Storia · capitolo 1

Gourmet - La paura fa novanta

Gourmet - La paura fa 90 di Lattelibriecaffe

Miranda ha gli occhi fissi sulle Converse rosse, a penzoloni su di un’altalena che fa avanti e indietro. Quasi l’alba o quasi il tramonto, ha dimenticato lo scorrere del tempo…in che giorno ci troviamo oggi? Mercoledì 13! Peccato, è il giorno sbagliato, uno di quelli che non portano sfortuna. Lei ha sempre amato i Venerdì, eppure si dice che chi nasce di Venerdì non può essere toccato. Un grande paradosso. In effetti la storia va al contrario, lei tocca senza essere sfiorata. Lei ti entra nelle viscere e ti corrode l’anima, la fa a pezzetti per renderla il suo pranzo. I piedi toccano il suolo con un balzo giù dall’altalena, dritti in una pozzanghera di sangue e fango; adesso anche le suole delle scarpe sono tinte di rosso, non vi è più nulla di quell’originale colore bianco. La purezza non è un gioco da ragazzi, se la mangiano i deboli e i più viscidi. Per la prima volta dopo ore i suoi occhi scrutano l’orizzonte, neri come la pece più scura. Se n’è andata anche l’anima, è corsa a rifugiarsi in un luogo più accogliente. Non si gela ma c’è freddo, che ti tocca le ossa e ti cosparge la schiena di brividi. Eppure, le sue mani non la tradiscono nemmeno per un secondo, neanche il più piccolo dei tentennamenti la percorre. Se potessimo controllare più da vicino, diremmo quasi che non respira. I passi che fa avanti sono tonfi sordi, talmente leggeri da non lasciare nemmeno l’impronta sul terreno bagnato. Anche quei piccoli fiorellini che spiccavano lì qualche ora prima adesso sono inermi al suolo. Il suo sguardo ricade – assente – su di un braccio lacerato a pochi passi da lei. La carne sta già andando in putrefazione e i brandelli di pelle non sono che striscioline pronte a cedere. Del resto del corpo rimane poco e nulla: la testa è scomparsa e il torace è aperto in due, i vari arti sono disseminati in giro…un piede da una parte e una mano dall’altra. Una scarpa è appoggiata su di una panchina, intatta; a guardarla si potrebbe pensare che qualcuno l’abbia dimenticata lì per puro caso. Con un movimento calmo miranda raccoglie un contenitore, la mano esile sulla plastica blu. Ha tutto il tempo del mondo, per un momento sembra che mai nessuno dovrà spuntare per queste strade. La pelle è macchiata di sangue ormai secco, non si prende nemmeno la briga di coprirlo mentre s’incammina lungo la via che la porterà a casa. Solo il vento le fa compagnia, senza portare sollievo. Casa sua è un’abitazione anonima: tre scalini davanti una porta nera, due piani arredati in modo austero e le tende delle finestre sempre chiuse. Solo le lampadine dai toni caldi danno quel poco di luce che illumina le stanze. Mentre entra in casa – come abitudine – fa attenzione a non sbattere la porta, ma i vicini non si lamenterebbero mai. Il tavolo della cucina è al centro della stanza, abbastanza da occupare tutto lo spazio e rendere il passaggio complicato. Vi poggia su il contenitore che tiene ancora ben stretto in mano, prima di dirigersi verso il lavandino e gettare le mani sotto l’acqua corrente. Il sapone sfrega sulla pelle tirando via ogni cosa. Perfino le bolle coi riflessi arcobaleno scoppiano all’istante in quell’atmosfera tetra. Da un cassetto scorrevole tira fuori uno strofinaccio pulito, l’odore dell’ammorbidente è inebriante; si asciuga le mani e lo poggia sul tavolo, pronto per svolgere il ruolo di tovaglia. Le posate che dispone lì sopra sono d’argento, talmente lucide da potercisi specchiare. Infine, può finalmente sedersi. Sta per gustarsi il suo ultimo pasto, non è rimasto più nessuno.

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