Capitolo 1
L’uomo, composto dagli atomi usciti dall’esplosione delle Supernove, è un pezzetto di Universo che oggi può guardare indietro il cammino percorso e riflettere su se stesso…
Piero Angela
Luca e lo Zero – Breve saggio su ciò che è
LUCA (Last Universal Common Ancestor) rappresenta il punto di partenza da cui si sono evoluti tutti gli organismi viventi attuali, inclusi batteri, archeobatteri, piante, funghi e animali. Circa quattro miliardi e duecento milioni di anni fa, verosimilmente in un ambiente idrotermale, un fragile microorganismo unicellulare procariote e anaerobio, dotato di un prodigioso cuore fatto di DNA - il custode delle informazioni genetiche - diede inizio alla vita come oggi la conosciamo; si diffuse ed evolvette.
I discendenti di LUCA si aggregarono in forme sempre più complesse, iniziarono ad utilizzare l’ossigeno, poi a nuotare, poi a strisciare, poi a camminare, poi a volare.
Passarono quasi quattro miliardi di anni, e una lontana discendente - Lucy - iniziò a esplorare il mondo camminando su due soli piedi. Con lei e con i suoi simili, gli ominidi bipedi si diffusero lentamente sul pianeta. Impararono a governare il fuoco -la mitologia dirà che fu Prometeo a donarlo agli uomini, più di un milione di anni fa - e attorno a quelle fiamme nacquero collaborazione e linguaggio: prima suoni e canti, poi parole, infine racconti capaci di trasmettere memoria e cultura.
Molto più tardi, circa cinquantamila anni fa, il genere Homo cominciò a esprimersi attraverso simboli e immagini, lasciando le prime tracce d’arte.
Diecimila anni fa arrivò la rivoluzione dell’agricoltura e dell’allevamento, che trasformò radicalmente il rapporto con l’ambiente - e, nel tempo, persino la genetica. Le prime civiltà urbane comparvero circa cinquemila anni fa, spesso lungo grandi fiumi; con i Sumeri nacque la scrittura, una svolta decisiva che permise al pensiero di superare la fragilità della memoria orale.
Bisogna attendere il primo millennio avanti Cristo - tra l’800 e il 200 a.C., con un culmine intorno al 500 - perché si produca una nuova trasformazione, quella che Karl Jaspers avrebbe chiamato “epoca assiale”. In luoghi lontani e non collegati tra loro, emergono figure destinate a segnare la storia del pensiero: in Cina Confucio, Laozi e Mozi; in India Siddhartha Gautama e i saggi anonimi delle Upanishad; in Persia Zarathustra; nel mondo ebraico i profeti come Isaia, Geremia ed Ezechiele; infine, in Grecia e nella Magna Grecia, filosofi come Socrate, Platone, Aristotele, Pitagora, Eraclito e Parmenide.
In tempi diversi e senza contatti diretti, l’umanità iniziò a interrogarsi su sé stessa con nuova profondità: fu come se, dopo un lunghissimo cammino, la coscienza avesse finalmente imparato a guardarsi allo specchio.
Accanto alla mitologia si affiancarono religione e filosofia, in seguito anche la scienza.
Ex Oriente lux
La filosofia antica viene oggi accademicamente distinta in presocratica e classica. Troppo spesso, a scuola, lo studio della filosofia presocratica viene affrontato in modo frettoloso, quasi fosse un abbozzo del pensiero filosofico. Al contrario, si tende a dare piena dignità al pensiero critico solamente a partire dai grandi pensatori ateniesi come Socrate, Platone e Aristotele. Ma non è così! La filosofia presocratica (da Talete, Anassimene e Anassimandro, a Parmenide, Zenone, Eraclito, Democrito, Empedocle, Pitagora...) non rappresenta l’alba della filosofia, bensì esprime lo splendore di un tramonto grandioso, distillato ultimo della cultura millenaria del Vicino e Lontano Oriente, in una sintesi ancora più alta e completa.
Quella dei presocratici non fu pertanto una filo-sofia, nell’accezione astratta di “amore per la sapienza”, ma espresse una vera e propria sofia - una sapienza che trovava risposte direttamente nel mondo naturale, e traeva ispirazione da un comune sentire spirituale con i pensatori dell’Asia.
Le idee viaggiavano. Le merci provenienti dalla lontana Asia percorrevano vie carovaniere fino ai porti delle città greche anatoliche, di qui via mare arrivavano alle colonie greco-achee della costa ionica calabra e lucana, a quelle eubee sicule, alla focea Elea, e a Poseidonia - l’odierna Paestum – nella costa campana; da qui si disperdevano ancora via mare verso i porti tirrenici etruschi, e ancora più a nord per vie terrestri. Ma insieme ai beni, inevitabilmente, circolavano anche visioni del mondo, racconti, concezioni dell’origine e del destino.
