Storia · capitolo 1

Capitolo 1

FABBRICA DI OTTANA di Sedilesu

LA FABBRICA DI OTTANA

di BATTISTA FRAU

Si parlava da tempo della nascita di un polo industriale nella Sardegna centrale, nella piana di Ottana non lontano dal fiume Tirso e distante pochi chilometri dal mio paese. Appena uscito il bando di concorso feci la domanda e fui convocato a Nuoro per la selezione; alcuni mesi dopo ricevetti un telegramma dal Consorzio Valle del Tirso, che comunicava la mia idoneità alla frequenza del corso per manutentori e la data di inizio.

Ed è così che ebbe inizio la mia avventura di operaio in fabbrica. Il primo giorno viaggio di gruppo a Sassari per le visite mediche di idoneità al lavoro, poi tutti a Nuoro per frequentare i corsi di formazione per quelli che, salvo imprevisti e dopo un anno di borsa, sarebbero diventati i manutentori degli impianti di produzione del nascente stabilimento di Ottana. I corsi si tennero nel caseggiato che ospita l’Istituto Professionale di Stato e vennero suddivisi per specialità, cioè strumentisti, elettricisti, meccanici e fuochisti; per ogni tipologia si contava di preparare una trentina di ragazzi. I docenti, a parte il direttore che era un siciliano di Gela, erano tutti sardi e provenivano sia dai paesi del centro Sardegna che dagli stabilimenti della SARAS chimica di Sarroch. Per la prima volta, oltre alle materie tecniche, alla matematica e alla sicurezza sul lavoro, c’era la conoscenza e l’insegnamento delle relazioni sindacali.

Il corso teorico a Nuoro ebbe la durata di quattro mesi e una volta ultimato era previsto un addestramento di otto mesi presso uno stabilimento del gruppo ENI o della Montedison. Le sedi interessate erano: Gela in Sicilia, Pisticci in Basilicata, Ravenna in Romagna, Vercelli-Ivrea in Piemonte e Marghera nel Veneto. A dicembre a fine corso, prepararono le liste e comunicarono a tutti la destinazione.

La mia, insieme ad altri quattordici strumentisti e quindici elettricisti fu quella di Pisticci, in provincia di Matera. La partenza venne fissata per i primi di gennaio del 1971.

Il 4 gennaio 1971 si parte per Pisticci. Ritrovo di prima mattina a Nuoro, quindi armati per lo più di borsoni ma anche con qualche valigia di cartone si prende il pullman per l’aeroporto di Alghero, per poi proseguire con l’aereo per Roma Fiumicino. Il gruppo cui faccio parte rappresenta tutte le zone della Sardegna centrale: Guilcer, Montiferru, Planargia, Marghine, Goceano, Nuorese, Barbagia, Baronia, Ogliastra e Supramonte. Di seguito i nominativi e la provenienza dei componenti del gruppo:

Sono aggregati al gruppo anche due tutor con la funzione di accompagnatori. Molti di noi, penso almeno una ventina, non sono mai usciti dalla Sardegna e tra quelli che sono usciti solo qualcuno è già salito su un aereo.

Io avevo viaggiato diverse volte su un Hercules C 130 dell’aeronautica militare, da Pisa a Decimomannu e viceversa; facevo il servizio militare come carrista a Busto Arsizio e si veniva spesso a Teulada per fare i campi di addestramento con i carri armati. Sinceramente volare su un C130 non era poi così tanto gradevole, anche perché essendo un aereo militare non era provvisto di poltrone per potersi appoggiare durante il volo e tanto meno di cinture da allacciare; prima di salire a bordo dell’aereo, un sergente della aeronautica ti aiutava ad indossare in modo corretto il paracadute, spiegandoti con poca pazienza il suo utilizzo, poi ti consegnava due saponette, informandoti che quella fosforescente serviva per poter essere avvistati nel caso si precipitasse in mare mentre quella nera serviva per tenere lontano gli squali, aggiungendo con una risata sarcastica: chiaramente tutto questo se non muori prima! Allegria! Si affrontava il viaggio con il morale a mille. All’interno dell’aereo c’erano un paio di banconi dove stare seduti gli uni di fronte agli altri tanto che, in presenza di vuoti d’aria, quelli più alti andavano a sbattere la testa alla carlinga.

Giunti all’aeroporto di Fiumicino, dopo un’attesa di qualche ora, prendiamo il volo che ci porterà a Bari. L’aereo è un Fokker F27 Alitalia, un bimotore turboelica utilizzato per voli regionali, cioè per tratte brevi. Anche questo “balla” di brutto specialmente quando trova i vuoti d’aria, tanto che mi ricorda il C130, ma almeno qui sei legato alla poltrona. La quota di volo è relativamente bassa e questo permette di ammirare il bellissimo panorama quando si attraversano gli Appennini.

All’aeroporto di Bari ci attende il pullman che ci porterà a Pisticci, un viaggio di poco meno due ore per percorrere la distanza di un centinaio di chilometri. Veniamo accompagnati fino alla nostra nuova residenza a Pisticci Scalo, un piccolo paese dove nella sua parte periferica è stato costruito un quartiere residenziale e una foresteria, il tutto a bocca di fabbrica. Ci fanno scendere a circa un chilometro di distanza dalla foresteria, in prossimità di un gruppo di costruzioni in legno, per non dire baracche, situate a pochi metri dal muro di cinta dello stabilimento. Quella che ci viene assegnata è composta da una decina di camere e ognuna di queste comprende quattro letti, quattro armadietti metallici e una stufetta elettrica al centro; bagni e docce sono in comune. La stanchezza del viaggio non ci permette di apprezzare il posto; occupiamo le camerette per gruppi omogenei o per provenienza paesana. Nelle baracche non esiste alcun servizio di ristoro, tant’è che per poter prendere un caffè o una bibita bisogna recarsi a piedi al bar della foresteria nel quartiere residenziale. A fianco della foresteria c’è anche un negozio di generi alimentari, o meglio un bazar dove trovi di tutto e un’edicola. Nel quartiere vi abitano i dirigenti e i tecnici dello stabilimento con le loro famiglie; intorno alle palazzine vi sono dei giardinetti e poco distante un campo da tennis e un campetto da calcio. Percorrendo la strada principale che dal quartiere porta al paese e alla stazione ferroviaria, si arriva ad un bivio dove da un lato c’è l’ingresso per immettersi nella strada a scorrimento veloce Basentana, che collega Potenza a Metaponto, affiancando per lunghi tratti il fiume Basento, mentre dal lato opposto c’è la strada che va verso il paese di Pisticci, più una diramazione che porta in fabbrica. Appena si entra sulla Basentana c'è un motel Agip, mentre sulla strada che va a Pisticci c’è lo stabilimento dove si produce il gustosissimo amaro Lucano. Dal quartiere alla fabbrica e viceversa nei giorni lavorativi fa servizio gratuito un pulmino.

L’indomani sveglia di primo mattino per tutti e galoppata fino alla foresteria, caffè al bar e poi adunata per essere accompagnati in fabbrica. L’ingresso principale dello stabilimento è suddiviso da un paio di corsie delimitate da scorri mano in acciaio che obbligano le persone, sia in ingresso che in uscita, a camminare incolonnate. Veniamo accompagnati fino al centro addestramento, dove ci aspetta il direttore, insieme ad altre due persone, che oltre a darci il benvenuto in Val Basento, ci danno anche tutte le informazioni relative alla fabbrica, poi si esce tutti insieme per visitare gli impianti di produzione. In questo stabilimento si produce fibra acrilica, fibra poliammidica e fibra poliestere, oltre ad un impianto chimico dove si produce metanolo. Attraversando le strade che conducono agli impianti incontriamo parecchi gruppi di operai e operaie incuriositi dall’arrivo dei giovani sardi. Certo gli accompagnatori devono sudare per tenerci sotto controllo, anche perché qualcuno dei nostri, in barba alle raccomandazioni, cerca di defilarsi, specialmente quando si visitano i reparti tessili dove vi lavorano decine di ragazze. Con qualche minaccia il gruppo viene ricompattato e terminata la visita si rientra al centro addestramento, poi, arrivata l’ora di pranzo, uno dei tutor locali ci accompagna in mensa. Al nostro ingresso ancora grande curiosità, evidentemente tutti erano a conoscenza del nostro arrivo e vederci uguali a loro anche nel modo di vestire, crea un po’ di stupore, forse si aspettavano qualcosa di diverso, specialmente dopo i bombardamenti sui giornali e sulle tv nazionali con la tesi che sardo uguale bandito e volendo anche sequestratore di persone; come minimo si aspettavano di vederci armati e incappucciati o forse vestiti con indosso la mastruca. Pasto veloce, ma in mensa non può essere diversamente, poi tutti al bar che si trova di fianco all’ingresso principale della mensa. Una volta usciti fuori, per non perdere le buone abitudini assimilate durante i dopo pranzo nel centro di addestramento di Nuoro, creiamo un gruppetto per una giocata alla morra, per la prima volta bagnata dall’amaro Lucano. Appena iniziato il gioco, si sono avvicinati preoccupati alcuni operai del posto, convinti che stessimo bisticciando, anche perché la morra che giochiamo è piuttosto urlata, quasi isterica, visto che nel gruppo sono presenti “olianesi, orgolesi, bittichesi, sedilesi e olzaesi” e i “moe - millu - teteru - mudu - a linna - tremedi” si sprecano. Terminata la pausa pranzo, di nuovo tutti al centro addestramento. Ha inizio così il tran-tran che, da quanto ci dicono, si protrarrà per almeno otto mesi, cioè il tempo necessario per ultimare l’anno di borsa, prima di essere assunti. Finito l’orario di lavoro tutti in foresteria per rilassarci, si fa per dire, con giocate a biliardo o a ping-pong o a carte. Trascorsa qualche ora al bar, si passa a fare la spesa al market, poi una visitina all’edicola, non per comprare giornali quotidiani ma fumetti e riviste varie, quindi rientro alle baracche per preparare e consumare la cena. Dopo cena alcuni tornano in foresteria per guardare un po’ di televisione, altri si cimentano in una nuova morra; poi tutti a nanna.

