Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Giovanni di Sisifo

Le domeniche mattina erano piovose in quel periodo, si scorgevano le tracce dei precedenti diluvi dalle pozzanghere sull’asfalto. Quelle poche macchine che si aggiravano lungo la via ospitavano dei guidatori assonnati, costretti da quella levataccia. Ogni tanto si sentivano dei fischi di pneumatici risuonare in lontananza. Da ciò si intuiva il ritorno a casa di qualche pazzo furibondo, che portava il suo veicolo ai cento all’ora. Sul marciapiede qualche senzatetto dormiva avvolto da coperte marroni. Capitava che qualche balordo si fermasse per pestarli e i poveretti si dovevano fare scudo con tutto il loro corpo appallottolato per terra, come un sacco dell’immondizia pieno. Tra i rantoli si udiva anche qualche ubriaco cantare una melodia per la sua amata perduta da tempo, o per sua moglie a casa. Prima dell’alba autunnale Giovanni si rigirava nel letto agitato dai pensieri. Da tempo non riusciva più a distinguerli dai suoi sogni, perchè non riusciva più a capire se fosse in un perenne dormiveglia. Aveva sempre una fame tremenda al risveglio e non capiva se avesse veramente mangiato la sera prima. Le coperte a righe erano tutte tese da un lato, ciò gli rendeva difficile il dormiveglia. La vescica premeva con tutta forza per trattenere strati gialli di urina. Pensava di dormire un altro po’ prima di alzarsi per andare in bagno. Non ne avrebbe avuta per molto. Con stizza, Giovanni allungò il braccio verso il telefono, che era sul comodino. Vedeva con gli occhi impastati che erano le sette e mezza. Doveva alzarsi per la missione, che lo aveva messo in agitazione dalle prime ore della notte. Sentiva le palpitazioni salire. L’ansia gli aveva causato un leggero mal di stomaco e brontolava come un sassofono. “È il caso che mi prepari”. Con energia si era alzato dal letto e con foga aveva tirato in avanti le coperte. Come un bradipo si era diretto in bagno e si era seduto sopra la tazza. Rifletteva se era il caso di radersi, o di lasciar crescere per qualche altro giorno la barba. Da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di depilarsi, pensava fosse segno di pulizia. Nel frattempo aveva urinato e tirando l’acqua dello sciacquone aveva scelto la soluzione più lunga. Dalle finestre si intravedeva qualche spiraglio di luce autunnale, e dal riflesso si intuiva una giornata di chiaro. Finita la depilazione si era messo in doccia, si era lavato e asciugato. Accendendo il phon aveva realizzato che doveva fare una capatina in banca per prelevare l’ultimo cinquantone che gli era rimasto. Aveva deciso di non fare colazione, i bar erano ancora chiusi e preferiva distendere il suo stomaco e riattivarlo con un bicchiere d’acqua. Avrebbe mangiato dopo. Non riusciva a ricordare dove avesse lasciato il cellulare e il profumo. Dopo quindici minuti li trovò entrambi. Aprendo WhatsApp aveva scritto al primo contatto della sua rubrica. “Buongiorno tesoro, vengo da te tra mezz’ora”. Si era sparso il profumo addosso. Aroma fruttata “più un profumo da ragazza”. Aveva concluso che era la migliore di