunghe e il suo compleanno era ormai soltanto un ricordo lontano. La notte precedente non aveva chiuso occhio continuando a pensare a Dylan e al fatto che, quando fosse tornata al ranch una volta finiti gli studi universitari, tutto sarebbe stato diverso. Dylan sarebbe stato probabilmente fidanzato con un’altra ragazza, se non addirittura sposato e avrebbe avuto una famiglia tutta sua. Dylan… Da quando Amabel gli aveva detto addio, era tornato all’università a Calgary e aveva avvisato che non sarebbe stato presente alla partenza della sorella acquisita per improrogabili impegni.

Amabel si voltò a osservare la valigia sul letto, era pronta, ma lei non riusciva a decidersi a chiuderla. Farlo avrebbe significato chiudere definitivamente un altro capitolo della sua vita, lasciando fuori gran parte del suo passato e dei suoi affetti più cari.

L’arrivo inaspettato di Cherilyn la sorprese mentre stava indugiando in quei pensieri, cercando il coraggio di far scorrere la cerniera del suo bagaglio.

«Ciao Amabel, vedo che è quasi tutto pronto. A che ora è esattamente il tuo volo? Alle quindici, vero?» chiese l’amica con malcelato interesse.

«Sì esatto, ma perché me lo chiedi? Non eravamo d’accordo che restassi a pranzo con gli altri per salutarci come si deve? Hai per caso un altro impegno?»

«No, no, assolutamente, volevo essere sicura dell’orario di partenza del tuo aereo.»

«Cheryl, sei arrivata a casa mia così presto solo per chiedermi questo? Avanti sputa il rospo,» disse Amabel cominciando a insospettirsi.

«Dylan… mi ha telefonato ieri notte e… lui è proprio messo male, tesoro.»

A quella rivelazione, Amabel cominciò a tremare. «Non c’era altro modo, Cheryl. Non posso davvero continuare a restare in questa casa. Tu, più di tutti gli altri, sai quanto lo ami e quanto tutto questo mi stia lacerando il cuore, ma non potevo proprio fare altrimenti. I sensi di colpa mi stavano annientando e poi quella lettera anonima è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso,» ammise sconsolata, coprendosi il viso con le mani.

Cherilyn la mise un braccio sulle spalle e l’aiutò a sedersi sulla sponda del letto insieme a lei. «Lo so tesoro mio e sappi che potrai sempre contare sul mio appoggio, qualunque cosa accada in futuro. Il vostro amore è qualcosa di meraviglioso, il modo in cui vi guardate, in cui tenete uno all’altra… Sono certa che un giorno le cose si sistemeranno.»

«Ti ringrazio dal profondo del cuore. Capisci, vero, che non potevo più rimandare questa decisione? Non me la sono sentita di rischiare che quella lettera arrivasse in mano ai miei genitori e rivelasse loro che io e Dylan ci amiamo e stiamo insieme. Per loro siamo una famiglia, un’unica grande famiglia… Non hai idea della paura che ho avuto. Sono certa che è impossibile che mio padre e Jane accettino una cosa del genere, così come non lo accetterebbe l’intera comunità nei dintorni di Soulsavers Ranch.»

«Quella lettera è un’immensa stronzata. Quando me l’hai fatta leggere l’ho pensato immediatamente. Non siete due ragazzi che danno spettacolo in pubblico e dubito seriamente che qualcuno abbia potuto vedervi in atteggiamenti sconvenienti. Sono sicura che...»

Amabel la interruppe. «Sei davvero un’amica, ma ormai ho fatto una scelta e mi aspettano a New York. Mio padre ha già provveduto ad affittare una stanza in un grazioso quartiere non lontano dall’università e a pagare le tasse di iscrizione. Visto come vanno le cose al ranch, non me la sento proprio di fargli gettare migliaia di dollari al vento. Voglio che lui, Jane e mia sorella siano orgogliosi di me.»

«Dylan, da quando Jane gli ha detto che andrai a studiare a New York si è di nuovo rinchiuso in se stesso, come quando morì suo padre. Al telefono la sua voce era spenta e incolore, sei davvero certa della tua decisione?»

«Era l’unica cosa che potessi fare. E ora ti prego, cambiamo discorso. Non voglio ricominciare a piangere, o si metterebbero tutti a farmi mille domande per scoprirne il perché,» sussurrò Amabel con infinito dolore. «Mi mancherai da morire, amica mia.»

«Mi mancherai anche tu, Amabel. Promettimi che ci sentiremo tutti i giorni e che tornerai ogni volta che avrai qualche giorno di vacanza. Non oso nemmeno immaginare come sarà la mia vita qui, senza di te.»

«Certo che sei proprio l’ideale per tirare su il morale alle persone,» disse Amabel, ed entrambe scoppiarono a ridere abbracciandosi calorosamente, nonostante la tristezza che provavano.

Questo viaggio è un addio, non solo a Dylan, ma verso decine di persone che mi hanno amata e mi hanno voluto bene nel corso degli anni, pensò Amabel qualche istante più tardi. Era consapevole che quella partenza segnava una tappa importante nella sua vita e, seppure era grata per l’opportunità che si stava aprendo davanti a lei, il suo cuore stava rischiando di spezzarsi.

Lentamente si alzò dal letto e chiuse la cerniera della valigia rivolgendo un sorriso all’amica. Guardò l’orizzonte, il sole si stava alzando nel cielo.

Scesero a fare colazione e poi aiutarono Jane con gli ultimi preparativi per il pranzo d’addio in cui Amabel avrebbe salutato la sua famiglia, non immaginando ancora che non l’avrebbe rivista per diversi anni a venire.

Aveva invitato, in aggiunta a Cherilyn, solo Dave, la madre Katherine e il vecchio Justin, oltre naturalmente a Lily, Jane e suo padre. Tutti loro erano parte della sua vita, le persone che amava più profondamente, tutte tranne una.

Chiacchierarono delle loro speranze per il futuro e delle sfide che si stavano preparando ad affrontare. Jane offriva parole di incoraggiamento e sostegno, mentre Amabel esprimeva i suoi timori e le sue emozioni in modo sincero.

Arrivò il momento di salutare gli amici e recarsi all’aeroporto. Amabel li abbracciò uno dopo l’altro, cercando di trattenere le lacrime che imperterrite le si formavano negli occhi, minacciando costantemente di sgorgare. Le parole sembravano inadeguate, avrebbero solamente espresso tutto il dolore che provava in quel momento.