Il sabato e la domenica si va a mangiare in mensa anche per poter risparmiare qualche soldo. La paga percepita mensilmente è di ottanta mila lire e bisogna fare in modo di farsela bastare.

IL GRUPPO

Il gruppo, come già detto, è composto da quindici strumentisti e quindici elettricisti; molti della compagnia sono appena diciottenni e quasi tutti senza arte né parte. C’è quello che fino ad alcuni mesi fa faceva il servo pastore, cioè su tzeracheddu, mentre tanti altri facevano i manovali muratori, su manialeddu, una mansione che nei nostri paesi ha la stessa valenza dì semi-disoccupato; purtroppo le scelte per poter racimolare qualche soldo non sono molte perciò sei costretto ad adeguarti; qualcheduno è partito per raggiungere un parente emigrato in continente, mentre altri ancora con il benestare del parroco, sono andati in seminario per poter proseguire gli studi che poi quasi tutti hanno abbandonato.

Io sono stato più fortunato, dato che a tredici anni, quando ancora frequentavo l’avviamento professionale, sono andato a lavorare in un panificio. Ricordo ancora la prima notte di lavoro, quando il capo panettiere sassarese mi disse nel suo dialetto, per me incomprensibile: arregami eba; io lo guardavo senza muovermi e lui che continuava a ripetere arregami eba. Tra me pensavo, ma ite catzu cheret custu. Poi me lo disse in italiano che voleva l’acqua per preparare l’impasto. Il lavoro durò qualche anno, in quanto una volta terminate le scuole e preso il diploma di avviamento professionale e dopo una parentesi come mugnaio, anch’io emigrai con destinazione Roma.

Tornando al gruppo, ci sono anche quelli, ex sterrati come me, rientrati in Sardegna dal continente con qualche pezzo di carta e una specializzazione. È curioso il caso di uno che, emigrato a Milano, o meglio ad Arese, quando gli si chiede che tipo di lavoro svolgeva in continente, lui neanche risponde, anzi con sufficienza come se la domanda sia superflua, gira la testa dall’altra parte e alza le mani, una aperta del tutto e l’altra con due dita in evidenza. Noi lo sappiamo, anche perché per vanto ce l’ha ripetuto mille volte che ha lavorato sette anni all’Alfa. Per chi non lo capisce subito, lo ripete un po’ scocciato, sempre senza guardarti in faccia: catzu, sette anni all’Alfa Romeo, mì! Ce n’è un altro che dice di essere stato tre anni a lavorare in Germania e ogni tanto, per confermarlo, accenna qualche frase in tedesco, con delle parole del tutto incomprensibili.

Mi ricorda i giorni trascorsi nella marina di Bosa frequentata da molte turiste tedesche, quando noi giovincelli dell’entroterra per provare ad abbordarle, con grande foga, mettevamo in campo le nostre conoscenze della loro lingua; le poche parole utilizzate e ripetute erano quasi sempre wolkswagen e telefunken; loro di solito ci guardavano con un sorriso divertito, fino a quando diventando serie ci dicevano raus fuori dalle palle. Evidentemente, non apprezzavano il nostro sforzo per il dialogo in lingua germanica.

Mi sembra che questo giovane il tedesco lo parli come lo parlavamo noi. È veramente un tipo strano, a volte in foresteria quando si gioca a biliardo o a pingpong e quando dopo le sue insistenti richieste non lo si fa partecipare, tira fuori dalla tasca un taccuino con la copertina nera e vi scrive il nome di quello che gli ha negato il posto. Spesso qualcuno lo asseconda e facendo finta di essere pentito gli chiede scusa, chiedendogli però di cancellarlo dal libro nero; lui è irremovibile. “Niente, ora ci resti e stai molto attento, stai sul chi vive.” Poverino, ha dei problemi, anche seri. Poi ce ne sono un paio che, avendo fatto sos ischentes con qualche artigiano elettricista, conoscono un po’ il mestiere, quello legato all'impiantistica civile. Concludendo, l’ottanta per cento è senza arte né parte. Tra l’altro, mentre la specialità dell’elettricista è conosciuta, almeno nel significato della parola, l’altra specialità cioè quella dello strumentista, per noi è del tutto nuova. A parte la teoria studiata durante il corso a Nuoro, nessuno dei quindici ragazzi aveva mai avuto a che fare con strumenti di misura e di controllo. Anzi per molti di noi lo strumentista era quel professionista che suonava gli strumenti musicali. I primi strumenti di misura e di controllo li abbiamo visti una volta arrivati in fabbrica a Pisticci.

Così passano i primi mesi nella monotonia più assoluta, sempre le solite cose, le solite facce, una vita noiosa dovuta anche al fatto di essere costretti a spostarsi soltanto e continuamente intorno a questa merda di baracca, con l’unica variante della foresteria. Quando inizia il bel tempo, con le giornate che si allungano, si resta qualche ora in più nel quartiere e nei giardinetti. Un giorno a qualcuno viene l’idea di giocare a nascondino, così per passatempo, tornando indietro negli anni spensierati della fanciullezza, tanto che nel gioco veniamo tutti coinvolti, sia i giovincelli che quelli più attempati.

Una sera, mentre si gioca, passa il direttore dello stabilimento e vedendo uno dei nostri ragazzi chinato e nascosto dietro una siepe gli chiede cosa stesse facendo; la risposta è stata “ssh, zittu e spostati che altrimenti mi scopre”. Il direttore è rimasto interdetto, forse non ha capito, o meglio ha preferito non capire.

Tutte le sere dopo cena restiamo per qualche ora a giocare nei giardinetti, provando anche qualche giocata alla morra, ma la minaccia di cacciarci via, motivata dal fatto che facciamo molto casino e disturbiamo le famiglie che guardano la televisione, ci fa desistere.

MENSA AZIENDALE

Frequentando la mensa anche il sabato e la domenica si fa amicizia con le ragazze che vi lavorano. Alcune di queste sono di un paese del potentino ed abitano in un appartamento in affitto, non lontano dallo stabilimento dell’amaro Lucano; capita spesso che qualcuno di noi le accompagni a piedi, dalla fabbrica fino a casa loro. Una domenica all’ora di pranzo mentre camminiamo con due di loro lungo la strada che da Pisticci Scalo porta alla mensa, in prossimità dello stabilimento, veniamo sorpassati da uno dei pullman che trasporta i lavoratori turnisti e un paio di questi sporgendosi dal finestrino gridano alcune parole in basilisco, parole da noi male interpretate. Arrivati al parcheggio e identificato il pullman vi saliamo sopra sfidando gli occupanti, circa una ventina a ripetere quanto avevano detto e che comunque noi non avevamo capito, ma forse intuito. Nessuno ha aperto bocca. Dopo averli minacciati, scendiamo dal pullman e andiamo via. Coraggio e incoscienza da parte nostra.

Una sera sul tardi abbiamo accompagnato le solite due ragazze fino al loro appartamento e una volta giunti ci invitano a prendere il caffè; tra una chiacchiera e l’altra si fa presto ad entrare in confidenza tanto che dopo alcuni minuti Gianfranco si apparta con una delle due mentre io seguo in camera la ragazza più attempata, si fa per dire, anche perché avrà soltanto qualche anno in più di me. Una volta in camera mi faccio coraggio e tra un sorriso e l’altro provo ad accarezzarla, anche per provare ad avviare un minimo di intimità, cercando di vincere la timidezza reciproca; ma appena la sfioro lei alza il suo sguardo verso il soffitto e come in estasi, si mette a canticchiare: “io l’altra notte l’ho tradito e son tornata alle cinque.” Boh, mi paret macca! Mi sento spiazzato. La guardo un po’ stupito, anche perché non riesco a capire il suo comportamento. Poi ho pensato che probabilmente in paese l’aspetta il suo ragazzo o forse il fidanzato e nell’eventualità che possa tradirlo, cerca di purificarsi prima, cantandosi che non voleva farlo. Lei continua a guardare in alto come se fosse in trance, mentre io sentendomi a disagio preferisco lasciar perdere e senza neanche salutare, mi avvio verso l’uscita. Dalla sua camera arrivava la cantilena “ma l’abat- jour…” e sinceramente la pronuncia del suo francese lasciava parecchio a desiderare…

Come si diceva, nei giorni festivi quando non sì ha voglia di cucinare nelle baracche si va a mangiare nella mensa aziendale, certi giorni pranzo e cena; certo non è che si mangi da re, ma si mangia spendendo poche lire. Un sabato mezzogiorno alcuni dei nostri, dopo il pasto consumato in mensa, accusano mal di pancia e cacarella. Probabilmente avevano mangiato qualcosa di avariato o forse contaminato, sapendo anche che, da quanto ci raccontano le ragazze, che da parte dei cuochi l’igiene in cucina è approssimativo e carente. Dopo aver protestato con la direzione della mensa, per alcuni giorni insceniamo un siparietto piuttosto curioso: appena consumato il pasto alcuni di noi si alzano, prima uno poi via via gli altri correndo verso i bagni con le cinture slacciate e i pantaloni mezzo abbassati, mentre decine di operai del posto ci guardano con stupore. La sceneggiata è servita a qualcosa, nel senso che nei giorni festivi le pietanze le preparano al nostro arrivo, non prima di averci chiesto cosa preferiamo mangiare.