tutte le fragranze in circolazione. “Va bene, amore”. Si era messo a pulire per terra rimuovendo la polvere rimasta lì da una settimana, e aveva buttato in cortile la spazzatura. Poi si era avviato verso la sua auto per recarsi all’appuntamento, il cielo sulla via sembrava più aperto. La strada provinciale era poco affollata ed era l’unico a transitare sulla via. I pensieri gli divoravano l’anima come una fiera feroce. Da quando aveva memoria non era mai stato tranquillo. Si sentiva poco più di un bambino. Erano i geni a pensare in quel modo. Era una costruzione contorta per la sua persona. Si trovava in difficoltà emotiva. I conflitti quotidiani non lo aiutavano né al lavoro né in famiglia. Aveva due sorelle più grandi. Una aveva fatto carriera in una multinazionale, la sua vera passione era ballare il Tango. Si sposò a trent’anni con un neurochirurgo di Bologna. Non avevano figli e a vederli insieme non sembravano una coppia affiatata, nemmeno a letto. Era meglio avere in casa una coppia di pastori tedeschi. Quando erano insieme viaggiavano. L’ultima volta era stato a Sapporo. non potevano perdersi la fioritura dei ciliegi, del resto neanche gli altri piaceri della terra nipponica. Marta era la sua prima sorella. Laura, più riservata, riconosceva i tratti più duri del fratello e li smorzava, con lei non sembrava la stessa persona. Il suo carattere schietto non arginava le crisi emotive del fratello. Il padre e la madre di Giovanni erano morti da tempo, da quello che ricordava non erano interessati a educare i figli. I genitori erano assenti emotivamente e si sentiva in casa. Mancavano sempre perché lavoravano entrambi come degli inermi schiavi. Le cene erano silenziose per il timore che il padre alzasse le mani sulle sorelle, senza nemmeno giustificare il motivo. La madre era silenziosa, desiderava la felicità sopra ogni altra cosa. Quando aveva conosciuto suo marito aveva di fronte un ragazzo solare, non potendo intuire quanto con gli anni si sarebbe ricreduta. Aveva chiuso tutte e due gli occhi, come potrebbe fare qualsiasi donna quando scorge un uomo di valore. In altre circostanze non gli sarebbe importato nulla di salvare una persona, ma con lui era diverso. Il suo amore lo avrebbe cambiato per sempre. C’era quasi riuscita e per alcuni anni furono felici insieme. Poi in realtà non arrivò nessun incantesimo. A quel punto erano iniziate gli abusi e i silenzi di lui nei confronti di lei. Ancora peggio quando la chiudeva in camera da letto tutta la notte, quando lei non aveva alcuna voglia. Giovanni e le due sorelle a quel punto sentivano gli urli eccitati del padre. Lui piangeva e si rifugiava dalle sorelle. Le urla e i pianti continuavano per ore. Nella sua bestialità il padre esauriva tutta la sua virilità malata su di lei. Dopo i rumori cessavano fino all’alba, e lui si svegliava come un ubriaco andandosi a sistemare per una giornata di lavoro, come se nulla fosse successo. Lei non lo guardava quando prendeva il caffè. Lui la baciava prima di uscire e andava nel suo ufficio. Si occupava della casa, non aveva le giuste attenzioni per i suoi figli.