In questo intreccio di rotte, commerci e migrazioni, la filosofia stessa appare meno isolata di quanto spesso si creda. Più che nascere in un punto preciso, sembra emergere da un lungo dialogo tra culture, dove ogni voce, anche la più lontana, contribuisce a dare forma a ciò che, solo più tardi, verrà riconosciuto come pensiero occidentale. È su queste basi che il pensiero progredirà.
Gli uomini sono in grado di vedere lontano solo perché sono e restano nani sulle spalle dei giganti che li hanno preceduti.
Luca era un sedicenne liceale alle prese con una materia per lui del tutto nuova, la filosofia. Ma non sempre gli inizi, per lo sviluppo della vita come per il pensiero critico, sono promettenti… La sua professoressa era una figura imponente, quasi minacciosa per la stabilità della cattedra e della sedia che la sosteneva. Le lezioni seguivano sempre lo stesso rituale: due studenti venivano incaricati di leggere ad alta voce pagine dell’ostico manuale di filosofia di Mario Dal Pra, mentre la docente si abbandonava a lunghi silenzi, interrotti solo da improvvise osservazioni, invariabilmente concluse con un pedissequo «non so se mi spiego…». L’atmosfera in classe, già apatica di base, scivolava in un generale sonno profondo.
Le ore di lezione pomeridiane, obbligatorie una volta a settimana, non miglioravano la situazione. In quell’aria immobile, gli studenti assistevano distratti, finché un episodio grottesco - la caduta accidentale della sporta della spesa della professoressa, con il contenuto rovesciato sul pavimento (un pollo spennato avvolto da comune carta di giornale) - divenne per molti il simbolo involontario di un insegnamento ormai privo di autorevolezza. Da quel momento, le presenze iniziarono a diradarsi: il martedì pomeriggio l’aula si svuotava e gli studenti trovavano occupazioni alternative, spesso nei collettivi studenteschi tipici del clima agitato degli anni Settanta. La docente, a questo punto, trascorreva le restanti ore di lezione avviando, con i pochi fedelissimi rimasti, interminabili partite a poker.
Un episodio, in una fredda mattina d’inverno, segnò il limite della decenza e della sopportazione. La professoressa, arrivata trafelata e in ritardo, entrò in classe senza essersi accorta di una vistosa disattenzione nel vestirsi: si tolse il paltò e lo ripose nell’armadio di classe e - orrifica visione! - si era dimenticata di mettere la gonna! La sorpresa e l’imbarazzo furono tali da risvegliare traumaticamente l’intera comunità sonnolenta.
Approfittando del disordine diffuso nella scuola - tra occupazioni, autogestioni e controlli inesistenti - Luca iniziò a seguire le lezioni del professore di filosofia di un’altra sezione, considerata la più prestigiosa del liceo. Fu per lui una scoperta decisiva.
Il docente era un uomo sulla sessantina, alto, con capelli bianchi e occhi chiari, dotato di una voce calma e coinvolgente. Parlava di filosofia con passione autentica, muovendosi tra i pensatori antichi e le grandi tradizioni del pensiero con naturalezza e profondità. Le sue lezioni, sorprendentemente seguite con attenzione dagli studenti, riuscivano a rendere vivi i filosofi, collegando epoche e culture diverse con semplicità e ampiezza di vedute. Il professore, probabilmente disperso in un suo mondo visionario, non si accorse mai della presenza di Luca, che pertanto continuò a sedersi tra gli altri, ascoltando in silenzio.
Un giorno, rientrato nella propria classe, al termine di una lezione soporifera, Luca - con l’ingenuità dei suoi sedici anni - chiese alla professoressa un parere sul senso ultimo della vita. La risposta, brusca e sbrigativa, chiuse ogni possibilità di dialogo. Fu un distacco definitivo: da quel momento, la sua formazione filosofica proseguì altrove.
Al termine del liceo, mentre preparava un riassunto per l’esame di maturità, Luca provò a mettere ordine tra le letture accumulate negli anni. Gli sembrava che, sotto nomi diversi, i grandi pensatori avessero sempre tentato di afferrare la stessa idea: un principio originario, un fondamento dell’essere. Ne uscì uno schema provvisorio, più intuitivo che sistematico, in cui tradizioni lontane si accostavano come tappe di una medesima ricerca.
Si partiva dalla mitologia: degli antichi Greci, Luca era soprattutto affascinato dalla tradizione più arcaica, quella preolimpica, che attribuiva a Eros la forza primordiale capace di muovere e fecondare ogni cosa.