Con il passare del tempo ci rendiamo conto che da queste parti non sono abituati alle proteste, purtroppo di solito subiscono abbassando la testa. Noi no. D’accordo che siamo giovani, spensierati e sicuramente anche un po’ sindacalizzati, in più non abbiamo niente da perdere; inoltre nel nostro DNA c’è un gene, quello che Niceforo il criminologo aveva confuso e mal interpretato, dato che si tratta di un gene che si attiva e reagisce contro i soprusi e le prepotenze. Qua in val Basento è il contrario, mai proteste, tutti dicono signorsì e anche quando a protestare sono gli altri, loro si defilano perché hanno paura. È evidente che i Borboni sono riusciti a tiranneggiare e soggiogarli per secoli e l'insurrezione lucana del 1860 da queste parti sembra che non sia passata.

Intanto la vita nel quartiere prosegue tra alti e bassi; ogni tanto veniamo ripresi e minacciati per la troppa esuberanza, ottenendo in cambio un incremento della vivacità. Spesso veniamo anche chiamati a rapporto da qualcuno dell'ufficio del personale; la minaccia ricorrente è quella di essere rimandati a casa. Ci mettiamo a ridere, anche perché il rientro non dispiacerebbe.

La mattina si passa sempre al centro addestramento, dove qualcuno ci dà nozioni sulla strumentazione utilizzata per misurare e regolare pressioni, temperatura, livello, portata e peso: tutte grandezze fisiche legate al controllo della produzione, mentre il pomeriggio si va in officina per conoscere fisicamente gli strumenti utilizzati.

PROSTITUZIONE MINORILE

Un sabato mattina si presentano alle baracche due ragazzine, quella più grande poco più che quindicenne. Hanno prima chiamato dalla strada e visto che non usciva nessuno si sono avvicinate e hanno bussato alla porta d’ingresso. Il ragazzo che ha aperto ha chiesto loro chi cercassero. Si sono guardate in faccia con un sorrisetto malizioso, atteggiandosi a donne mature, vissute; incuriositi dall’insolita presenza ci avviciniamo tutti all’ingresso e non tardiamo a capire di cosa si tratta. Taranto non è molto distante, così come non è distante Bari. Sappiamo anche, per sentito dire (a dire il vero qualcuno ha verificato di persona!) che in queste città ci sono delle vere e proprie organizzazioni legate alla prostituzione, compresa quella minorile. Nelle zone periferiche di Bari ci sono diverse villette adibite a case chiuse, con tanto di maitresse e con la possibilità di scelta, insomma dei veri e propri casini. Tutto alla luce del sole, tanto le istituzioni che dovrebbero occuparsi di queste cose, sono permissive, lasciano fare. Queste ragazzine le ha accompagnate in macchina un amico fino a pochi metri dalle baracche, quindi le ha fatte scendere e si è allontanato, mimetizzandosi da qualche parte. Evidentemente qualcuno che lavora in fabbrica o qualche addetto del Motel Agip ha segnalato la presenza di un gruppo di giovani arrivati dalla Sardegna, magari vedendo in noi il potenziale per dei grossi affari. Però non hanno tenuto conto di due cose, molto importanti nel nostro modo di pensare: la prima è quella della solidarietà, cioè trovandoci di fronte due ragazze minorenni e secondo noi indifese, è scattato il senso di protezione nei loro confronti, cosa che fa parte dei nostri principi morali; la seconda è quella dello sfruttamento, parola odiata da tutti noi, tant’è che ci vedono schierati in prima linea per combatterlo. Certo, considerata la nostra giovane età, più di uno di noi ha fame di queste cose ma dopo che le due ragazze ci hanno confidato la loro triste situazione, abbiamo pensato come agire; uno dei nostri si è nascosto in mezzo agli eucalipti aspettando il ritorno del pappone, del protettore, mentre gli altri abbiamo recuperato le poche pietre esistenti nel territorio, oltre all’argilla, raggruppandole vicino alla cunetta. All’arrivo del tizio è partita una gragnola di pietre che hanno raggiunto la sua macchina, costringendolo a fare retromarcia sgommando.

Non abbiamo più avuto notizie di queste ragazze, però durante la nostra permanenza nelle baracche non ci sono più state di queste visite.

FESTA DI SAN GIUSEPPE – PISTICCI SCALO

Anche Pisticci Scalo ha la sua chiesetta; è dedicata a San Giuseppe Lavoratore e visto che la fabbrica si trova a qualche centinaio di metri non poteva chiamarsi diversamente, nel senso del Lavoratore. Oggi e domani ci sono i festeggiamenti, civili e religiosi; sinceramente questi ultimi non ci vedono molto partecipi, visto che da quando siamo arrivati nel paesello sono veramente pochi quelli che frequentano la messa domenicale; la maggior parte dei componenti del gruppo, preferisce dedicare la domenica mattina al tavolo da biliardo o a quello del ping-pong della foresteria. Non si gioca solo per passatempo, dato che le gare hanno sempre uno scopo pratico, visto che chi perde paga un invito al bar. Tornando alla festa, i festeggiamenti civili prevedono di pomeriggio alcuni tornei sportivi di tennis e pallavolo, oltre ad una partita di calcio dove giocano anche alcuni dei nostri; la partita di calcio è giocata tra la squadra del Pisticci e una rappresentanza di lavoratori dell’ANIC. Il torneo di tennis invece è un’esclusiva dei tecnici dello stabilimento, quasi tutti di provenienza romagnola, della zona di Ravenna e di solito le partite se le giocano tra di loro, l’élite. Sul tardi invece c’è l’esibizione di un gruppo rock locale. Poco prima dell’inizio del concerto alcuni dei giovincelli, un po’ su di giri per la troppa birra bevuta, si sono messi a giocare a tene-tene, cioè ad acchiapparello. Il giovane Salvatore B, inseguito da quello che doveva acchiapparlo ha fatto un salto passando tra due macchine parcheggiate a fianco del marciapiede, poggiando la mano su una di queste e lasciandoci la prima falange del dito medio attaccata al radiatore di una delle macchine. Dello strappo si è accorto soltanto quando ha visto il sangue colargli dalla mano. Corsa in infermeria dello stabilimento per una prima medicazione, poi all’ospedale di Matera per la sutura. Malgrado tutto l’ha presa con filosofia, il suo solo cruccio è quello di non poter più fare il ghigno; chiaramente il ghigno inteso non tanto come riso beffardo e cattivo, ma con il significato che a questa parola viene dato nella nostra parlata, cioè dell’esibizione del dito medio.

“ SU CONTE “

I ragazzi sardi arrivati qualche mese fa, per la maggior parte periti meccanici e chimici, frequentano come noi il centro addestramento e questo ci permette di legare e fare amicizia; inoltre abbiamo gli stessi orari di lezione e si va in mensa tutti alla stessa ora. Tra di loro c’è un perito meccanico che si distingue dagli altri per il portamento e per la sua simpatia. Lo chiamano “su conte” e di questo personaggio aristocratico ne assume spesso l’atteggiamento; tra l’altro riesce a raccontare le storielle più strampalate e coinvolgenti, da far crepare dal ridere chiunque, ma lui niente, neanche un mezzo sorriso. Anche a me capita di raccontare le cose più strambe restando serio come un maggiordomo inglese. Leghiamo subito e spesso in mensa sediamo allo stesso tavolo.

La mensa è abbastanza grande tanto da poter contenere, in determinate ore, un flusso maggiore di lavoratori. Noi arriviamo sempre tutti insieme e anche se i tavoli sono abbastanza capienti, capita spesso di trovarli occupati da due sole persone, perciò quando non si trova un tavolo libero ci si siede con quelli del posto. Per correttezza quando parliamo tra di noi, lo facciamo utilizzando l’italiano, raramente capita di parlare in sardo; mentre loro zitti, ascoltano e basta. Anche quando si parla di sport non si fanno coinvolgere nella discussione, forse per diffidenza o timidezza; sta di fatto che loro preferiscono ascoltare.

Considerato ciò, a su conte viene in mente una scenetta da mettere in atto durante il pranzo; si cerca di proposito un tavolo con almeno due o tre persone del posto e mentre si mangia raccontiamo false notizie ricevute dal paese con altrettanto falsi accadimenti, conditi da scene di tipo western, cariche a cavallo con spari, morti ammazzati e impiccagioni in piazza. Chiaramente si parla con una serietà da fare invidia al migliore attore. Nel sentire questi racconti, le reazioni dei nostri commensali sono diverse, c’è chi guarda in faccia il suo compagno come per chiedergli conferma di aver sentito bene; altri ingoiano in fretta il boccone, quasi strozzandosi e si alzano senza terminare il pasto, salutano e vanno via forse non vedendo l’ora di poter raccontare ai colleghi quanto succede in Sardegna.

UFFICIO DEL PERSONALE

Da quando siamo arrivati è uno scontro continuo tra noi e il personale della direzione dello stabilimento; di solito si litiga per problemi economici, di trattenute dallo stipendio mensile, che già è basso, ritenute da noi ingiuste; talvolta capita di arrivare in ritardo e di timbrare il cartellino qualche minuto dopo le otto e loro sistematicamente scontano mezzora dalla busta paga; poi ci sono le litigate per delle ammonizioni che fioccano per il comportamento, secondo loro non corretto, da parte di qualcuno dei nostri, sia dentro lo stabilimento che nel quartiere. Passano il tempo a sindacare su tutto quello che facciamo, ci vogliono sottomessi come i lavoratori del posto. Di certo il nostro mondo di provenienza, quello barbaricino, ha una tradizione e una cultura diversa da queste regole imposte dal mondo industriale e quando ci sentiamo di continuo oppressi, il più delle volte per delle stupidaggini, reagiamo di brutto. Oltretutto non perdoniamo alla direzione di averci relegato nelle baracche, tanto che la riteniamo la principale responsabile del nostro isolamento e rincoglionimento.

