Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Diario di un romanzo di Donatella Bortolotti

Diario di un romanzo

Inverno

10 gennaio

La scorsa settimana ho comprato questo diario con il proposito di iniziarlo nel 1926 e di annotarvi le mie riflessioni.

Il desiderio di scrivere è emerso già un paio di anni fa dopo aver letto La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Sono rimasta folgorata dallo stile e dai temi trattati. Mai avevo letto di analisi così accurate sui personaggi. La capacità o incapacità di adattarsi al vivere quotidiano sembra essere la trama principale e in qualche modo mi rispecchio.

Non mi sento completamente appagata della vita che faccio.

E sì che ho una vita agiata, Alfonso, un marito che provvede alla famiglia, tre bellissimi figli, un lavoro come insegnante che mi dà soddisfazione... eppure ho l'impressione che mi manchi qualcosa, ho una strana insoddisfazione.

Ho iniziato l'anno scorso a scrivere quello che dovrebbe essere un romanzo sentimentale: la storia di due giovani nella Trieste prima dello scoppio della grande guerra.

L'ispirazione mi è stata data dalla conoscenza che avevo in quegli anni di un giovane, Albert, fratello della mia amica Helga, vicini di casa.

Ero innamorata di lui, mi dava l'idea di un ragazzo gentile, attento agli altri, sempre pronto a mettere una buona parola, oltre ad essere di bell'aspetto. Frequentava l'università a Vienna, medicina, ma tornava spesso a Trieste dai suoi.

Per lui ero solo un'adolescente acerba che frequentava sua sorella... troppo piccola per lui. Mi vedeva come un'ulteriore sorella.

Tutte le mie trepidazioni da adolescente le avevo riversate su Albert, ma si sono fermate a dei desideri mai espressi e mai esauditi, lasciandomi un senso di frustrazione.

Ho tratto ispirazione da quel vissuto, ma, invece di incentrare il romanzo sul rimpianto di un’occasione mai colta e lasciata andare, ho ripreso quel sentimento che mi prendeva nel vederlo. Almeno nella mia fantasia di scrittrice, lui deve accorgesi di me! E quell'amore l’immagino vissuto a pieno.

Le pagine si lasciano scrivere, ho cambiato però i veri nomi e le ambientazioni, non ho ancora chiara la conclusione ma spero di essere ispirata.

12 febbraio

Le pagine del manoscritto le ho nascoste nella cappelliera tra il cappello delle grandi occasioni e la

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carta velina che lo protegge. Ogni volta che la apro temo di lasciare qualche traccia.

Non mi va che Alfonso sbirci quello che scrivo, non sa neanche che sto scrivendo un romanzo. Se lo sapesse mi prenderebbe in giro.

Lui pensa che abbia già parecchie attività da seguire, casa, figli, scuola, genitori anziani. Perché avere anche questa strana occupazione?

Alfonso è un uomo tradizionale, vede la donna o nella sua funzione di angelo del focolare o nelle vesti di pericolosa seduttrice!

Riluttante a manifestare i sentimenti, sono rare le volte in cui si lascia andare ad una parola di approvazione o un complimento su come seguo i figli, sui riconoscimenti avuti a scuola, su una nuova pettinatura o su un bel vestito da me indossato.

La mia esperienza sentimentale si è fermata alla conoscenza e al matrimonio con Alfonso, con la benedizione delle nostre famiglie. Un matrimonio come tanti, fatto perché avevo l'età giusta, perché era un buon partito, più che per i sentimenti amorosi che mi legavano a lui.

Mi ricordo un giorno, quando eravamo promessi, era venuto a casa e si era messo a parlava con mio padre del più e del meno, mentre me ne stavo in disparte. Alla fine della visita nell’accompagnarlo alla porta gli avevo detto: “ La prossima volta parliamo un po’ tra di noi?”

E lui: “Abbiamo tutta la vita per parlare tra di noi” dandomi un bacio sulla guancia.

Anche da sposati ha mantenuto un atteggiamento formale, distaccato, fa il suo dovere, ma non si confida mai con me, né io lo faccio con lui.

Se leggesse le prime pagine del mio romanzo scoprirebbe una storia di amore e di intesa che non ritrovo nel nostro matrimonio. È meglio che non lo scopra.

A questo punto neanche il diario deve leggere, la metterò nella mia cartella.

Sento voci nell’ingresso, è rientrato. Chiudo e nascondo il diario.