Giovanni era diventato un brillante insegnante e aveva scritto un libro di poesie, scartato da numerose case editrici perché dicevano che non avrebbe avuto mercato. In parte avevano ragione. Rimase senza un ritorno economico soddisfacente. Non aveva mai nutrito troppa fiducia per quel libro di poesie. I 1288 rifiuti ottenuti prima della sua pubblicazione non erano il giusto prezzo da pagare. Ma comunque nei momenti più bui si ripeteva che fosse destinato a grandi imprese. Il giusto compromesso per arrivarci era una strada infuocata da Satana e i suoi demoni. Aveva scritto sulla colonna della sua stanza che doveva essere rifiutato mille volte. E ci era riuscito. L’aveva chiamata “Colonna delle aspirazioni”. Laura era l’unica che sembrasse aver preso le orme materne, solitarie e casalinghe. I traumi passati gli avevano impedito di spiccare il volo verso la vita, poteva fare invidia ad una suora di clausura. Era diventata una bellissima donna. Sua sorella, al contrario, era più spigliata con gli uomini. La sorella, per compensare la sua bruttezza, aveva sviluppato un istinto da cacciatrice per agguantare le sue prede. Nessuno dei tre fratelli era presente al funerale del padre il giorno in cui morì. La moglie era al suo capezzale in ospedale. il suo sguardo era rivolto verso la finestra dall’altra parte della stanza. Quando lui morì lei non pianse. Le sorelle e Giovanni erano rimasti immobili davanti alla sua salma. Dopo le ultime palettate di calce cominciavano a sentire la sua mancanza. Presto questa sensazione sarebbe svanita nel tempo. Con il passare degli anni Giovanni aveva trovato un alloggio in periferia dove poteva starsene comodo per conto suo, ma nulla c’era di comodo nella sua anima tormentata. Mentre pensava a tutto ciò aveva trovato uno svincolo dalla strada principale entrando in una strada secondaria. Era vicino al luogo dell’appuntamento e si era messo a imprecare per la mancanza di parcheggio. Era assolutamente tentato di scrivere alla sua bella ma non lo fece. Preferiva fare un altro giro ad anello intorno al piazzale. Il sebo nelle sue mani aderiva appiccicoso al volante ruvido e nero mentre lo girava, lasciando scorrere il servosterzo tra le dita. Con un’inversione a U si era ficcato in uno spazio più o meno comodo. Scendendo aveva preso il portafoglio sul cruscotto. La zona in cui si trovava era residenziale e il luogo non doveva essere troppo distante. La serie di appartamenti davanti a lui erano dotati di finestroni ad oblò. Parevano un capolavoro del BauHaus uscito male. Erano scuriti dallo smog della periferia. WhatsApp aveva una notifica di Valeria che gli confermava l’ingresso nel suo appartamento al secondo piano, al terzo blocco. L’ansia gli faceva salire i gradini con difficoltà, le rampe sembravano moltiplicarsi. Sul campanello c’era scritto “Francesco”. ipotizzò fosse il nome del proprietario. All’ ultimo gradino la porta di legno scuro era ancora chiusa, si sentiva un idiota a rimanere imbambolato lì davanti. L’Angoscia aveva ripreso a martellargli forte le tempie, scorrendogli nelle viscere. Dopo diversi secondi la porta si era aperta lentamente. Dietro di essa apparve un viso statuario e dai tratti latini che gli diceva di entrare nell’atrio con parole dolci. Stranamente si sentì più rilassato vedendo il corridoio immerso nella penombra del mattino. A destra e a sinistra c’erano due stanze grandi. Le luci erano soffuse. Così come lo era la stanza in fondo al corridoio, vicina a quello che doveva essere il bagno. L’intero ambiente era cosparso di profumo di liquirizia e altre spezie che non riusciva a identificare. Sul pavimento c’era un enorme tappeto con motivi arabeschi, la superficie di tessuto era di colore rosso. Fu sorpreso di trovarci dei libri. C’erano dei libri. Un po’ di Casanova e della sua biografia, qualche libro di letteratura francese e inglese. A fianco c’era una poltrona, l’oscurità le conferiva un colore rosso scuro, era scucita eppure non era passato di lì Lucio Fontana. Era in quella posizione nella stanza dai tempi del Congresso di Vienna. Nella stanza davanti alla cucina si trovava un letto senza coperta con sopra alcuni cuscini bianchi, oltre a un secondo tappeto verde. Al centro c’erano tante bustine e non si riusciva a capire che roba fosse. Sul pavimento un trolley recava la scritta dell’aeroporto internazionale di Madrid. La cucina dell’appartamento era piccola ma non vedeva altri dettagli, poiché in mezzo torreggiava la signora, in reggiseno rosso. Lei era molto più alta di Giovanni, e appariva molto procace. Aveva dei tacchi a spillo neri e camminava sculettando. Giovanni era ancora sulla soglia della porta e lei lo aveva invitato ad accomodarsi nella stanza poco illuminata.