È curioso che tra gli impiegati che lavorano negli uffici, ce ne siano tanti con cognome di città o regione: Potenza, Cosenza, Matera, Calabria, ecc. Io penso che non sia dovuto per ricordare la loro provenienza territoriale, anche perché in questo caso ci sarebbe l’aggiunta di una preposizione, come De Napoli o De Roma. Mi fa pensare che da queste parti nomi di città e regione vengano usati come cognome in mancanza di radici sicure, ma forse mi sbaglio; dalle nostre parti per tale mancanza si utilizzava come cognome il nome di un fiore.

Spesso, di pomeriggio, qualcuno dei nostri si reca in questi uffici per protestare sulle cose anzidette, oppure per chiedere delle ferie, o ancora per motivi personali. Nell’atrio della palazzina c’è un usciere, un tipo basso e rotondetto, che ha il compito di filtrare e annunciare al personale degli uffici la visita di questo o quell’altro lavoratore, recandosi prima lui nell’ufficio interessato e, avuto il consenso per essere ricevuti, si è accompagnati dallo stesso che apre la porta e ci introduce nell’ufficio, inchinandosi al cospetto del ragioniere. Noi abbiamo stravolto tutto il sistema. Appena arrivati all’ingresso, quando l’usciere si alza dalla sua seggiola e ci viene incontro per chiedere dove si vorrebbe andare, lo si sorpassa a destra o a sinistra e si prosegue diritto verso l’ufficio interessato. Si sentono dietro i suoi passetti mentre ansimando ripete “Si fermi, dove vuole andare, non si può entrare senza appuntamento, si fermi!”. Il più delle volte la risposta è “Stai zitto”, oppure non gli si risponde affatto e si tira dritto. Certo un poco dispiace, in fondo sta facendo il suo lavoro, è uno sottoposto come noi, però è fastidioso il suo modo di fare, gli inchini al cospetto degli impiegati, il suo servilismo. Quindi una volta individuato l’ufficio interessato, si bussa e si entra senza aspettare che dicano avanti.

È successo che Salvatore B si sia recato all’ufficio del personale per chiedere un paio di giorni di ferie, dovendo rientrare a Nuoro per problemi familiari e, una volta aggirato l’usciere, un leggero tocco alla porta in vetro oscurato e subito dentro l’ufficio, senza aspettare l’avanti. Il ragioniere lo riprende subito dicendogli che questo non è il modo di comportarsi correttamente e che serve un minimo di educazione. Salvatore indifferente alla ramanzina, scosta la sedia e si siede di fronte all’impiegato, spiegandogli il perché della sua visita. Questo prosegue con la sua tiritera, ricordando che le ferie bisogna prenotarle prima, non prenderle quando pare e aggrada. Il nostro neanche l’ascolta, prende il posacenere di vetro e inizia a farlo cullullare sul piano della scrivania, guardando negli occhi il ragioniere e ricordandogli che ha necessità di un paio di giorni di ferie per poter rientrare a casa. A quel punto il ragioniere, un poco intimorito, gli chiede quanti giorni di ferie ha bisogno.

Un ragazzo di un paese non lontano da Pisticci, neoassunto, mi ha raccontato che c’è un’impiegata dell’ufficio personale che prende delle tangenti sulle nuove assunzioni. Questa signora, una volta visionate le lettere di convocazione da spedire, se in mezzo a queste ne trova qualcuna riferita a persone del suo paese di provenienza, qualche giorno prima di spedirle, con vero tempismo, contatta i potenziali nuovi assunti, dicendo loro di un suo interessamento, affinché l’assunzione vada a buon fine. In cambio, come ringraziamento, i primi cinque o sei stipendi sono per lei. I neoassunti, felici per aver finalmente trovato un posto lavoro, ringraziano e baciano le mani.

DA UN LIDO ALL’ ALTRO

Con l’arrivo dell’estate il sabato e la domenica si inizia ad andare al mare; la spiaggia più vicina è Metaponto che dista da Pisticci Scalo circa venticinque chilometri ed è raggiungibile in una ventina di minuti percorrendo la strada a scorrimento veloce Basentana, che qualche chilometro prima di giungere al paese si congiunge alla statale 106 Jonica, anche questa a scorrimento veloce, che collega Taranto a Reggio Calabria. Metaponto, frazione del comune di Bernalda, ha un bellissimo lido e uno splendido mare; c’è anche un’altra spiaggia incantevole, quella di Ginosa Marina in provincia di Taranto e distante da Metaponto una trentina di chilometri, mentre spostandosi in direzione della Calabria ci sono le marine di Pisticci e Policoro, lo stesso molto belle e bene attrezzate.

Una mattina ci rechiamo nella spiaggia di Ginosa Marina con la macchina di “su conte”; nella sua cinquecento fa bella mostra una bottiglia da un litro, rivestita con uno strato sottile di sughero abbellito con rilievi di costumi sardi, piena di acquavite, che in diverse occasioni viene spacciata per tequila; arrivati alla marina, una volta sistemata la bottiglia dentro la borsa insieme ad alcuni bicchierini di plastica e qualche bottiglietta d’acqua, ci si avvia verso la spiaggia; stesi gli asciugamani sulla sabbia loro iniziano la gara delle nuotate e dei tuffi, mentre io non essendo un bravo nuotatore, dopo essermi appena bagnato mi sdraio sull’asciugamano ad ammirare le belle ragazze che passeggiano avanti e indietro sul bagnasciuga; quando loro rientrano dalla nuotata, un po’ infreddoliti, ci cumbidiamo un bel bicchierino di abbardente offrendo da bere anche ai vicini di asciugamano, un gruppo di ragazzi e ragazze del posto che guardavano incuriositi la bottiglia e infatti uno di loro ci chiede cosa contiene, gli diciamo che si tratta di tequila, tanto che, vista la novità della bevanda esotica, l’hanno voluta assaggiare tutti, compreso le ragazze. Una di queste, con le lacrime agli occhi e qualche colpo di tosse, dice che non ne aveva mai bevuto e che la trova veramente buona. Dopo una decina di minuti questa ragazza e un ragazzo con fare timido, si avvicinano con i loro asciugamani sdraiandosi al nostro fianco, poi lei con gli occhi ancora un po’ lucidi ci chiede se possono avere un altro goccio di tequila. Certo, rispondiamo. Di dove siete? Ecco l’occasione per fare nuove conoscenze e nuove amicizie.

E intanto si avvicina il mese di settembre con la conclusione dell’anno di borsa e del periodo di addestramento, che poi dovrebbe coincidere con l’assunzione. Questo significa anche poter contare su uno stipendio mensile più sostanzioso rispetto a quello percepito durante il periodo da borsista. Tra di noi si inizia a discutere su come verremo inquadrati all’assunzione, cioè con quale categoria, ma soprattutto sulla tipologia di contratto che verrà applicato per i lavoratori della fabbrica di Ottana.

Per i corsi di addestramento era stata creata una società ad hoc, cioè il Consorzio Valle del Tirso, ma ora arrivano le voci più disparate: si parla della nascita di due società e dell’orientamento del gruppo ENI di applicare un contratto fibre privato; chiaramente questo ci penalizzerebbe enormemente sia sulla retribuzione che sulla normativa contrattuale. Lo stabilimento dove siamo presenti in addestramento è regolato dal contratto chimico pubblico e considerando che la fabbrica che sta nascendo ad Ottana, di fatto, è una fotocopia di questa di Pisticci, addirittura creata con lo stesso progetto, dovrebbero quantomeno applicare lo stesso contratto. Sicuramente tutto il discorso verrà approfondito una volta rientrati a Nuoro a fine corso.

RIENTRO IN SARDEGNA

E così è arrivato il giorno del rientro in Sardegna. Preparate le valigie dalla sera prima, alle nove di mattina veniamo accompagnati con il pulmino dalle baracche alla stazione ferroviaria di Pisticci Scalo, da dove partiremo per la prima tappa del viaggio, cioè Napoli. Dopo una piccola attesa saliamo a bordo del treno locale che partito da Metaponto toccherà le città di Potenza, Eboli, Battipaglia e Salerno, prima di giungere a Napoli.

In Sardegna è famosa la “freccia sarda”, quel treno che prendevo da Abbasanta o da Macomer per raggiungere l’imbarco marittimo di Olbia, sia quando lavoravo a Roma che durante il servizio militare; che poi, se vogliamo dirla tutta, di freccia aveva poco o niente, visto che per velocità e per allestimento interno, assomigliava ad una tradotta militare, quella che accompagnava i soldati in prima linea. Il treno Metaponto – Napoli per il tratto ferroviario fino a Battipaglia, non ha niente da invidiare alla “freccia sarda” tant’è che possono tranquillamente chiamarlo “freccia lucana”. Evidentemente per ciò che riguarda il servizio ferroviario, ma non solo, sardi e lucani facciamo parte di un’altra Italia.

Arrivati alla stazione di Napoli, prendiamo il treno per Roma. Si arriva alla stazione Termini nel primo pomeriggio. Io, insieme ai miei paesani, ci allontaniamo per andare a salutare degli amici romani, dicendo a quelli che restano alla stazione di aspettare il nostro ritorno; non tutti hanno raccolto il nostro invito, infatti qualcuno ha preferito prendere subito il treno per raggiungere il porto di Civitavecchia.

La sera, una volta arrivato alla stazione marittima, vengo a conoscenza che questo “qualcuno” purtroppo è salito su un treno sbagliato, in quanto passava sì a Civitavecchia, ma senza fare fermate fino ad Orbetello. Il controllore, vedendolo rattristato e desolato gli disse che in prossimità della stazione di Civitavecchia il treno avrebbe rallentato, quasi a passo d’uomo, per consentire delle precedenze perciò volendo e assumendosi tutte le responsabilità, quello era il momento giusto per saltare. Così fece e meno male che tutto andò per il meglio.