5 marzo

Approfitto che Alfonso è andato alla solita partita domenicale di football per scrivere ancora un poco. Ho riletto le ultime pagine e mi sembrano scorrere bene, anche se a tratti ho l’impressione di lasciarmi prendere troppo dal sentimento.

Mi sono fermata su una scena che mi pare importante. È il momento in cui lui finalmente si accorge di lei.

Riporto qui un breve passaggio, così potrò rileggerlo con più distacco:

Lei era appoggiata alla ringhiera, lo sguardo rivolto verso il mare. Non si era accorta di lui.

Albert rimase qualche passo indietro, come trattenuto da un pensiero improvviso.

Per la prima volta la osservava davvero. Non più come l’amica di sua sorella, non più come una

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presenza abituale e quasi invisibile, ma come una giovane donna.

Ci fu in lui un’esitazione, insolita. Avrebbe potuto chiamarla, come aveva fatto tante altre volte, ma qualcosa lo fermò.

Si avvicinò lentamente.

“Non ti avevo visto,” disse lei voltandosi.

“E invece io sì,” rispose lui, quasi stupito delle proprie parole.”

Rileggendo queste righe mi accorgo che ho scritto ciò che avrei voluto accadesse davvero.

Forse è per questo che mi riesce così facile continuare.

Primavera

20 Maggio

Sto terminando il mio romanzo.

Ho raccontato di un amore a Trieste tra due giovani, lei italiana di famiglia irredentista, lui di famiglia austriaca.

Prima dello scoppio della guerra sembrano la coppia ideale, poi tutto crolla.

Mi sono accorta che anche il loro modo di parlarsi è cambiato. All’inizio era tutto più leggero, quasi spensierato. Ora invece ogni parola sembra pesare di più, come se dietro ci fosse sempre qualcosa che non si può dire.

Riporto qui un passaggio che ho scritto oggi:

La stazione era più silenziosa del solito, come se anche le voci avessero paura di farsi sentire.

Lei teneva le mani strette nel cappotto, non per il freddo, ma per non lasciarle tremare. Albert le stava davanti, in divisa. Non era cambiato nei lineamenti, eppure le sembrava un altro.

“Tornerai presto,” disse lei, cercando di sorridere.

Albert non rispose subito. Guardava oltre, verso i binari.

“Non lo so,” disse infine.

Quelle parole rimasero sospese tra loro, più pesanti di qualsiasi addio.

Lei fece un passo avanti, come per trattenerlo, ma si fermò.

Non era più il tempo dei gesti impulsivi.

“Scriverai?”

Albert annuì.

“Se potrò.”

Si guardarono ancora un momento, senza toccarsi.

Il treno arrivò con un rumore sordo.

Quando lui salì, lei ebbe la netta sensazione che non fosse solo lui ad allontanarsi, ma tutto ciò che

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erano stati fino a quel momento.

Rileggendo queste righe mi sembra che siano cresciuti anche loro, quasi senza accorgersene.

Non c’è più la leggerezza di prima, ma forse qualcosa di più vero, anche se più difficile.

La guerra ha cambiato tutto, non solo fuori, ma anche dentro di loro.

In parte ho preso spunto da quello che era successo veramente ad Albert e alla sua famiglia.

Il padre era un alto funzionario dell'amministrazione austriaca che aveva ottenuto il trasferimento a Vienna ma aspettava gli esiti della guerra per partire. Alla firma dell'armistizio e soprattutto al ritorno di Albert dal fronte, prese moglie e figli per andarsene una volta per sempre da Trieste, dicendo che era una città ingrata e con poca memoria.

Li salutammo alla loro partenza, mio padre molto freddamente, io con un nodo alla gola. Perdevo Helga, una vera amica, e terminava definitivamente la mia speranza che Albert si accorgesse di me. I miei genitori nel frattempo avevano cominciato ad insistere affinché sposassi Alfonso che frequentava casa nostra da un po', ben visto da papà, uniti dallo stesso spirito nazionalista.

Estate

2 agosto

Oggi vado da mamma a prendere i soldi che mi darà in prestito e che dovrò restituire a fine estate. Non ci vado a cuor leggero per una serie di ragioni. La prima è che sto facendo tutto all’insaputa di Alfonso, mai e poi mai avrei potuto chiedere a lui quella cifra sapendo a che cosa serviva: 525 lire per poter pubblicare a mie spese il mio romanzo.