Katherine, con i suoi occhi brillanti, le sussurrò parole di incoraggiamento e conforto. Dave, con la sua voce calma e rassicurante, le disse di stare attenta e di non dimenticare mai quanto fosse importante per loro, per tutti loro. Il vecchio Justin, con la sua saggezza e il suo sorriso gentile, le promise che l’avrebbe aspettata, che sarebbe stato lì quando sarebbe tornata e che nel mentre si sarebbe preso cura personalmente di quei due cavalli insolenti che lei tanto amava.

Una volta che se ne furono andati, si recò in camera sua per prendere la valigia e altre cose che le sarebbero servite per il viaggio. Uscì quindi mestamente dalla porta e si voltò a guardare la sua stanza per un’ultima volta, lo sguardo reso appannato dalle lacrime silenziose che cominciarono a caderle lungo le guance. Scese lentamente le scale, appoggiò la valigia vicino alla porta e si recò nella stalla.

 

«Ciao meravigliosa Coco e ciao anche a te, splendido Nam,» disse sorridendo nel vedere lo stallone agitarsi nel box. «Non fare il gelosone come tuo solito.» Poi divenne seria e avvicinando il viso al muso dei cavalli continuò con le lacrime agli occhi: «Spero tanto di rivedervi un giorno. Non sapete quanto mi mancheranno le nostre passeggiate in mezzo ai boschi. Addio amici miei…»

La voce del padre giunse improvvisa dalla porta di casa. «Dove sei finita Mabel? Dobbiamo partire entro cinque minuti, altrimenti rischi di perdere il volo!» Amabel rivolse ai due compagni di mille avventure un ultimo, struggente sguardo intriso di tristezza poi, piano, indietreggiò verso l’uscita e si allontanò correndo ad abbracciare il padre. In pochi istanti salì sulla macchina dei genitori pronta a partire.

           

Una volta giunti all’aeroporto fu la seconda tornata di abbracci e saluti, ancora più strazianti dei precedenti. Jane, con le sue mani calde, le strinse le spalle e le disse che le voleva bene e che lei avrebbe dovuto chiamarla spesso per farle sapere come stava. Elisabeth l’abbracciò forte e le disse che niente, nemmeno la lontananza, avrebbe potuto mai spezzare il loro legame. Cherilyn le baciò entrambe le guance trattenendo a stento le lacrime e non riuscì a spiccicare una sola parola, ma il suo sguardo diceva comunque tutto.

Infine venne il turno di suo padre che, con gli occhi lucidi, le diede un abbraccio forte e amorevole. Le disse che era orgoglioso di lei e delle scelte che stava facendo, ma che non poteva nascondere la tristezza nel vederla partire. Le sussurrò parole di conforto e di affetto, promettendole che lui ci sarebbe sempre stato per lei, ovunque fosse e in qualunque momento. Amabel si staccò riluttante da loro e, dopo aver superato i controlli, si avviò con passo lento verso il suo gate. Voltandosi un’ultima volta, li salutò da lontano con la mano tremante e una fitta dolorosa che le strinse il cuore.

 

Diversi minuti la separavano ancora dall’apertura dell’imbarco del suo volo e decise quindi di approfittarne per andare in bagno, non era mai stata su un aereo per più di un paio di ore e non sapeva se sarebbe riuscita ad andarci mentre si trovava in volo. Percorse un lungo corridoio semideserto, il sopraggiungere di un rumore di passi alle sue spalle la costrinse a voltarsi. Illuminato dalle deboli luci dei neon, a pochi metri da lei, c’era Dylan. Il corpo di Amabel tremò, era come paralizzata, gli occhi sbarrati, le gambe immobili. Tra loro il silenzio era quasi surreale mentre si fissavano. Altre persone passarono loro accanto, del tutto irrilevanti.

«Come hai fatto a superare i controlli?» mormorò lei spezzando il silenzio. Era talmente sbigottita da non essersi nemmeno accorta di non averlo salutato.

«Ho comprato un biglietto qualsiasi quando Cherilyn mi ha detto l’orario del tuo volo,» rispose lui con sincerità.

«Quindi stamattina mi ha fatto tutte quelle domande solo perché glielo hai chiesto tu? Cosa significa tutto questo? Perché sei qui, Dylan?»

«Perché mi manchi, perché ti amo, perché non riesco a vivere senza di te. Ti bastano come motivazioni? Se non sono abbastanza ne ho altre mille. Non voglio che tu vada via, non posso sopportare di non poterti più vedere, di non poterti toccare, di non assaporare più la dolcezza della tua bocca, la morbidezza delle tue labbra.»

Tutta la freddezza con cui aveva accolto la sua decisione di mettere fine alla loro relazione era scomparsa. Dylan aveva il volto stanco e gli occhi arrossati e Amabel si trattenne a stento dall’accarezzargli una guancia per riportare un po’ di colore sul suo viso e di luce nei suoi occhi. Sembrava avesse addirittura perso peso in quei pochi giorni dal loro addio.

«Noi non possiamo… tu non puoi…» ribatté lei, che non era più sicura di nulla. Non lo era mai quando lui le stava così vicino e la fissava con quella intensità.

«Ti prego, sei tutto per me. Io sono nulla senza te accanto... Non lasciarmi, non farlo.» Le impedì di allontanarsi di un solo passo, stringendola tra le braccia come se ne fosse prigioniera.

«Lasciami andare, subito!» gli disse nel tentativo di non capitolare. Un solo abbraccio da parte sua e il fragile muro che aveva eretto per arginare le lacrime stava già rischiando di sgretolarsi.

«Verrò con te a New York, mollerò tutto e ti seguirò, dimmi soltanto di sì e prenderò quell’aereo con te.»

«Dylan ti prego…» gli disse lei in un soffio delicato, ancora stretta tra le sue braccia.

«Dillo e staremo insieme per sempre… Scegli me, Amabel,» mormorò sulla sua pelle.

Calde lacrime cominciarono a scendere dagli occhi di entrambi, confondendosi le une alle altre.

«Non posso chiederti una cosa del genere. E tu non puoi fare questo per me. Devi vivere la tua vita, inseguire il tuo sogno di far rifiorire il ranch. Non ti chiederei mai di rinunciare a tutto ciò soltanto perché ti amo.»

Nell’ascoltare quelle parole, la disperazione di Dylan si fece ancora più palpabile, il suo corpo tremava contro quello di Amabel. Lei sollevò lo sguardo, l’amore che in quel momento scintillava negli occhi neri di lui, era impossibile da negare. E lei asciugò con mani tremanti le lacrime che gli bagnavano le guance.