Alle otto di sera siamo tutti presenti, pronti per salire sulla nave. L’euforia è a mille, finalmente si torna a casa. Saliti a bordo, per prima cosa ognuno va alla ricerca della poltrona numerata assegnata, quindi riposto il bagaglio nell’apposito comparto, tutti di sopra al ponte per seguire il recupero dell’ancora e la partenza della nave trainata dal rimorchiatore che l’avrebbe portata fuori dal porto.

Certo non ci sono stati dei grandi cambiamenti sulle navi della Tirrenia, rispetto a quando le prendevo nei miei viaggi da disterrau, forse l’unica piccola miglioria è la diversa disposizione delle poltrone, rendendole più comode e spaziose; il resto è rimasto uguale. Neppure è cambiato l’atteggiamento di strafottenza e superiorità nei nostri confronti, intendo di noi sardi, da parte dei marinai/camerieri napoletani. Queste navi viaggiano da e per la Sardegna, ma nei loro equipaggi non figura neanche un marinaio sardo. Si diceva che questi marinai, quando ti guardano o ti parlano lo fanno quasi in modo sprezzante e si comportano senza un minimo di gentilezza. Forse un po’ di gentilezza la tirano fuori quando trovano qualche povera ragazza, costretta a lasciare la famiglia e il paese per partire alla ricerca di un lavoro, con il cuore spezzato e le lacrime agli occhi. Allora questi riescono a mascherare la loro faccia da vampiro e le mire meschine con una falsa premura.

Partita la nave, restiamo sul ponte per consumare la cena a base di pane e companatico e bagnata da abbondante vino rosso secco dei castelli romani, acquistato a Civitavecchia prima di salire a bordo. Dato che un bicchiere tira l’altro, viene spontaneo organizzare un piccolo torneo di morra, che si protrae per alcune ore; la notte estiva, la brezza tiepida e il mare calmo incoraggiano a restare sul ponte, tant’è che qualcuno dei nostri, sdraiato sopra una delle panche di legno dorme beatamente. Poi succede qualcosa che crea scompiglio: alcuni di questi marinai/camerieri hanno minacciato con parole offensive, forse anche con un accenno di pedata, due del nostro gruppo che si trovavano sul ponte in compagnia di due ragazze conosciute a bordo. La notizia arriva al resto della comitiva, che parte subito alla ricerca degli aggressori per fare giustizia. Pisticci Scalo, il suo quartiere e le sue baracche, con il nostro isolamento forzato, ha creato una solidarietà tra di noi, una specie di “tutti per uno e uno per tutti”. Fatto sta che una volta individuati, i codardi vista la mala parata scappano e cercano rifugio nell’ufficio del comandante, dove nel frattempo si stanno radunando anche gli altri marinai/camerieri. Ci vuole tutta l’accortezza e la sensibilità del comandante, che dopo aver sentito le nostre ragioni, cerca di calmare gli animi, tanto che ordina ai marinai di ritornare alle loro occupazioni, quindi ci convince a prendere posto nelle nostre poltrone e andare a dormire. Così facciamo, anche se qualcuno di noi fa la guardia, onde prevenire qualche scherzetto da parte dei napoletani. La mattina presto sbarchiamo ad Olbia e ci dividiamo, la maggior parte si avvia per prendere i pullman per Nuoro, noi la “freccia sarda” per Macomer. L’appuntamento per tutti è a Nuoro il quattro di settembre.

Il lunedì successivo ci incontriamo tutti a Nuoro presso i locali dell’Istituto Professionale dove si era svolto il corso di formazione, per programmare la data e il luogo per lo svolgimento dell’esame pratico, relativo alla preparazione acquisita durante l’anno di borsa. Per quanto riguarda noi strumentisti, la sede scelta per la prova è lo stabilimento della SARAS chimica di Sarroch, vicino Cagliari, azienda anch’essa del gruppo ENI. Il giorno stabilito ci ritroviamo di mattina presto a Nuoro per essere accompagnati in pullman a Sarroch. La prova pratica è relativamente facile, tanto che l’esame viene superato dall’intero gruppo. Ora non si aspetta altro che la tanto desiderata assunzione, con la prospettiva di poter guadagnare qualche soldino in più.

Il giorno dopo l’esame pratico ci ritroviamo ancora a Nuoro per partecipare alla riunione indetta dalla direzione del Consorzio Valle Tirso, dove ci verrà comunicata sia la data di decorrenza dell’assunzione, sia la tipologia del contratto che verrà applicato; dopo pochi minuti di discussione, purtroppo crollano del tutto le nostre speranze, in quanto ci informano che il contratto previsto per le maestranze del futuro stabilimento di Ottana non è quello aspettato e sperato, cioè il contratto chimico pubblico, bensì uno fibre e per di più privato, con livelli economici e normativi inferiori; una beffa bella e buona. Considerando che negli stabilimenti dove abbiamo effettuato il tirocinio e dove torneremo per qualche anno applicano il contratto chimico pubblico, il fatto che al personale di Ottana ne venga assegnato uno differente e per di più peggiorativo viene preso come uno schiaffo in faccia, visto che per uguale tipologia di lavoro e con gli stessi impianti di produzione, vengono utilizzati criteri diversi. Operai di serie A in continente e di serie B in Sardegna.

Senza aspettare che termini la riunione, il sindacato provinciale di categoria presente all’incontro, a sua volta comunica alla direzione del Consorzio Valle Tirso lo stato di agitazione sindacale e contemporaneamente viene proclamato lo sciopero occupando i locali dell’Istituto Professionale; come prima conseguenza vengono sospesi tutti gli altri corsi di formazione e viene convocata un’assemblea permanente per studiare tutte le forme di lotta da attuare. Vengono organizzate delle manifestazioni di piazza sia a Nuoro che negli altri paesi del centro Sardegna, coinvolgendo nella lotta tutti gli strati sociali, mentre gli studenti da subito si uniscono a noi nello sciopero. Intanto il sindacato provinciale di categoria avvia dei contatti con quello nazionale affinché si adoperi nelle sedi opportune per fare in modo che venga dato il giusto risalto alla nostra lotta.

A livello nazionale si sta preparando il rinnovo del contratto chimico pubblico, che andrà in scadenza il prossimo anno e il sindacato di categoria dei chimici si impegna affinché il problema Ottana, relativo al contratto, venga affrontato come punto fermo e prioritario nella trattativa con l’ASAP a Roma.

Lo sciopero con l’occupazione dell’istituto si protrae per circa quaranta giorni, cioè fino a quando viene raggiunto un compromesso con l’azienda, dove viene presa la decisione di ripartire per raggiungere i vari stabilimenti del continente, con la volontà e l’impegno da parte di tutti che nulla verrà lasciato di intentato per ottenere il riconoscimento dei nostri diritti.

RITORNO IN BASILICATA

Si fa ritorno a Pisticci a metà ottobre 1971. Si rientra nell’alloggio delle baracche e si riprende l’andazzo quotidiano dentro la fabbrica, ma con una variazione sostanziale, cioè non si va più al centro addestramento, ma a lavorare per l’intera giornata nei reparti precedentemente assegnati. Io vado a lavorare nell’officina elettronica, nello stesso posto dove mi recavo di pomeriggio durante l’addestramento. Nel laboratorio di elettronica vi lavorano sette ragazzi più l’assistente, una brava persona di origine siciliana. Due degli strumentisti, quelli più anziani e preparati del gruppo, intervengono su tutte le tipologie di strumenti, compresa la riparazione delle schede elettroniche, mentre gli altri cinque si occupano principalmente di strumentazione specifica. Tutte le mattine si esce dall’officina per effettuare la manutenzione giornaliera e programmata sui registratori di processo nei vari impianti, oltre alla manutenzione degli strumenti installati nei laboratori, chimico e fisico. Io e Battista M, l’altro ragazzo sardo, di solito lavoriamo affiancati ad uno degli strumentisti del posto, in base alle necessità lavorative.

Qualche giorno dopo il nostro rientro veniamo convocati nei locali del centro addestramento dalla direzione aziendale per delle comunicazioni urgenti. Il capo del personale dell’ANIC val Basento ci informa, a muso duro, che dobbiamo sloggiare dalle baracche e trovarci una casa in affitto nei paesi del circondario. Ci danno una settimana di tempo per abbandonare le baracche, senza nessuna deroga. Pensiamo a una ritorsione per gli scioperi di Nuoro.