Si proseguiva quindi con i presocratici. Per Parmenide l’Essere, il tò eòn, era realtà unica, immutabile ed eterna, immaginata come una sfera perfettamente compatta. Altri filosofi cercavano l’archè, il principio materiale delle cose: l’acqua per Talete, l’aria per Anassimene, il fuoco per Eraclito, l’ápeiron - l’indefinito - per Anassimandro. Con Anassagora compariva il Nous, mente ordinatrice del cosmo; con Eraclito il Logos diventava principio razionale e misura del mondo, destinato a riemergere nello stoicismo e poi nel cristianesimo. Pitagora vedeva invece nel numero la struttura profonda della realtà, un’armonia che risuonava nelle sfere celesti. Con Platone il principio assumeva la forma dell’Idea del Bene, luce che rende intelligibili tutte le altre idee; per Aristotele diventava l’Atto puro, il Primo Motore immobile. Più tardi, il neoplatonico Plotino parlò dell’Uno, origine assoluta da cui tutto emana.
Non poteva mancare il richiamo alle diverse tradizioni religiose, nelle quali il principio si identifica con il divino. Nella Bibbia, il Dio di Israele si definisce con l’“Io sono” (Yahweh); nel cristianesimo diventa il Dio personale e creatore, che Dante Alighieri descriverà come «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Nell’islam è Allâh, unico e trascendente; nello zoroastrismo di Zarathustra è Ahura Mazda, principio supremo.
Le filosofie orientali offrivano immagini alquanto diverse. Per Laozi il Tao è la Via originaria, ineffabile; nelle tradizioni vedantiche indiane il Brahman è l’assoluto senza forma, identico in essenza all’Atman individuale; il buddhismo parla di tathatā, la natura ultima delle cose. Nel pensiero confuciano, più sobrio e poco incline alla metafisica, ciò che sovrasta l’uomo è semplicemente il Cielo.
La riflessione moderna non abbandonava la questione. Per Immanuel Kant la realtà ultima è il noumeno, inconoscibile; per Georg Wilhelm Friedrich Hegel il percorso della dialettica culmina nello Spirito assoluto.
Persino la scienza contemporanea, pensava Luca, continua a cercare un fondamento unitario: la “teoria del tutto” evocata dal fisico Stephen Hawking sembra, in fondo, l’ultima versione di quella stessa domanda.
Rileggendo l’elenco, Luca ebbe l’impressione che, dietro la molteplicità dei nomi, si intravedesse un’unica intuizione: l’idea che tutto, in qualche modo, rimandi a un principio comune, continuamente cercato e mai definitivamente afferrato.
Il giovane maturò allora l’idea di definire un “suo” principio.
Poco incline alla matematica, Luca era sempre stato ossessionato dalla possibilità di rimediare un sonoro zero nei compiti; e proprio lo zero, paradossalmente, finì per offrirgli l’ispirazione.
Luca rifletté: la circostanza che il Principio assuma forme molteplici, ma simili, suggerisce che tale giudizio possa aver avuto un’origine unitaria, in un tempo e luogo precisi. Sarebbe poco ragionevole supporre che enti così affini siano potuti emergere in modo indipendente, in culture molto distanti.
Se si vuole risalire all’origine più remota dell’idea di Principio, si finisce per incontrare un’invenzione tanto semplice quanto dirompente: lo zero. Non un semplice segno, ma un mutamento di paradigma. Con esso, per la prima volta, il vuoto - il nulla - viene accolto come qualcosa che ha significato, che può essere pensato, persino utilizzato.
Le radici dello zero affondano lontano. Già nella Civiltà dell’Indo, tra il 2600 e il 1900 a.C., si intravedono forme embrionali di pensiero numerico avanzato. Ma è nell’India antica, tra il V e il VI secolo d.C., che lo zero prende corpo in modo chiaro: diventa insieme numero e segno, elemento essenziale del sistema decimale posizionale. Con matematici come Brahmagupta, nel VII secolo, se ne definiscono le regole. Da lì, attraverso le opere di Al-Khwarizmi, il concetto passa al mondo arabo, e infine giunge in Europa nel 1202, quando Leonardo Fibonacci introduce i numeri indoarabici.
Eppure, ridurre lo zero a una tappa della storia del calcolo sarebbe fuorviante. Perché, pur indicando l’assenza, esso diventa la condizione stessa che rende possibile distinguere, ordinare, moltiplicare: senza di esso non esisterebbe un sistema numerico coerente, né l’idea di un’infinità numerabile. In questo senso, lo zero non è solo un segno: è una soglia concettuale.
Da questa soglia si apre un territorio più ampio, dove il pensiero matematico sfiora la metafisica. Lo zero suggerisce che il nulla non sia semplice mancanza, ma una forma di potenzialità. Senza di esso, sarebbe difficile concepire un principio primo, qualcosa che tutto contiene e da cui tutto può scaturire - un’idea che richiama l’Uno di Parmenide (la ben compatta sfera), ma anche l’Uno di Plotino o il Brahman della tradizione vedica.