«Ti amo e quello che hai appena detto non fa che rafforzare ciò che provo per te. Ancora una volta hai anteposto gli altri a te. Avresti potuto chiedermi di venire con te e di continuare la nostra relazione, ma hai scelto di sacrificarti per me e per la nostra famiglia. Ti ammiro Amabel, sei la persona più altruista che abbia mai conosciuto e sappi che ti aspetterò, dovessero passare anni.»

Un’altra parola da parte di quel ragazzo meraviglioso e lei si sarebbe gettata ai suoi piedi, accettando qualsiasi cosa. Una sciocchezza che avrebbe pagato per il resto dei suoi giorni. Con un ultimo sguardo intenso, si separò da lui, lasciando che il peso della sua decisione le si posasse sulle spalle.

Mise un piede avanti all’altro senza più voltarsi indietro finché non raggiunse il proprio gate.

 

Osservando attraverso il finestrino dell’aereo, Amabel notò vagamente le nuvole che si muovevano sotto di lei, un mare bianco e indistinto che sembrava non avere né inizio né fine. Le ricordavano il modo in cui percepiva il suo futuro in quel momento: una massa informe, incerta, che si stendeva davanti a lei senza una direzione precisa. Un respiro le sfuggì dalle labbra, lento e pensieroso, mentre la sua mano cercava istintivamente il piccolo ciondolo appeso al collo. Cominciò a pensare ai rocamboleschi avvenimenti accaduti negli ultimi giorni, a partire dall’arrivo di quella maledetta lettera anonima. Rifletté anche sul fatto che, talvolta, la vita di una persona si decida su di un’unica, determinante situazione. E provò la triste sensazione di essere diventata improvvisamente adulta, senza le fasi intermedie di maturazione.

 

Pochi giorni prima

 

Casa Lee era gremita di tantissima gente venuta per festeggiare sia il diciottesimo compleanno di Amabel, nonché il suo diploma e quello di Elisabeth, sia il ritorno di Dylan dal suo anno accademico. I due non si erano visti per settimane e precisamente dalla sorpresa che Amabel gli aveva fatto andando a trovarlo a Calgary. Si erano scritti e chiamati innumerevoli volte durante quella lontananza, ma per loro non era mai abbastanza, avrebbero voluto di più, molto di più entrambi. Il non potersi vedere, baciare e toccare quotidianamente aveva reso i sentimenti che nutrivano uno per l’altra ancora più forti e pronti ad accendersi come una miccia alla minima scintilla e così era stato soltanto un paio di giorni prima, quando si erano ritrovati in auto dopo il ballo del diploma.

 

Allo scoccare delle diciotto Amabel era pronta a scendere e a unirsi ai festeggiamenti. Aprì la porta e si trovò davanti il padre, con il braccio sollevato come se fosse stato interrotto un attimo prima di bussare.

«Mabel, tesoro, a giudicare dal frastuono proveniente dal piano di sotto, credo che siano arrivati anche tuo fratello e Dave,» le disse. «Per favore mi aiuteresti con questa cravatta? Non ne vuole sapere di stare dritta.»

«Certo,» sussurrò lei tentando di impedire alle proprie mani di tremare. «Ecco fatto, sei un vero schianto papà.»

«Anche tu, Amabel. Laurette sarebbe così orgogliosa di vedere la ragazza meravigliosa che sei diventata.»

Sì abbracciarono con profondo affetto, nonostante fossero passati molti anni dalla morte della moglie, l’uomo la ricordava ancora spesso e tutte le volte che la nominava, i suoi occhi si velavano di tristezza.

«Ehi, voi due lassù, che fine avete fatto?» urlò Jane dalla scala.

«Presto scendiamo figliola, prima che quella donna venga di sopra a cercarci,» scherzò Matthew tentando di scacciare la malinconia di entrambi.

Fermatasi sull’ultimo gradino, intravide Dylan mentre si scambiava una vigorosa stretta di mano con il padre che l’aveva preceduta di qualche passo. La sua figura atletica era sottolineata da un completo elegante, la camicia bianca e una cravatta scura. I suoi occhi si illuminarono quando, quasi percependo epidermicamente lo sguardo rapito di Amabel attraverso la stanza, la vide ferma sulla scala.

Ha un aspetto incantevole, fu la prima cosa che pensò guardandola. Alzò un braccio in segno di saluto e Amabel sentì il cuore battere forte nel petto.

Dopo il ballo del diploma erano stati entrambi molto impegnati con la preparazione di quella festa e non avevano avuto tempo di ritagliarsi nemmeno un attimo per stare da soli. Era così felice di vederlo, ma allo stesso tempo era nervosa. Non sapeva cosa dire, cosa fare e se qualcuno avesse notato con quanto amore lo guardasse? L’incantesimo che l’aveva avvolta si spezzò quando gli amici più stretti si chiusero attorno al nuovo arrivato, congratulandosi con lui per i risultati accademici di altissimo livello.

 

Più tardi, quando il sole stava già tramontando, i lampioni attorno al patio anteriore vennero accesi. Le risate, i sorrisi e gli abbracci avevano riempito la giornata, ma ora il crepuscolo avvolgeva il ranch in un’atmosfera più intima.

Qualcuno mise una musica di sottofondo e, sotto il cielo che andava via via colorandosi di sfumature arancioni e rosa, diversi ospiti si lasciarono andare a qualche passo di danza. Amabel, Dylan, Dave, Cherilyn ed Elisabeth, insieme ad altri amici, chiacchieravano dei rispettivi progetti per il futuro seduti attorno a un piccolo falò realizzato appositamente per l’occasione.

«Forza ragazzi, perché non ballate anche voi? Guardate che non è mica una cosa da vecchi,» disse Matthew avvicinandosi al gruppetto e notando che nessuno dei più giovani si era alzato. «Che ne dici Mabel, bambina mia, mi faresti l’onore di concedermi questo ballo?» le chiese con tanti di inchino.

Amabel stette al gioco, troppo felice di quella giornata per sentirsi in imbarazzo. «Accetto con vero piacere, signore.»

Matthew le prese gentilmente la mano e la condusse sotto al portico dove si erano radunate le altre coppie. Come quando ballava con Laurette, l’uomo si rivelò un ballerino di tutto rispetto nonostante la stazza, sorprendentemente abile e con un buon senso del ritmo. Amabel lo seguì un po’ titubante, lasciandosi però guidare dai suoi passi esperti.

«Ricordo ancora quando ballavi sotto il portico della nostra villetta con mamma Laurette, e tutti i vicini si sporgevano per ammirarvi.»

«Lo rammento anche io come se fosse ieri,» rispose l’uomo malinconico.