L’indomani dopo l’orario di lavoro ci rechiamo nei tre paesi del circondario, Pisticci, Ferrandina e Bernalda alla ricerca di camere in affitto. Lo facciamo a gruppi omogenei, cioè rispettando più o meno quella che era la composizione delle camere nella baracca. Il paese da noi scelto, cioè da me e C, in attesa del rientro dalla Sardegna di Gianfranco, è Pisticci; chiaramente nella scelta abbiamo tenuto conto del fatto che è il paese più vicino allo stabilimento oltre ad essere ben servito dai pullman. Siamo in tanti a scegliere Pisticci, mentre in sette vanno a Bernalda e i restanti a Ferrandina. Io e C, in base alle indicazioni forniteci da un collega di lavoro pisticcese, ci rechiamo direttamente dalla famiglia Mastronardi. Individuata la casa bussiamo e ci apre la signora, che dopo averci squadrato per bene e dopo aver ascoltato la nostra richiesta, si rivolge a me chiedendo in dialetto pisticcese: ce fatic all’Anìc? Alla risposta affermativa, un gran sorriso e una stretta di mano. Per uno che lavora all’ANIC si aprono tutte le porte, anche perché questo significa garanzia del posto di lavoro, dello stipendio fisso e nel nostro caso dei soldi per l’affitto. Si parla quindi della parte economica, la richiesta è di diecimila lire al mese a persona, tutto compreso, cioè da subito ventimila lire, che poi diventeranno trenta una volta rientrato Gianfranco; quindi ci invita a visitare la casa, una specie di torre quadrata servita da scale esterne al coperto e così composta: al piano terra cucina e soggiorno dei padroni di casa, al primo piano camera da letto sempre per loro, al secondo piano il piccolo appartamento da affittare e per finire, all’ultimo piano, l’appartamentino della loro figlia, una bella ragazza sui venticinque anni. L’appartamento da affittare è composto da una vasta camera con tre lettini, un angolo da utilizzare come soggiorno, una sorta di cucinino e il bagno. A parte le scale la casa è comoda, in più è vicina alla piazza dove sostano i pullman per lo stabilimento. Prima di andar via diamo una caparra alla signora e con una altra veloce stretta di mano sigilliamo l’accordo. Anche gli altri ragazzi che ci hanno seguito a Pisticci, trovano casa nei dintorni. Dopo qualche giorno, tutti quanti armati dei propri bagagli, con tanta buona volontà e sicuramente senza alcun rimpianto per le baracche, saliamo sul pullman che ci porta a Pisticci per prendere possesso del nuovo appartamento. Una volta arrivati in paese ci lasciamo, ognuno diretto alla sua nuova casa, dandoci appuntamento al corso da lì a un’ora.

PISTICCI

Pisticci, (in dialetto locale Pestizz) comprese le borgate di Marconia, Tinchi e Pisticci Scalo, conta circa ventimila abitanti; è sicuramente un bel paesone e del paese ha tutti i pregi e i difetti. Dista da Pisticci Scalo circa sette chilometri ma la strada per arrivarci non è certo delle migliori, in quanto dopo un lungo rettilineo di circa tre chilometri, cioè fino al bivio per Craco, il resto della strada è tutta una serie di curve e tornanti.

Il corso Margherita è la vetrina dei giovani di Pisticci ed è anche il vero salotto della città; durante la passeggiata, specialmente quella domenicale, sono in molti a indossare i vestiti appena acquistati, per essere ammirati ma a volte anche per essere criticati; il corso è lungo poco più di duecento metri per una larghezza di circa sei metri, e ogni sera per un paio d’ore vi si svolge la movida, avanti e indietro ripetutamente. Si cammina in modo ordinato, tenendo sempre la destra per non impattare con quelli che ti vengono incontro. Chi stravolge questo andazzo non fa altro che creare intralci e ingorghi. Poco prima dell’imbrunire il corso si popola di una bella gioventù, tantissime belle ragazze più che ragazzi, almeno a me sembra così…

Ci rendiamo conto che c’è della curiosità nei nostri confronti, più di una ragazza si volta mentre cammina, sicuramente il fatto di vedere nuove facce crea interesse e curiosità. Si tratta della prima volta che veniamo a contatto con i paesani, dopo gli otto mesi allucinanti trascorsi nelle baracche a Pisticci Scalo dove quasi tutti ci stavamo assirbonando, proprio come un branco di cinghiali. Ora bisogna rientrare nel mondo civile, a contatto con altra gente e non soltanto con il nostro gruppo. Ad una certa ora il corso si spopola e non ci resta che rientrare a casa; per quanto ci riguarda la “presentazione” è stata fatta.

Così ha inizio la nostra vita a Pisticci. I primi disagi li riscontriamo quando si va a fare le compere in quanto dentro ai negozi ti senti scrutato ed esaminato dagli altri clienti, principalmente madri di famiglia, incuriosite sia dal fatto di incontrare maschietti a fare la spesa, cosa non molto comune e alquanto strana, ma anche per la tipologia dei nostri acquisti; sinceramente il fatto di essere continuamente osservati ci crea un po’ di imbarazzo; mentre nel bazar del quartiere ANIC si entrava tutti insieme, molte volte per acquistare delle cose superflue ma nessuno aveva da ridire, qua invece trovi la signora che ti dà dei consigli su una cosa da acquistare piuttosto che un’altra; sicuramente consigli disinteressati, ma che ti fanno diventare un po' diffidente. Con il passare del tempo il problema viene superato, tanto che alla fine siamo noi a chiedere un parere sulla tipologia dell’acquisto. Con la prima spesa compriamo parecchia pasta, pelati, uova, frutta e verdura; poi in macelleria la carne per il bollito, anche perché è la cosa più semplice da preparare e se poi ci metti dentro un paio di cipolle e alcune patate, ti ritrovi anche il contorno.

Per cinque giorni la settimana sveglia alle sei e mezza di mattino, preparativi e quindi galoppata fino al bar Pisticci per il caffè, poi tutti a bordo del pullman fermo in piazza e che, salvo imprevisti, ci porterà in fabbrica. Dopo le otto ore di lavoro nuovamente in pullman e rientro a Pisticci. Qualche volta, quando non si ha voglia di cucinare, si va a cena da Alfonso, una piccola trattoria a conduzione familiare ristretta, nel senso che vi lavorano soltanto lui e la sorella, tutti e due di una certa età; cucinano entrambi, ma a tavola serve solo lui. La specialità della casa è la quaglia in umido, piatto che preparano in modo veramente squisito. Alfonso con l’immancabile sigaretta in bocca e la cenere in bilico sui piatti, con indosso il suo grembiule, che una volta forse era di colore bianco, quando ci porta le quaglie a tavola di solito firma il piatto, o meglio lo timbra, nel senso che lascia l’impronta del suo pollice pieno di sughetto sul bordo del piatto, poi una volta posate le pietanze sul tavolo, si pulisce il ditone sul grembiule e ci augura buon appetito. Certo fare il cameriere non è il suo forte, però la quaglia è veramente gustosa e il prezzo alla nostra portata.

Le cose vanno nel verso giusto anche in fabbrica, qualche volta mi fanno lavorare in completa autonomia, dandomi fiducia, mentre il più delle volte esco a lavorare in coppia, con uno degli altri operai dell’officina elettronica. Tra l’altro l’ambiente che si è creato tra noi e quelli del posto è ottimo, però ancora non riesco a concepire la sudditanza che c’è nei confronti dei capi, compreso il capo squadra e l’assistente.

Una mattina alcuni colleghi dell’officina strumenti e altri della vicina officina meccanica si sono messi a battere un ferro, in modo ritmico, nelle rispettive pareti metalliche del caseggiato; incuriosito ho chiesto ad uno strumentista cosa stessero facendo e lui mi ha informato che si trattava del sistema in uso per avvisare gli operai dell’imminente visita in reparto del capo officina; quindi questo era il segnale che obbligava tutti a farsi trovare al proprio posto di lavoro, possibilmente impegnati a fare qualcosa, o quantomeno a far finta di lavorare. Insisto nel ripetere che, a mio parere, purtroppo esiste una sottomissione e sudditanza nei confronti di chi comanda.

AZIONE CATTOLICA

Franco M. emerge nel gruppo dei sardi sia per la sua ottima parlantina che per l’intraprendenza. C’è un proverbio pisticcese che recita “ci ten a legn , và n’zardegn“, cioè chi ha la lingua (la parlantina) va in Sardegna (va lontano). Ma in questo caso si è verificato il contrario, in quanto Franco tiene si queste caratteristiche, ma lui il viaggio l’ha fatto invertendo le destinazioni del proverbio, in quanto è partito dalla Sardegna per venire in Basilicata. L’altro giorno si è presentato dal parroco della chiesa del Cristo Re per portare i saluti dell’Azione Cattolica del suo paese; dopo i convenevoli concorda con il prete una riunione da tenersi il primo sabato utile, per uno scambio di idee e di esperienze in seno all’ Azione Cattolica tra noi sardi e i giovani del posto. Franco riesce a convincere e coinvolgere anche me, tanto che il giorno concordato ci rechiamo al salone della A.C. che troviamo gremito all’inverosimile da ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani. Dopo le presentazioni si procede con lo scambio di vedute e una ragazza si rivolge a me chiedendo informazioni sulle nostre esperienze all’interno della A.C. del nostro paese. Mi salva la prontezza di Franco che con intelligenza fa in modo che sia lui a dare la risposta.

Certo dovrei essere meglio informato sulla religione cristiana e sulla chiesa cattolica in generale, dato che da piccolo ho fatto il chierichetto e da grande ho lavorato un paio d’anni alla Università Gregoriana, la scuola per eccellenza dei gesuiti nel mondo. È vero che la mia mansione all’ interno della università era quella di fare il cameriere, non certo quella di studiare la dottrina cristiana. Per quello c’erano i dotti professori, anche se gran parte di loro, più che insegnare la dottrina cristiana frequentavano i pezzi grossi della Democrazia Cristiana, tanto è che ogni fine settimana Andreotti e amici erano ospiti di questi padri gesuiti; ufficialmente questi pezzi grossi della politica venivano per confessarsi: chissà quanti e quali peccati! Molti di questi padri professori erano spagnoli, altezzosi e intreos, quasi tutti franchisti e fascistoidi. Nelle scrivanie delle loro camere spiccavano la rivista “il Borghese” e il quotidiano “il Secolo d’Italia” oltre ai giornali spagnoli di idee franchiste. È pur vero che all’interno della Gregoriana c’erano anche delle persone di grande carattere e spessore, come il padre irlandese O’Farrel e il fratello basco Elzaguirre, che combattevano per la libertà dei loro popoli. Un grande insegnamento per noi sardi che purtroppo avevamo gran parte dei nostri politici, asserviti ai vari Rovelli, Cefis, Agnelli e Moratti.