In molte culture, infatti, il vuoto non è negazione ma origine. Nelle filosofie orientali, come il buddhismo o lo shintoismo, la nozione di śūnyatā (“vacuità”) indica una condizione primordiale: non un’assenza sterile, ma un grembo da cui l’essere emerge. In questa prospettiva, lo zero diventa archetipo: un “vuoto che contiene possibilità”, qualcosa che ricorda, per analogia, perfino il vuoto quantistico della fisica moderna - non un nulla assoluto, ma uno stato dinamico, attraversato da continue fluttuazioni.
Così, lo zero può essere collegato a immagini diverse ma convergenti: il Brahman e il Tao nel mondo orientale, oppure il dibattito fra essere e non essere nei filosofi della scuola eleatica. Può essere persino accostato al concetto di Dio come atto puro (nella teologia cristiana aristotelico-tomista). Anche nel pensiero occidentale più recente, da Heidegger in poi, il nulla non è separato dall’essere: ciò che non è contribuisce a dare senso a ciò che è.
In questa luce, lo zero appare come una delle più profonde invenzioni della mente umana. Introduce il nulla, ma insieme il tutto; rende possibile il calcolo, ma anche il pensiero astratto; apre, infine, a una nuova cosmologia interiore, in cui il vuoto non è più mancanza, bensì potenza generativa.
Curiosamente, le implicazioni filosofiche di questa idea sembrano aver viaggiato più velocemente delle sue formulazioni matematiche. Molto prima che lo zero venisse tradotto in simboli e regole, le antiche vie carovaniere che collegavano l’Oriente al Mediterraneo, trasportarono non solo merci, ma visioni del mondo. Giunte alle città greco-anatoliche (Efeso, Mileto, Colofone…), queste idee si spinsero poi via mare fino alla Magna Grecia. È plausibile che, ben prima della mediazione araba, concetti come quello di un principio originario, di una dimensione spirituale dell’essere o della metempsicosi fossero già diffusi nel bacino mediterraneo, come testimoniano l’orfismo e il pensiero di Pitagora.
In definitiva, molte delle radici del pensiero occidentale sembrano affondare proprio lì: in un terreno antico, dove il nulla (o il vuoto o lo zero) avevano già iniziato silenziosamente a prendere forma. L’embriogenesi più antica del concetto di Principio andrebbe pertanto rintracciata proprio nell’invenzione dello ZERO: non è solo un simbolo matematico, ma introduce una rivoluzione mentale, quella di accettare il vuoto, o il nulla, come entità significativa. Lo zero, in questo senso, segna una soglia tra scienza e spiritualità e rappresenta una delle più potenti invenzioni concettuali della storia umana.
Alla fine, Luca scelse proprio lo zero. Non l’acqua, né il fuoco, né l’Uno, né il Logos: uno zero semplice, rotondo, apparentemente vuoto. Gli sembrò il candidato più onesto. Non pretendeva di spiegare tutto, non imponeva gerarchie, non esigeva definizioni solenni. Era assenza, ma anche possibilità; nulla, e insieme spazio per ogni cosa.
In fondo, pensò, tutti i grandi sistemi filosofici cercano di afferrare il principio riempiendolo di significato. Lo zero fa il contrario: lo svuota. E proprio per questo lascia che il mondo accada.
C’era anche una sottile ironia in quella scelta. Dopo secoli di metafisiche solenni, il suo arché nasceva dalla paura di un brutto voto in matematica, materia in cui era decisamente negato. Non era un paradosso così grande: lo zero, dopotutto, nasce come segno di mancanza ma diventa il cardine dell’intero sistema numerico.
Così Luca chiuse il quaderno con una convinzione provvisoria: se davvero esiste un principio, potrebbe essere proprio quello che non dice nulla, non occupa spazio e non si vede - e tuttavia rende possibile tutto il resto. Lo zero! E, per una volta, “prenderlo” non sarebbe stato affatto un fallimento.
Molto prima che qualcuno lo immaginasse, un altro LUCA - il Last Universal Common Ancestor - aveva già posto un principio silenzioso: una cellula primordiale, minima e quasi anonima, da cui si sarebbero diramate tutte le forme viventi. Non conteneva ancora la complessità del mondo, ma soltanto la possibilità di ogni sviluppo futuro.
Anche il nostro giovane Luca, a suo modo, era giunto a un principio altrettanto essenziale. Non una sostanza, non un dio, non un sistema, ma uno zero: un vuoto capace di accogliere tutto. Come il primo LUCA racchiudeva in sé la promessa della vita, così questo zero custodiva lo sviluppo del pensiero.
Due principi lontanissimi - una cellula primordiale e un semplice simbolo - ma simili nella loro essenzialità: entrambi quasi nulla, eppure sufficienti a dare inizio a tutto.
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