«Posso chiederti una cosa, papà?» chiese lei senza smettere di ondeggiare dolcemente.

«Certo, tutto quello che vuoi.»

«Ma tu sei innamorato di Jane? I tuoi occhi sono così tristi a volte che non ho potuto fare a meno di riflettere.»

Il padre fece un lungo sospiro prima di rispondere. «Sai, Mabel, credo che l’amore sia come un viaggio. Ho imparato che può portarti verso persone inaspettate e che può cambiare nel corso del tempo. E, soprattutto, ogni amore è diverso dall’altro. Quello che provo per Jane è un profondo affetto mentre il mio amore per Laurette era passionale, travolgente. Era come un incendio che bruciava tutto ciò che ci circondava. Ma è stato anche un amore doloroso, perché l’ho persa troppo presto.»

Amabel lo ascoltava in silenzio, commossa. «Quando ho conosciuto Jane, ho sentito qualcosa di diverso. Un sentimento più calmo, più maturo. Un amore che mi fa sentire felice e completo, anche se non è la stessa cosa che ho provato per Laurette,» disse con sincerità.

«Ti voglio bene papà.»

«Anch’io ti amo, figlia mia,» rispose Matthew sorridendo.

Quel momento di comprensione reciproca fu interrotto da un leggero tossicchiare alle loro spalle. «Mi perdoni, signore, potrebbe concedermi un ballo con sua figlia?» chiese Dylan con rispetto.

«Ma certo ragazzo, i miei piedi stanno chiedendo pietà da diversi minuti ormai.»

«Ma… papà, che figure mi fai fare?» Entrambi gli uomini scoppiarono a ridere.

«Cara, non ci avrebbe messo molto a scoprire che sei una pessima ballerina,» disse. Poi si voltò verso il ragazzo e continuò prima di allontanarsi: «Mi auguro che le tue scarpe siano abbastanza robuste da proteggerti i mignoli meglio di quanto abbiano fatto le mie, Dylan. A dopo ragazzi e divertitevi.»

Dylan fece un passo avanti e le porse la mano con un sorriso, il suo solito sguardo che mischiava dolcezza e sfida. «Allora, pessima ballerina, sei pronta?»

Amabel incrociò le braccia al petto per un istante, fingendo di essere offesa. «Sai che non sono così pessima, vero?»

«Dimostralo,» replicò lui con un sorriso che la fece arrossire, pur controvoglia.

Lei sbuffò leggermente, ma posò la mano nella sua, lasciandosi guidare. La musica era lenta, romantica, e il brusio degli invitati sembrava scomparire mentre si trovavano al centro della pista.

Dylan posò una mano leggera sulla sua schiena, avvicinandola delicatamente, mentre l’altra teneva la sua mano in una presa sicura. «Ciao principessa,» le disse affondando il viso nei suoi capelli.

«Ciao amore mio,» sussurrò lei tremando.

«Non ce la facevo più a starti lontano. Mi sei mancata da morire in questi due giorni,» disse stringendola al petto muscoloso.

«Mi sei mancato anche tu...»

«Trova il modo di allontanarti da qui, la voglia di baciarti mi sta logorando.»

«Ma Dylan, la casa è piena di gente.»

«Trova il modo o ti metto la lingua in bocca adesso, qui davanti a tutti!» le disse avvicinando pericolosamente il volto a quello di lei.

«O-ok…»

«Tra cinque minuti, nel ripostiglio, non farmi aspettare,» le disse allontanandosi velocemente, lasciandola tremante di desiderio in mezzo alle altre coppie.

Non cinque, ma tre minuti dopo, Amabel stava già bussando lievemente alla porta del ripostiglio. Pochi istanti dopo un braccio familiare ne fece capolino e l’attirò dentro bruscamente mentre la porta si chiudeva silenziosa dietro di lei.

Si baciarono pieni di ardore, le mani incapaci di stare ferme toccarono la pelle l’uno dell’altra con impellente esigenza. Mentre lui allungò una mano per scostarle dolcemente una ciocca di capelli dalle guance imporporate, le palpebre di Amabel si chiusero, dimostrando tutta la sua arrendevolezza. La bocca di Dylan la stava baciando con passione e desiderio, quando l’arrivo di un messaggio sul cellulare, la costrinse a ritrarsi all’improvviso, ponendo fine al loro momento di intimità: Dave li informava che li stavano cercando per il taglio della torta.

Rientrata di corsa alla festa, Amabel si fermò un istante davanti alla torta illuminata dalle candeline, cercando di rallentare il respiro e di mettere ordine nei pensieri. Poi, con un sorriso determinato, chiuse gli occhi e soffiò con forza, lasciando che il suo desiderio prendesse forma nella mente. Era lo stesso che aveva espresso al suo sedicesimo compleanno, ma questa volta aveva un significato più profondo: non desiderava soltanto che Dylan fosse felice, ma voleva che lo fosse insieme a lei. E, soprattutto, che potessero esserlo l’uno accanto all’altra, condividendo qualcosa che sembrava sempre più speciale e unico. Espresse il suo sogno serrando quasi dolorosamente gli occhi. Quando li riaprì, le candeline spente sembravano ammiccare, quasi a promettere che il suo desiderio avrebbe trovato il modo di avverarsi, mentre tutti applaudivano per festeggiarla. Sollevò lo sguardo e fissò intensamente Dylan negli occhi, tant’è che quasi non si accorse che gli invitati stavano brindando in suo onore sollevando il bicchiere. Anche Dylan parve non notare altro, in quanto la stava fissando con lo stesso trasporto.

«Questo brindisi è la nostra bellissima Amabel che oggi compie diciotto anni e a settembre comincerà a frequentare l’università di Calgary come Dylan, anche se in facoltà diverse. Auguriamole con tutto il cuore, buona fortuna!» Tutti gli amici brindarono alzando nuovamente il bicchiere.

 

La festa era ormai conclusa e gli invitati se ne erano andati. Dopo aver riportato le stoviglie rimaste sul tavolo in cucina, Matthew e Jane, sopraffatti dalla stanchezza, salutarono i figli e si ritirarono in casa. Dylan si avvicinò allora ad Amabel e le sussurrò in un orecchio: «Io so che desiderio hai espresso.»

«Scommetto che non è così…»

«Hai espresso il desiderio di vedermi nudo.»

«Dylan! Smettila di dire sciocchezze,» esclamò portandosi le mani ai fianchi.

«Non affannarti a mentire,» continuò lui. «Lo capisco dal tuo sguardo.»

Amabel gli diede una scherzosa spinta. «Non è vero!»