Tornando alla riunione, io non faccio altro che concordare con le cose dette da Franco e per non fare delle brutte figure, non conoscendo la storia dell’Azione Cattolica, mi limito a parlare di cose generiche legate alla realtà della nostra amata isola. L’incontro è stato un successo e ci si lascia programmandone un altro da tenersi a breve. Sicuramente quest’approccio con i giovani pisticcesi dell’Azione Cattolica, ci ha consentito di creare una cerchia di amicizie.

SCIOPERO PER INFORTUNIO

In fabbrica c’è uno sciopero di quattro ore per tutti i lavoratori, turnisti e giornalieri, motivato da un infortunio sul lavoro verificatosi in un impianto di produzione e purtroppo, come spesso succede, causato dalla carenza dei dispositivi di sicurezza. Quando arriviamo in fabbrica troviamo alcuni delegati del consiglio di fabbrica che distribuiscono volantini per informare e spiegare ai lavoratori i motivi dello sciopero, ma la cosa strana è che la maggior parte delle persone, pur prendendo il volantino, lo mettono in tasca senza neanche dargli uno sguardo e con indifferenza entrano a lavorare. Ma che razza di sciopero è? Un delegato del consiglio di fabbrica, posizionato nella parte interna dell’ingresso dello stabilimento, butta con evidente disprezzo qualche monetina addosso a quelli che, malgrado lo sciopero, entrano comunque a lavorare; ma sono talmente tanti che per soddisfare tutti ci sarebbe voluta una bisaccia piena di monetine! Uno di questi si ferma, ne raccoglie alcune mettendole in tasca e con un sorrisetto da paraculo dice agli altri “ecco i soldi per il caffè!” Da parte nostra tanta meraviglia e irritazione, anche perché quando eravamo borsisti e specialmente a fine corso a Nuoro, la regola era che lo sciopero era sciopero e nessuno si permetteva di entrare in aula e si faceva in modo che tutti lo rispettassero, all’occorrenza usando anche la forza.

AMBIENTAMENTO

Ormai siamo di casa anche nei negozi. Il sabato quando si va per fare il grosso della spesa, si socializza con gli altri clienti che sono principalmente madri di famiglia. C’è sempre qualcuna, curiosa, che chiede informazioni sulla nostra provenienza e sul perché ci troviamo a Pisticci. Spiego loro che veniamo dalla Sardegna e che da noi si sta costruendo uno stabilimento, sempre del gruppo ENI, uguale a quello di Pisticci e dove noi torneremo appena terminato il montaggio degli impianti. Una di queste signore mi guarda quasi sbalordita e dice che parlo l’italiano come quelli che leggono il telegiornale alla televisione. Qua a Pisticci, quasi tutte le persone di una certa età, ma anche parecchi giovani, parlano l’italiano “del sud”. Per noi sardi è diverso in quanto l’italiano lo impariamo a scuola come se fosse una seconda lingua e lo parliamo senza mischiarlo al sardo, qua invece anche per la bassa scolarizzazione degli adulti, si parla l’italiano pisticcese, cioè l’italiano misto al loro dialetto. Come diciamo dalle nostre parti: italianu procheddinu.

Intanto la sera si continua a passeggiare nel corso e da qualche giorno c’è la novità e il piacere di farlo affiancando nella movida due belle ragazze, che ci hanno onorato della loro amicizia. Sono molto curiose, ci chiedono notizie sulla Sardegna, su dove sono situati i nostri paesi e sulle ragazze sarde. A fine passeggiata, dopo averle salutate, vedo un vecchietto che mi osserva con un sorrisetto di complicità, forse pensando a quanto si era perso lui da giovane, poi mentre si allontana si volta e mi dice: eh, eh, tempi lori! Già, sono proprio tempi nostri.

COMPLEANNO DELLA PADRONCINA DI CASA

Oggi al rientro dal lavoro mentre stiamo arrancando stancamente sulle scale che portano al nostro appartamentino, ci viene incontro la padroncina per informarci che domani compie gli anni, che darà una festicciola e le farebbe tanto piacere la nostra presenza, cioè quella mia e di C, dicendoci che il rinfresco si terrà su da lei. L’indomani ci presentiamo puntuali all’ora stabilita con un regalino. Il locale è del tutto simile a quello che occupiamo noi di sotto, è ammobiliato più o meno allo stesso modo, anche se da noi c’è qualche bambola in meno… Quando entriamo ci sono una decina di ragazze e alcuni ragazzi, amiche e amici cui veniamo presentati; intanto una delle ragazze mette un 45 giri sul giradischi posato su una credenza e si inizia a ballare e a bere. C’è un po’ di tutto: bibite, amari e alcoolici vari, oltre alle paste e ai dolciumi; la padroncina ha piacere di servirmi e infatti si avvicina chiedendomi cosa preferisco; vedendo sul tavolino una bottiglia ancora piena con l’etichetta del carciofo, chiedo un Cynàr, lei lo versa e poi me lo porge con un sorriso dicendomi “ecco il tuo Cýnar”. La guardo, convinto che mi stesse prendendo in giro e ribatto, anche io con un sorriso, “veramente si chiama Cynàr!” al che lei prontamente di rimando “no, ma che dici, forse in Sardegna lo chiamate così, ma guarda che si pronuncia Cýnar”. Io insisto dicendo “evidentemente non sei mai stata attenta al carosello e alla pubblicità che fa il tizio con i baffetti, un certo Calindri, perché lui sostiene che contro il logorio della vita moderna, si beve un Cynàr”. Anche le sue amiche mi riprendono dicendo che si pronuncia Cýnar. Roba de macos. Ma valli a capire, riescono a negare anche l’evidente!

E pur vero che nel materano, ma penso in tutta la Lucania, sono così trotos che mettono gli accenti al contrario; per loro Milan diventa Milàn, Inter diventa Intèr, mentre Cynàr diventa Cýnar...E chie ddos cumprendet! A volte il lunedì mattina ascoltando i miei colleghi del posto, che parlano degli avvenimenti sportivi della domenica e dei risultati calcistici della serie A, capita di sentire: “cià fat l’intèr” “a vinciut, duie a iune”.

PRIMA BUSTA PAGA

Intanto novembre se n’è andato. Giorni fa ci hanno consegnato la prima busta paga, anzi a dir la verità ce ne hanno consegnato due; una è quella relativa ai giorni lavorati nel mese di ottobre e che comprende anche una indennità di trasferta riferita al rientro a Pisticci, per un importo complessivo di centomila lire netti; l’altra è la busta paga per il mese di novembre. Lo stipendio lordo è di centoventotto mila e cinquecento lire, mentre il netto a pagare è di centodiciassette mila lire. La società che eroga lo stipendio è il Consorzio Val Tirso. Di fatto a novembre incasso più di duecento mila lire e questo mi permette di affrontare qualche spesa extra. Sto pensando di regalarmi il giradischi della Rider Digest, uguale a quello che ho visto a casa della mia padroncina e dato che mi sembra un affare conveniente e per togliermi il pensiero la sera stessa faccio l’ordine, utilizzando il tagliando dell’offerta del venditore che permette di pagarlo a rate. Poi c’è da acquistare un po’ di vestiario, compreso qualcosa di pesante per affrontare l’inverno sebbene a Pisticci non faccia molto freddo, di sicuro molto meno che da noi nel centro Sardegna; per gli acquisti concordiamo di recarci a Taranto, che dista una settantina di chilometri e il primo giorno libero, cioè il sabato, prendiamo la corriera che parte tutte le mattine da Pisticci. Compriamo di tutto: camicie con il colletto grande a punta, pantaloni a vita alta e a zampa d’elefante, come vanno di moda da qualche anno, maglioncini aderenti a giro collo e giacche nere; più o meno le stesse cose che compravo a Porta Portese quando lavoravo a Roma. In previsione di un inverno freddo, compro anche un Loden. Gli altri acquistano degli abiti interi, mentre Franco si compra un maxicappotto, tanto che quando lo indossa viene spesso scambiato per un prete. Prima di rientrare a Pisticci entro in una rivendita per acquistare alcuni dischi LP e ne prendo tre: Anonimo Veneziano con l’ottima musica di Stelvio Cipriani, Emozioni di Lucio Battisti e Opera prima dei Pooh.

Siamo arrivati a metà dicembre e si stanno avvicinando le festività natalizie; io ho deciso di passarle qua a Pisticci, mentre C deve obbligatoriamente rientrare in paese per effettuare la visita di leva; da quanto mi scrivono da casa anche Gianfranco rientrerà soltanto dopo le feste. Pazienza, di certo non passerò il Natale e il fine anno da solo, anche perché d’accordo con Salvatore, l’altro paesano che abita in foresteria a Pisticci Scalo, abbiamo deciso di unirci ad un altro gruppo per festeggiare tutti insieme; poi invece succede che la padrona di casa, venuta a conoscenza che sarei rimasto a Pisticci, mi invita a casa sua per il pranzo natalizio. Ringrazio informandola di aver programmato il pranzo con un mio paesano, ma la signora insiste dicendo che non ci sono problemi e che l’invito vale anche per lui. Così il pranzo di Natale lo consumiamo insieme alla famiglia Mastronardi. Bette ‘e papada! Una mangiata veramente eccellente: la signora come primo ha preparato “maccarune a fierre” cioè pasta fatta a mano e arricciata con unu ferrittu, come i nostri macarrones de busa, condita con un super e ricco ragù, veramente squisito; come secondo agnellone e “salzizze arrostute” con patate al forno e verdure miste, il tutto accompagnato da un ottimo vino; per finire i dolci fatti in casa e un bicchierino di amaro Lucano. Meno male che non hanno tirato fuori il Cynàr, anche perché non era l’occasione e tanto meno il giorno adatto per affrontare delle discussioni.