Nella penombra di quell’ambiente Valeria cominciò a lavorare per il piacere di Giovanni facendolo godere. Si spogliò e consumò un amplesso che lo lasciò con un senso di vuoto molto forte. Gli piacque solamente perché era riuscito a esaurire la sua essenza di uomo sopra di lei.

Velocemente si era diretto verso l’atrio riprendendo con sé il portafoglio. Sull’uscio Valeria lo aveva salutato con un caldo bacio sulle labbra. Poi aveva richiuso la porta alle sue spalle. In macchina, Giovanni non poteva fare a meno di avvertire quel crescente senso di vuoto dentro di sé. Non uno di quelli che si avverte dopo un rapporto sessuale. Come se avesse potuto fare di meglio che sborsare per far godere una signora con le sue banconote. Se avesse fatto cilecca lei gli avrebbe detto che era il migliore mai visto. Se glielo avesse chiesto poteva diventare la sua puttana preferita. Poteva schiavizzarla, poteva fare tutto ciò che voleva. Era solo un erotico passatempo. Lì cessava la morale e si entrava nella zona d’ombra del gusto proibito. Ciò lo attirava. Era un bell’uomo capace di rendere leggera ogni conversazione con una donna. Aveva diverse occasioni. Razionalmente poteva cercare il giusto compromesso tra piacere e relazione con una donna. La cosa un po’ lo turbava, ci aveva fatto l’abitudine. Non gli importava troppo di quello che pensavano gli altri, colleghi inclusi. Ma sentiva che lo avrebbero giudicato vedendolo entrare nella sala docenti. I ragazzi riuscivano a empatizzare con lui nonostante i suoi modi burberi, perché sapevano quanto fossero validi i suoi insegnamenti. Al massimo poteva aspettarsi qualche sberleffo alle sue spalle, in cui veniva dipinto con simpatiche caricature. Ci pensava, ma del resto in gioventù lo aveva fatto anche lui insieme ai suoi compagni, perché non avrebbero dovuto farlo anche loro. Mai era esistita una questione di giustizia in queste cose. In effetti se avesse mantenuto il massimo riserbo sulle sue frequentazioni non ci sarebbero stati problemi, poteva disegnare una realtà fatta di brillanti relazioni. Una soluzione un po’ narcisistica, ma funzionale a nascondere temporaneamente la sua identità frantumata in diversi pezzi. La sua narrazione avrebbe plasmato la sua realtà. Un uomo disturbato con dei problemi affettivi. Riconduceva tutto alla sua grande ferita, mai guarita dalle bastonate emotive del padre e l’indifferenza della madre. Se i traumi costruiscono un uomo, lui era l’uomo. L’ombra della sua identità non appariva distrutta di fronte al prossimo, con risultati stupefacenti. Poteva scegliere una soluzione pragmatica, paragonabile all’idea di amore che avevano i grandi re d’oriente, scegliendosi delle concubine e tenendosi delle amiche intellettuali. La morale gli sembrava un peso inutile, o magari non l’aveva mai avuta. Temeva la fine della recita più che la pessima reputazione a scuola. Il preside avrebbe preso provvedimenti. A quel punto si immaginava in Messico a lavorare come umile venditore di Tacos, oppure drogato sotto un ponte e senza soldi. Le sorelle non lo avrebbero più aiutato. In realtà era più semplice dire la verità. Perché del resto avrebbe dovuto preoccuparsi, gli volevano tutti bene. Se doveva preoccuparsi delle sue emozioni, avrebbe preferito raccontare a uno sconosciuto per strada una sua presunta bestialità. Per il gusto di scandalizzare. A quel punto si sarebbe sentito come il giovane Grey nel confessionale. L’ombra poteva sopraffarlo più rapidamente di quanto sembrasse. Sentiva nelle sue viscere che avrebbe vinto la battaglia finale, integrandola.

Mentre rincasava pensava già alla prossima occasione di piacere:

“Se avessi abbastanza soldi”.

Per qualche ora rimase sul letto a guardare il soffitto. In attesa della prossima mossa da fare.

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