Alfonso non ha alcuna considerazione sulle mie capacità come scrittrice, sa che tengo un diario ma pensa che mi diletto a scrivere di piccole cose, di considerazioni banali sulla mia vita contraddistinta solo da responsabilità per la crescita dei figli, per la gestione della casa, tutte attività rispettabilissime ma in fondo così normali per l’esistenza di una donna. Già il fatto di svolgere il mestiere di maestra per lui è qualcosa di più che dovrebbe dilettarmi a pieno per il solo fatto che vado fuori dal contesto casalingo. In parte è anche vero, avere degli interessi fuori dalla famiglia è sicuramente una condizione privilegiata che dovrebbe rendermi soddisfatta a pieno della mia esistenza, rassicurata dalla mia condizione acquisita.

E allora perché cercare altro? Perché cimentarsi con la scrittura? Forse perché ho bisogno di fare qualcosa che sia soltanto mio.

13 agosto

Sono ancora scossa da quello che è successo ieri.

Torno a casa dopo esser stata al mare e trovo la camera da letto in disordine: l’armadio aperto, la

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cappelliera rovesciata a terra… e il manoscritto sparito.

Ho sentito subito un vuoto allo stomaco. “Alfonso deve averlo trovato.”

Lui non era in casa. Ho sistemato tutto come ho potuto, ma senza sapere cosa aspettarmi.

Alla sera è rientrato come sempre. Mi è sembrato tranquillo, forse anche troppo. Ha salutato i bambini, si è cambiato, ha cenato senza dire nulla. Io non riuscivo quasi a mangiare.

Ogni tanto lo guardavo, ma lui evitava il mio sguardo. Dopo cena mi ha detto:

“Vieni un momento.”

Mi ha preso per un braccio, senza stringere, e mi ha portata in camera. Sul letto c’erano i fogli del manoscritto, sistemati in ordine.

Li ho guardati e ho capito che li aveva letti. “Cos’è questa storia?” mi ha chiesto.

Non ho risposto subito. “L’hai scritta tu?”

Ho fatto cenno di sì. “E Aurora?”

“Sono io.”

Ha annuito piano, come se già lo sapesse. Poi ha preso in mano alcune pagine e le ha sfogliate.

“È scritta bene,” ha detto.

Non capivo se fosse un complimento. Dopo un attimo ha aggiunto:

“È anche molto precisa.” Mi sono sentita a disagio.

“È un romanzo,” ho risposto.

“Un romanzo…” ha ripetuto. Poi ha sollevato lo sguardo verso di me. “Tutta questa passione… da dove viene?”

Non ho saputo cosa dire.

“ È una storia così verosimile e intensa… “, ha continuato. “Sembra… ricordata.”

Quelle parole mi hanno fatto male.

“Non è come pensi,” ho detto.

Lui ha fatto qualche passo nella stanza, poi si è fermato vicino alla finestra. “Quel ragazzo austriaco… come si chiamava?”

“Albert.”

“Già.” Silenzio.

“Lo vedevi spesso.”

“Era il fratello di Helga…” “Questo lo so.”

Il tono non era alto, ma mi ha interrotto.

Si è girato verso di me.

“Dimmi la verità: c’è stato qualcosa?”

“Ma no, Alfonso. Ero una ragazzina, lui neanche mi considerava.” “Eppure qui…” ha detto

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indicando i fogli “…sembra il contrario.” Mi sono avvicinata.

“È quello che avrei voluto. Non quello che è stato.” Mi ha guardata a lungo, senza parlare.

“Sei sicura?” “Si.”

Non ha insistito, ma non sembrava convinto.

Poi ha detto, quasi tra sé:

“Una storia così non nasce dal nulla.”

A quel punto mi sono sentita ferita.

“Non posso nemmeno immaginare qualcosa senza essere accusata?” Non ha risposto subito.

Poi ha scosso leggermente la testa. “Non è lo scrivere che non capisco.”

Si è fermato un momento.

“È che non so quanto di quello che ho letto appartenga al romanzo… e quanto a te.” Quelle parole mi hanno gelata.

“Se non mi credi,” ho detto, “puoi leggere il mio diario. Lì c’è tutto.” Lui ha esitato.

Così ho consegnato il diario ad Alfonso, quasi fosse un testimone a mio favore.

Poi lo ha preso dalle mie mani. Non ha detto nulla.

14 agosto

Alfonso mi ha restituito il diario questa mattina.

Lo ha appoggiato sul tavolo, accanto alla tazza del caffè, senza guardarmi. Ho aspettato che dicesse qualcosa, ma ha continuato a sorseggiare in silenzio, come se nulla fosse cambiato.