«Sei sicura?» le domandò dolcemente.

Amabel scoprì di far fatica a respirare normalmente.

«Andiamo al vecchio deposito, principessa. Ho voglia di te.»

L’arrivo improvviso di Elisabeth li costrinse ad allontanarsi bruscamente.

«Io non ho nemmeno la forza di alzare un dito. Amabel, stasera eri davvero bellissima con quel vestito. Sembravi proprio una principessa. Vi auguro la buonanotte, ragazzi,» disse trattenendo a stento uno sbadiglio.

«Vedi? Anche Elisabeth pensa che tu sia una principessa,» sussurrò Dylan scoppiando a ridere.

«Smettila di ridere!» esclamò Amabel facendosi seria tutto a un tratto.

«Ehi, che ti prende ora?»

Lo afferrò saldamente per la cravatta e avvicinò il suo viso a quello di lui finché le loro bocche non si trovarono a solo pochi centimetri di distanza.

«Smettila di prendermi in giro, altrimenti rischi di essere baciato qui e subito!» gli sospirò sulle labbra indirizzandogli uno sguardo complice, essendo ancora sotto l’effetto della passione che avevano condiviso meno di un paio di ore prima nel ripostiglio.

Come accadeva ormai troppo spesso per i gusti di entrambi, il momento idilliaco fu interrotto dal rumore di una porta che si chiudeva, l’ennesima mancanza di privacy li lasciò tremanti e frustrati. Si separarono augurandosi la buona notte e Amabel si diresse in camera sua, lasciandosi andare sul letto, stanca ma felice. Troppo agitata per poter anche solo pensare di mettersi a dormire, prese dal comodino una foto che ritraeva lei, Elisabeth e Dylan e osservandola cominciò a tracciare con un dito il contorno del viso di lui.

Il leggero bussare di qualcuno alla porta le fece martellare il cuore in gola. Pochi istanti dopo la maniglia si abbassò e dallo spiraglio dell’uscio ormai aperto, fece capolino il volto serio di Dylan. In un battito di ciglia entrò nella stanza avvolto dall’oscurità. Indossava i pantaloni della tuta e una canottiera bianca aderente. A quella vista il cuore di Amabel cominciò ad agitarsi nel petto.

Dylan avanzò di qualche passo, per poi voltarsi e chiudere a chiave la porta.

«Cosa stai facendo Dylan?» La voce di Amabel era un misto di ansia e desiderio.

«Sono venuto a darti il mio regalo di compleanno, principessa.»

«E c’era bisogno di chiudere la porta a chiave?»

«Voglio passare la notte con te,» sussurrò lui nella semioscurità.

«Ti è andato di volta il cervello?»

«Che bella accoglienza, bignè alla crema,» le disse sedendosi sul letto e attirandola a sé per abbracciarla teneramente.

«Dylan non…»

«Ti prometto che non farò nulla che tu non voglia, principessa,» la stuzzicò assaporando la dolce fragranza dei suoi capelli appena lavati. Odoravano di vaniglia e miele.

Amabel allungò una mano e gli prese il mento per sollevargli il viso e guardarlo negli occhi. Si fissarono per un istante che parve durare un’intera stagione, un istante in cui la sua testa le suggeriva di scappare, mentre il cuore le urlava di restare e di godere di quella immensa felicità che le veniva offerta. Passarono altri lunghissimi secondi, poi, incantata da quei meravigliosi occhi neri che la stavano fissando con amore, fu proprio lei a rompere gli indugi e ad affondare la bocca su quella di lui, zittendo una volta per tutte le proprie paure.

Dylan rispose al suo bacio lambendole le labbra con la lingua e con una passione che le fece vibrare il corpo. Si avvinghiò alla sua vita gettando la testa all’indietro e lasciando che quella dolce tortura continuasse all’infinito.

Un attimo dopo si ritrovarono sdraiati sul letto, dove si cercarono nel buio, scambiandosi baci profondi e carezze, con le mani che non riuscivano a stare ferme. Si toccarono sopra e sotto i vestiti, con una frenesia resa ancora più incontrollabile dai lunghi mesi di distanza che avevano vissuto durante gli ultimi anni. Con un singolo gesto Dylan si liberò della canottiera per poi tornare a baciarla con ancora più passione, tracciandole una scia di baci infuocati lungo la spalla. Con dita tremanti le spostò la spallina della camicia da notte esponendo al suo caldo respiro la pelle delicata. Lo sguardo di Dylan si posò dapprima sul suo viso e in seguito sulla dolce attaccatura dei seni, poi tornò a impossessarsi della sua bocca, mentre con mano esitante lei gli accarezzava lentamente il petto. Sotto le dita, Amabel poteva sentire i battiti impetuosi del suo cuore. Il bacio che si scambiarono l’attimo successivo fu appassionato e privo di qualsiasi freno. Udendola respirare affannosamente, tutta la cautela del ragazzo svanì, travolta da un’ondata di desiderio.

«Voglio fare l’amore con te, principessa,» le sussurrò con voce roca staccandosi riluttante dalla sua bocca.

Amabel abbassò il capo e le sue guance avvamparono. «Lo voglio anch’io,» gli fece eco lei mettendo a tacere la voce della coscienza che di tanto in tanto tornava ad affollarle la mente.

Lui la interruppe con un bacio infuocato insinuandole la lingua nella bocca invitante poi, restio a mettere fine a quel contatto, si staccò da lei lentamente. «Non sai quanto lo desidero.» Le sorrise e i loro occhi si incontrarono nuovamente, mentre la mano di lui le sfiorò il viso, prima di attirarla di nuovo a sé.

Le labbra ardenti lambirono quelle di lei in un bacio appassionato, poi le si sdraiò sopra facendole sentire il duro desiderio che provava contro il morbido ventre. Quel tipo di intimità le era ancora del tutto sconosciuto e la imbarazzava un po’, ma nonostante ciò, ondate di piacere le fecero fremere ogni nervo.

Senza esitare, Dylan le afferrò le gambe e se le avvolse strette intorno alla vita spingendo i fianchi contro quelli di lei.

Le sue labbra calde e morbide si unirono per l’ennesima volta a quelle di Amabel. Le passò le dita tra i capelli, dalla nuca fino alla curva dei fianchi

«Non vedo l’ora che sia settembre,» le disse dopo aver ripreso fiato.

«Perché?»

«Beh ti trasferirai anche tu a Calgary per l’università, ebbene sto cercando un appartamentino in cui vivere insieme, solo noi due…»

«Io-io non mi sento pronta per compiere un passo simile, Dylan,» ribatté lei allontanandolo e mettendosi seduta. Vide il suo volto diventare scuro all’improvviso.