È stato un giorno lungo, sospeso. In casa ci siamo mossi come due estranei che cercano di non urtarsi. Solo il necessario: una parola per i bambini, un cenno per la tavola apparecchiata, nulla di più.

Nel pomeriggio, mentre sistemavo la biancheria, è entrato nella stanza. È rimasto sulla soglia per qualche istante. Pensavo volesse parlare, ma ha preso una camicia dall’armadio ed è uscito senza dire nulla.

Verso sera, finalmente, si è fermato davanti a me. “Ho letto.”

Non ho risposto.

Ha fatto qualche passo nella stanza, poi si è voltato:

“Scrivi bene.”

Non so se fosse un complimento o un rimprovero. Dopo una pausa ha aggiunto:

“Quella storia… sembra vera.”

Ho sentito il cuore stringersi, ma ho cercato di mantenere la calma. “È solo un romanzo.”

Mi ha guardata a lungo, come se cercasse qualcosa nel mio viso che io stessa non riuscivo a vedere.

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“Solo?” ha ripetuto piano. Non ho saputo cosa dire.

Si è avvicinato di qualche passo, poi si è fermato di nuovo, come trattenuto da qualcosa. “Ci sono cose… che non sapevo.”

“Non mi hai mai chiesto,” ho risposto, quasi sottovoce.

Ha accennato un sorriso, ma era appena percettibile. “Forse.”

Ancora silenzio. Poi, all’improvviso:

“Ma davvero ti ho reso infelice?”

La domanda è arrivata senza forza, quasi controvoglia. “No, Alfonso… non sono infelice.”

Mi sono fermata, cercando le parole.

“Ma a volte mi sento… lontana. Come se non ci fosse spazio per me, per quello che sono.” Non ha replicato subito. Si è passato una mano sul viso, stanco.

“E allora scrivi,” ha detto infine. “Se ti serve.”

Non era un incoraggiamento, ma nemmeno un divieto. Ho fatto un passo verso di lui.

“Vorrei parlare con te, invece.”

Questa volta ha alzato gli occhi. Per un attimo ho avuto l’impressione che volesse dire qualcosa, ma si è limitato ad annuire appena.

Mi ha preso le mani. Il gesto era gentile, ma esitante, come se non fosse del tutto sicuro. “Vedremo,” ha detto.

Poi si è chinato e mi ha baciata.

Avevo le lacrime agli occhi, ma non sapevo se fossero di sollievo o di paura.

Autunno

2 ottobre

Ho pronto il manoscritto, la carta un poco ruvida sotto le dita, trattiene l’inchiostro in modo irregolare, come se anche le parole avessero un peso diverso.

Lo leggo e lo rileggo, quattro capitoli che ora mi sembrano reggere da soli, i personaggi sono vivi, e il periodo storico prende forma con maggiore chiarezza.

Sono soddisfatta, si, penso di aver fatto buon lavoro. L'idea che sarà pubblicato mi emoziona molto.

La tipografia mi ha detto che ci vorranno alcune settimane prima di vedere le prime bozze.

Non avevo pensato che la stampa richiedesse tanto tempo. Ogni giorno mi sembra di attendere qualcosa che non arriva.

24 novembre

Oggi sono andata con Alfonso dai Tense, i tipografi a cui avevo consegnato il manoscritto per la sua

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pubblicazione.

Appena entrata nella tipografia ho sentito l’odore dell’inchiostro, forte e persistente, che sembrava impregnare ogni cosa.

Sono in dirittura di arrivo con il romanzo. Ho scelto il titolo "Un nuovo inizio".

Tenere tra le mani le prime pagine stampate mi ha fatto uno strano effetto. Da una parte ero emozionata, dall’altra quasi intimorita.

I fogli erano ancora leggermente umidi al tatto.

Alfonso le ha sfogliate con attenzione fermandosi più a lungo su alcune pagine. Non ha detto molto. A un certo punto si è fermato su una pagina, l’ha riletta, poi ha chiuso il fascicolo.

“ È una bella storia,” ha detto.

Non ho capito se parlasse del romanzo… o di qualcos’altro.

Tornando a casa abbiamo parlato poco. Non c’era freddezza, ma nemmeno quella leggerezza che avevo immaginato.

Ora che tutto è finito, o forse appena iniziato, mi accorgo che non so bene cosa aspettarmi.

Per garantire il mio anonimato ho preferito scriverlo con un pseudonimo. Come nome ho scelto Aurora.

Mi chiedo se avrò il coraggio, un giorno, di riconoscermi davvero in quel nome.

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