«Che cosa stai dicendo?» le urlò a pochi centimetri dal viso.

«Abbassa la voce per favore,» lo pregò lei temendo che qualcuno potesse sentirlo.

«Perché?» ribatté lui, visibilmente agitato. «Perché non sei d’accordo? Non vuoi andare a vivere insieme una volta che saremo entrambi lontani da qui? Non capisci quanto sarebbe perfetto per noi? Nessuno ci conosce lì, non dovremmo nasconderci più!»

«Io non voglio Dylan, sarebbe brutto nei confronti dei nostri genitori, per loro potrebbe sembrare una cosa naturale che due fratelli condividano l’appartamento e le spese, ma non sanno che cosa ci sia veramente dietro. Non voglio vivere in una bugia, nasconderci in quel modo, fare finta che sia tutto normale quando sappiamo che non lo è. Sarebbe come tradirli, tradire tutto quello che hanno fatto per me.»

Dylan si passò una mano sul viso, frustrato. «Cristo, Amabel, non abbiamo scelto noi questa situazione! Non è colpa nostra se ci amiamo. E io… io voglio stare con te. Non riesco a immaginare di vivere a Calgary senza averti accanto ogni giorno.»

Le sue parole colpirono Amabel come una freccia al cuore, facendola vacillare. Le sue mani tremavano leggermente mentre cercava di rispondergli. «Io… anch’io voglio stare con te, Dylan. Non immagini quanto. Ma non voglio che un giorno loro lo scoprano e ci rimangano male. Io… non ce la farei a sopportarlo.»

«Non pensavo che avessi così poca fiducia in noi,» mormorò qualche istante dopo, la sua voce piena di amarezza e dolore.

Amabel si avvicinò, cercando il suo sguardo, ma lui non glielo concesse.

Dylan rimase immobile per qualche istante, poi annuì appena, anche se il dolore era ancora evidente nei suoi occhi. «Forse hai ragione,» disse infine, con un tono che sembrava spezzato. «Ma non chiedermi di fingere che non mi faccia male questa tua decisione.»

Da parte di entrambi ci fu un lungo e teso silenzio, nessuno dei due si decideva a dire qualcosa. Dylan si tirò in piedi, la mascella contratta dalla tensione, ma nell’udire le successive parole di lei si voltò a guardarla spalancando gli occhi per la sorpresa.

«Non lasciarmi, Dylan.»

«Per quale motivo dovrei lasciarti, mio dolcissimo bignè alla crema?» disse allargando le braccia in cui Amabel si rifugiò immediatamente appoggiando la guancia sul suo petto.

«Amabel…» Con un movimento lento e naturale, le mani che tremavano appena, le sfiorò il viso con la punta delle dita. Chiuse gli occhi per un istante, come se avesse bisogno di quel contatto per respirare. La sua pelle calda, il profumo familiare di lei, e improvvisamente non riuscì più a resistere.

Le sue labbra si avventarono sulla bocca di Amabel e la baciarono a lungo, torturandola con i ripetuti affondi della calda lingua. Le mani si fecero strada sotto la camicia da notte, accarezzandole dapprima la schiena, poi i fianchi, risalendo fino al seno e saggiandone la morbida rotondità. Le mani di Dylan parevano voler conoscere l’intero corpo di Amabel, ma quando scesero nuovamente per insinuarsi all’interno dell’elastico delle sue mutandine, il lamento che scaturì dalle labbra della ragazza lo costrinse a fermarsi.

«Scusami, Am. Ma quando ti sono vicino perdo la testa,» disse guardandola con infinita dolcezza, baciandole prima il palmo di una mano e poi l’altro.

«Sei eccitante e straordinariamente affascinante quando lo perdi…» sussurrò Amabel con un sorrisetto malizioso, avvicinando la bocca a quella di lui.

«Smettila di parlare così o ti potrei…» si interruppe Dylan sorridendo a sua volta. «Piuttosto dimmi che cosa vorresti come regalo per il diploma.»

Amabel gli chiuse la bocca, posandogli un dito sulle labbra. «Dillo.»

Dylan la guardò senza dare l’impressione di aver capito cosa lei gli stesse chiedendo di dire.

«Finisci quello che avevi cominciato… sai che non è carino lasciare le frasi in sospeso?»

Con un sorrisino provocante Dylan le si avvicinò all’orecchio. «Potrei scoparti, perdendomi in te per tutta la notte…» La voce di un diavolo tentatore.

«Mi piace l’idea che mi desideri così tanto da non riuscire a staccarti da me. Nonostante non mi senta ancora pronta ad andare oltre, adoro quello che mi fai. Il modo in cui mi fai sentire, mi fa impazzire,» gli sussurrò a sua volta, mentre con l’altra mano stringeva il suo fondoschiena sodo.

«Non importa quanto tempo ci vorrà. Ti voglio, Amabel. Solo te. Per sempre.»

«Davvero?» mormorò lei in tono sensuale con lo sguardo fisso sulla curva sexy delle sue labbra.

«Dannatamente. Anche tu mi stai facendo impazzire, sai?» scherzò, stringendola un po’ più forte con le braccia. Lei sentì il naso di lui sfiorare il suo.

«Finiscila, principessa! Non fissarmi come se volessi mangiarmi per pranzo,» le disse, poggiandole un tenero bacio sulla fronte.

«Queste cose danno assuefazione, specialmente quando risultano così piacevoli!» ammise Amabel con una risata, mentre lui si scioglieva dall’abbraccio sdraiandosi poi accanto a lei, a una distanza di sicurezza.

«Ho la sensazione che tu sia stata messa al mondo per farmi impazzire, principessa,» mormorò, il tono a metà tra il divertito e il serio.

«Dylan, io…»

Lui la zittì posandole delicatamente un dito sulle labbra. «Non devi giustificarti, mi sta bene anche solo tenerti tra le braccia. Ora dormi amore mio, che le tre del mattino sono già passate da un pezzo.»

«Sei così dolce.»

«Anche tu principessa, non ti dimenticherei nemmeno se dovessi separarmi da te per cent’anni. Ti amo troppo Amabel. Niente e nessuno potrà mai cambiare il sentimento che nutro per te,» disse abbracciandola e accarezzandole teneramente i capelli.

Amabel si aggrappò alla dolcezza delle parole di Dylan, trovando conforto nella promessa del suo amore eterno. Era consapevole che avrebbero affrontato molte sfide lungo la strada, ma in quel momento, tutto ciò che contava era il calore del suo abbraccio e la sicurezza del suo amore. Insieme restarono sdraiati sul morbido letto e rimasero stretti uno all’altra finché il sonno li avvolse.

 

Quando riaprì gli occhi la mattina seguente, la prima cosa a cui Amabel pensò furono tutti i dolci momenti passati con Dylan in quello stesso letto poche ore prima.

Pochi minuti dopo, mentre si recava in cucina per la colazione, Amabel stava ancora sognando ad occhi aperti. Al settimo cielo volò praticamente sulle scale, raggiungendo il salone in pochi secondi. La grande casa sembrava deserta, probabilmente Elisabeth era ancora a letto mentre i genitori erano sicuramente affaccendati all’interno del ranch. Dylan era partito quel mattino per uno stage universitario e sarebbe ritornato soltanto il lunedì successivo. Un’intera settimana senza vederlo, dubitava di poter reggere ancora a lungo la sua lontananza.

Nel bel mezzo di quei pensieri, qualcosa catturò la sua attenzione: una busta era stata infilata sotto la porta di casa. Con una curiosità crescente, si chinò per raccoglierla e nel farlo notò che era aperta. Leggendo l’intestazione vide che era indirizzata alla madre. Una strana sensazione le fece rizzare i capelli sulla nuca e con mani tremanti, estrasse il foglio che conteneva.

Ad Amabel si paralizzarono le gambe e si asciugò di colpo la bocca. Non riusciva letteralmente a muovere un solo passo e sentiva il cuore arrancare.

Come a rallentatore, cominciò a leggere, sul volto un’espressione progressivamente più incredula, mano a mano che le parole scritte in quel biglietto si facevano strada nella sua mente. Gli occhi scorrevano nervosamente una riga dopo l’altra.

 

Gentile signora Jane,

scriviamo per puro senso del dovere, poiché è evidente che tra le mura del vostro ranch, abbiate perso ogni bussola morale. A parte lei e suo marito, crediamo che ormai tutti nell’intero distretto siano al corrente di quello che sta accadendo sotto il vostro tetto. Altro che grande famiglia, è solo una grande schifezza.

La relazione illecita tra i vostri figli, Amabel e Dylan, è vergognosa e ripugnante e noi non tolleriamo che la cosa si protragga ancora senza che vengano presi dei seri provvedimenti.

Sono stati sorpresi più volte, e da più di un concittadino, appartati in atteggiamenti sconvenienti per due ragazzi che dovrebbero essere fratello e sorella. La loro è una tresca disgustosa che ha superato ogni limite di decenza.

Ed è anche peggio il fatto che nessuno dei due provi alcun ritegno nell’avere una tale, immorale condotta. I loro comportamenti inappropriati hanno sconvolto l’intera comunità, insudiciando la nostra rispettabilissima cittadina.

Ma è evidente che le cose cambieranno quando questo abominio verrà reso pubblico e verranno informate le autorità competenti. Ci sentiamo in dovere di intervenire, dato che lei e Matthew sembrate ignorare questa penosa faccenda.

Vi consigliamo caldamente di fare il necessario per porre fine a questa relazione perversa, non vogliamo certo che la vostra famiglia sia oggetto di ulteriori scandali e pettegolezzi…

 

Amabel continuò a stringere tra le mani quel foglio di carta, mentre i suoi occhi si facevano sempre più vacui e le lacrime minacciavano di iniziare a scorrerle lungo le guance. Strinse i pugni con forza, cercando di razionalizzare, di capire chi potesse aver scritto quelle parole, ma il dolore che le martellava le tempie era insopportabile, come un’onda che le impediva di concentrarsi. Ogni pensiero sembrava sfuggirle, annullato dalla morsa che le stringeva il cuore e la mente, rendendo ogni tentativo di ragionamento quasi impossibile. Corse in camera sua e nascose la lettera in fondo all’armadio, sotto una pila di vestiti che non utilizzava più ormai da anni, ringraziando il cielo che nessuno l’avesse trovata prima di lei.

 

Dopo una notte completamente insonne, in cui non fece altro che pensare e ripensare innumerevoli volte alle parole contenute nella lettera e a guardare il cellulare illuminarsi centinaia di volte per le continue chiamate di Dylan, decise di spegnere il telefono. Fece un profondo sospiro e si rese conto di quanto quella lettera le avesse creato un profondo stato d’ansia e di forte stress. Si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra guardando fuori, come se cercasse una risposta nel panorama che si stendeva davanti ai suoi occhi. Leggere quelle parole messe nero su bianco era stato un duro colpo per lei, non tanto per la paura che qualcuno potesse pensare male di lei, ma per i problemi che avrebbero potuto causare alla sua famiglia. Non sapeva cosa fare, né come affrontare la situazione, ma evitare il problema o sperare che si risolvesse da solo era impensabile. Si staccò dalla finestra e raggiunse la scala, era certa che un giro con Nam le avrebbe rischiarato la mente e restituito un po’ di tranquillità. Non aveva sceso nemmeno il primo gradino quando si accasciò a terra priva di sensi.

 

Il lunedì sera successivo, la porta di casa Lee si spalancò con un violento tonfo, facendo risuonare il chiavistello nell’aria. Un Dylan a dir poco furente rientrò dallo stage che lo aveva portato a visitare alcuni ranch in Alberta.

«Fai piano tesoro, Amabel non si sente molto bene in questi giorni,» gli comunicò la madre a bassa voce giungendo in quel momento dalla cucina.

Il ragazzo si voltò in direzione della donna e vide il volto preoccupato di Jane. «L’altro giorno Matthew l’ha trovata svenuta in cima alle scale. Ci ha davvero fatto prendere un colpo. Il dottor Carter è gentilmente venuto a casa a visitarla e le ha raccomandato riposo assoluto per almeno una settimana. Dato che ci sei tu a casa, ne approfitto per andare a fare un po’ di spesa e comprare gli ingredienti per i bignè alla crema che le piacciono tanto, magari la tireranno un po’ su. Non me la sentivo proprio di lasciarla da sola.» Dopo aver teneramente accarezzato una guancia al figlio, prese la borsa poggiata sul mobiletto vicino alla porta e uscì di casa.

Appena la madre se ne andò, Dylan salì le scale due alla volta senza perdere un attimo di tempo. Fermandosi sulla porta della stanza di Amabel, il suo sguardo si fissò incerto sulla ragazza che stava sdraiata sotto un leggero lenzuolo.

«Stai male?» chiese mollando la borsa sul pavimento, ai piedi del letto. Nemmeno si era accorto di averla ancora con sé.

Dagli occhi di Amabel scesero calde lacrime che si asciugò con dita non troppo ferme.

«Non piangere...» le disse con un tono misto tra il preoccupato e l’irritato. «Dimmi solo che cosa sta ti sta succedendo. Sembri un fantasma.»

«Io-io non so nemmeno da dove cominciare…» disse Amabel in un soffio tremante.

«Comincia da dove ti pare ma sbrigati perché ogni attimo che passa rischio di impazzire. E poi cos’è questa storia che sei svenuta?»

Stringendo forte il cuscino nel tentativo di far smettere di girare la testa, Amabel si mise seduta, cercando di mostrare una calma che in realtà non provava. «Ora sto bene.» Abbozzò un flebile sorriso, che però non lo ingannò.

«Sei sicura?»

«Sì,» rispose lei senza troppa convinzione.

«Bene, allora esigo una maledetta spiegazione!»

«Ok, ti dirò come stanno le cose. Ma tu calmati, per favore…» Il pianto trattenuto a stento fino a quel momento si liberò attraverso dolorosi singhiozzi.

«Adesso dimmi perché diavolo continui a piangere?!»

«Ascoltami Dylan. Io…»

«Parla Amabel!» le ordinò lui, al limite della pazienza.

Senza dire una parola, Amabel gli porse la lettera che aveva gelosamente custodito sotto al cuscino in quelle ultime ore. Il terrore negli occhi di Dylan divenne concreto ed evidente mano a mano che procedeva nella lettura. Amabel, non riuscendo più a controllarsi, borbottando una scusa si alzò dal letto, precipitandosi giù per le scale. Era quasi arrivata in soggiorno, scendendo in tutta fretta i gradini, quando sentì la mano di Dylan stringerle un braccio, costringendola ad arrestare la sua corsa.

«Stiamo mentendo da anni a lei, a Elisabeth e anche a mio padre. Dylan... è impossibile continuare così.» Il peso di quella rivelazione gravava nell’aria.

«Am, capisco che questa situazione ti stia tormentando,» disse Dylan, cercando i suoi occhi. «Non credere che per me non sia lo stesso, ma la verità è sempre meglio di una menzogna. Forse è arrivato il momento di affrontare tutto questo insieme, di essere onesti con le persone che amiamo.» Il suo sguardo era pieno di tormento mentre la mano che le stringeva il braccio si rilassò, lasciandola andare con delicatezza.

«M-ma non hai sentito quello che ti ho detto?» disse ricominciando a singhiozzare. Si allontanò di qualche passo, strofinandosi le lacrime dagli occhi.

«Mi dispiace! Non volevo farti soffrire in questo modo, credimi.»

«Non è colpa tua! Capisco quanto sia importante per te il nostro legame, ma dobbiamo affrontare la realtà. Le parole scritte in quella lettera hanno colpito profondamente anche te. Non possiamo ignorare il dolore che causeremmo a coloro che ci sono vicini se dovessero venire a saperlo,» sussurrò Amabel stringendosi le mani tremanti.

Dylan la abbracciò forte, cercando di trasmetterle conforto. «Troveremo una soluzione insieme, so che possiamo superare tutto questo, anche se sarà difficile diremo a tutti che ci amiamo e che non c’è nulla di sbagliato in questo.»

«Ma non capisci che, al di fuori di questa stanza, non esiste alcun noi?»

«Cosa stai dicendo?» le chiese sentendo il cuore agitarsi nel petto. Non era pronto alla piega che stava prendendo la loro discussione.

«Sto cercando di farti capire che se ci siamo illusi sul nostro amore. La realtà è che al di là di queste quattro mura, i sentimenti che proviamo l’uno per l’altra sono sporchi e proibiti. Non possiamo vivere in una bolla per sempre, Dylan.»

Lui la guardò, cercando di tenere a freno l’angoscia che quelle parole gli stavano provocando. «Amabel, non voglio perderti. Non voglio perdere noi.»

«Ti ripeto che non esiste più alcun noi,» disse seria mentre il cuore le si spezzava nel petto. «Ti amo, ma io non posso premettermi di perdere l’uomo che insieme a Laurette mi ha salvato dall’inferno che vivevo in quell’orfanotrofio. Probabilmente gli devo la mia vita e ho troppo rispetto per lui e per tutto ciò che ha fatto per me, non posso tradire la sua fiducia…» si interruppe non riuscendo più a proseguire a causa del nodo che le stringeva la gola.

«Am, non puoi dire così, non puoi dirmi che non esiste alcun noi, io sono qui davanti a te, non puoi non sentire il mio amore,» le disse prendendole una mano e portandosela al petto. Il suo cuore batteva a un ritmo forsennato, colpito duro dalle parole di lei.

«Lasciami andare, Dylan.» La voce di Amabel era fredda e incolore quando finalmente si ritrovò la forza di parlare.

Quelle poche parole risuonarono come una condanna a morte e Dylan sentì come se il suolo si stesse sgretolando sotto i suoi piedi. La disperazione si rifletteva nei suoi occhi mentre cercava invano di trattenere la mano di Amabel tra le sue. La consapevolezza che il loro amore non era stato in grado di superare le malelingue gli si insinuò nell’animo, come un veleno nelle vene. Con riluttanza si decise quindi a lasciarle andare la mano, guardandola con occhi pieni di tristezza, mentre la vita che aveva immaginato insieme a lei sembrava sfaldarsi tra le dita.

«Mi stai lasciando?» la voce un sussurro carico di dolore.

«I-io…» balbettò lei.

«Abbi il coraggio di dirmelo guardandomi in faccia Amabel!» Il tono della sua voce si era fatto grave, ma non riuscì comunque a nascondere lo sguardo pieno di delusione e disperazione.

La stanza si riempì di un silenzio pesante, spezzato solo dal battito irregolare dei loro cuori. Amabel sollevò lo sguardo, gli occhi imploranti, incapace di parlare si limitò ad annuire.

«Quindi è finita? Finisce tutto qui?» chiese, con la morte nel cuore, più a se stesso che a lei.

«Sì, è finita.»

Quelle poche parole si dispersero nell’aria, poi si udì solo il boato sordo di una porta che veniva sbattuta violentemente.

A parte l’improvviso e terreo pallore e un certo impaccio nei movimenti quando si diresse lentamente verso la propria stanza, Dylan sembrò perfettamente normale. Ma dietro quella calma apparente, dentro di lui il dolore era lacerante. Quelle stesse labbra che solo pochi giorni prima gli avevano aperto le porte del paradiso, avevano appena emesso la sentenza definitiva della sua condanna, conducendolo all’inferno.

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