PARTITA DI CALCIO CATANZARO CAGLIARI

Domenica si gioca Catanzaro-Cagliari. La nostra squadra sta andando forte anche quest’anno, tanto che stiamo pensando di affrontare i circa duecentosessanta chilometri che separano Pisticci da Catanzaro per andare a tifare su casteddu; certo farsi tutta quella strada in cinquecento, per di più in quattro in macchina è piuttosto pesante, ma siamo dei temerari e la decisione è presto presa. Si parte la domenica mattina poco prima delle nove e il programma prevede una sosta a Cosenza, per mangiare un boccone, poi tutta una tirata fino a Catanzaro. Percorriamo la statale Jonica fino a Trebisacce, la strada è parecchio trafficata ma è bella e panoramica, per poi deviare verso l’entroterra calabrese diretti a Cosenza, dove ci siamo procurati dei panini e delle bibite per un piccolo spuntino; dopo una sosta di circa un’ora si continua con il viaggio per raggiungere Lamezia Terme e poi proseguire fino a Catanzaro. Di fatto abbiamo attraversato la Calabria dallo Ionio al Tirreno. Siamo arrivati allo stadio verso le quattordici, giusto in tempo per acquistare i biglietti e prendere posto. Gli spalti sono gremiti, anche perché ormai il Cagliari, dopo aver vinto lo scudetto, è considerata una forza della serie A e anche quest’anno sta facendo un campionato coi fiocchi, è seconda in classifica a pari punti con il Milan e dietro alla Juventus. Certo il Catanzaro non è una grande squadra e tra l’altro è messa piuttosto male, in quanto è terzultima in classifica; è pur vero che è una matricola, essendo salita in serie A l’estate scorsa; comunque ha dalla sua parte una tifoseria agguerrita e oggi gioca in casa. La partita ha inizio. Negli spalti si scatena un vero e proprio casino: fumogeni, mortaretti, poi urla e fischi all’indirizzo dei giocatori del Cagliari quando questi entrano in possesso della palla. Il primo tempo termina zero a zero, tuttavia visto lo sviluppo del gioco, il Cagliari meritava qualcosina di più. Inizia il secondo tempo e ricomincia il casino dei tifosi; dopo circa un quarto d’ora il Cagliari segna una rete con Brugnera. Di colpo lo stadio ammutolisce, si sentono soltanto i nostri ajò e i nostri forza casteddu. Loro, i tifosi del Catanzaro, tutti zitti mentre quelli seduti vicino a noi ci guardano di brutto. Però la nostra esultanza è di breve durata, infatti passa soltanto un minuto e il Catanzaro pareggia. Di nuovo razzi, fumogeni e mortaretti, ma come spesso succede nel calcio, anche la loro allegria cessa di colpo, infatti dopo neanche cinque minuti Nenè insacca il gol del due a uno. Di nuovo sugli spalti tutto tace, c’è un silenzio assordante. Poi è tutto un arrembaggio da parte dei giocatori del Catanzaro fino al termine della partita. Siamo arrivati al novantesimo e quando ci alziamo per abbandonare lo stadio, contenti per la vittoria e il consolidamento del secondo posto, a tempo ormai scaduto ci pensa l’arbitro siciliano Lo Bello ad inventare di sana pianta un rigore in favore del Catanzaro. Tiro dal dischetto e pareggio: futios! Però bisogna riconoscere che è stata una bella partita.

PIOVE

Sembra proprio che non voglia smettere di piovere, che sun calande sas arias, come diciamo dalle nostre parti. Sta piovendo da cinque giorni, giorno e notte, ininterrottamente. La situazione oltre che critica sta diventando anche pericolosa. Non si può andare a lavorare perché la strada per Pisticci Scalo è interrotta in più punti da cumuli di argilla che ne ostruiscono la carreggiata e in qualche punto la strada è franata di qualche metro. Cosa da non credere e da far paura. Meno male che da alcuni giorni non sono più solo, in quanto sono rientrati a Pisticci C e Gianfranco. I padroni di casa ci hanno assicurato che la zona dove abitiamo è da considerarsi tranquilla, almeno per quanto riguarda gli smottamenti non abbiamo nulla da temere. Ci sono anche delle difficoltà nel recarsi a fare le compere del necessario per mangiare, perché nella via dove abitiamo ci sono diverse gradinate costruite per spezzarne la forte pendenza e dato che i gradini sono piuttosto stretti, le scale stanno diventando scivolose e pericolose. Qua a Pisticci si sono verificati dei disastri anche con tanti morti, dovuti alle frane e agli smottamenti causati dalle forti piogge. Non lontano da dove abitiamo c’è una via con tutte le case disabitate in quanto sono state evacuate e abbandonate quando si sono resi conto che qualcuna di queste iniziava lentamente a “scivolare” a valle a seguito di un leggero smottamento; in quel rione le case sono state costruite sopra una collina di argilla.

Finalmente dopo tanti giorni di pioggia è tornato il sereno, ed era ora dato che avevamo l’umidità fin dentro le ossa. La vita riprende, siamo tornati al lavoro in fabbrica e alla vita serale con le passeggiate nel corso. Ieri al rientro dal lavoro son salito in paese con la macchina di “su conte”, che doveva venire a Pisticci per delle compere. Una volta arrivati ha parcheggiato la sua cinquecento nella Piazza Dei Caduti e siamo entrati al bar Pisticci per farci una birretta. All’uscita, prima di risalire in macchina per andare via, lui mi guarda con quel sorrisetto che ormai conosco e che ha il significato di: ora ci divertiamo un po’. Nella piazza c'è parecchia gente, perlopiù persone anziane che entrano ed escono dal bar per il solito goccetto. Il “conte” sale in macchina, mette in moto e fa retromarcia, ma anziché uscire dritto dal parcheggio, fa una piccola sterzata fermandosi poco prima di andare a sbattere contro l’auto parcheggiata a fianco. Io faccio finta di guidarlo dandogli i suggerimenti su come sterzare, mentre lui con il busto fuori dal finestrino, fa esattamente il contrario. Dopo un po’ mi ritrovo insieme ad un’altra decina di persone a dare le dritte, accompagnate da qualche imprecazione, su come manovrare il volante per poter uscire dal parcheggio. Uno di questi lo guarda con una punta di commiserazione e rivolgendosi a me: -"Ma chi gli ha dato la patente a questo qua?” Dopo una decina di minuti di “frena - vieni ancora - sterza tutto - ancora mezzo metro - attento a destra...”, è uscito dal parcheggio e dopo avermi salutato con l’occhiolino si è immesso sulla strada principale; mentre le persone che hanno “collaborato” continuano a commentare sulla capacità di guida del “conte” chiedendosi su dove e chi gli avesse dato la patente.

APPROCCIO

Una sera appena arrivati al corso per affrontare la solita passeggiata si avvicina un giovane, più o meno della mia età, che si presenta dicendo di chiamarsi FM, poi con fare timido chiede informazioni sulla nostra provenienza. Nessuna difficoltà ad esaudire la sua curiosità, del resto la stessa domanda ce l’hanno posta tante ragazze e altrettante madri di famiglia, quindi ci sta che ce lo chieda anche qualche ragazzo; in fondo fare amicizie sia maschili che femminili è sicuramente un nostro obiettivo, considerato che ci siamo prefissati di allargare il più possibile la cerchia delle conoscenze. Dal giorno della presentazione questo giovane, ogni sera durante la movida, appena vede qualcuno dei nostri si aggrega, come se fossimo grandi amici; quando si entra al bar anche lui offre il giro così come facciamo noi. Non abbiamo capito esattamente che lavoro faccia; ci ha detto che per passatempo ogni fine settimana si reca nella fornace di argilla dove acquista per poche lire dei manufatti cotti grezzi, tipo vasi, anfore e lucerne, quindi li vernicia con uno smalto lucido trasparente e una volta asciugati li abbellisce con delle pitture di figure egizie e romane; a lavoro ultimato riesce a venderne parecchi. Prima o poi diventeremo anche noi suoi clienti.

FESTICCIOLA

Ormai le conoscenze e le amicizie femminili stanno diventando sempre più numerose, alcuni del nostro gruppo hanno la ragazza e ci passeggiano insieme durante le vasche al corso. Stiamo pensando di organizzare una festicciola nella casa dove abita Franco M. insieme agli altri tre, anche perché il loro appartamento è quello che si presta di più essendo posto a pianterreno oltre ad essere situato in una via piuttosto isolata. Questo permette alle ragazze di restare lontane da occhi indiscreti e soprattutto dalle malelingue, sempre pronte ad occuparsi degli affari degli altri e mai dei propri. Abbiamo trascorso la mattinata pulendo e dando una sistematina al camerone, addossando i quattro letti al muro facendoli diventare dei comodi divani e in modo tale da tenere libero il centro del locale. Su una sorta di libreria abbiamo sistemato il mio giradischi, posizionando le casse a qualche metro di distanza, una distante dall’altra in modo tale da poter apprezzare l’effetto stereo. Il nostro gruppo è composto da otto ragazzi e in base agli inviti e ai passa parola abbiamo la certezza della presenza di una decina di ragazze. Su un altro tavolino vicino al giradischi abbiamo sistemato delle bibite, aranciate e coca cola per le ragazze e il solito per noi, cioè un paio di bottiglie di amaro Lucano.

Tutto è andato alla perfezione e senza alcuno intoppo; le ragazze sono rimaste un paio d’ore, più o meno il tempo che normalmente dedicano tutte le sere alla movida nel corso. Si sono create nuove coppie e l’unica preoccupazione è stata la presenza di alcune ragazze minorenni arrivate insieme alle altre, perché sorelle di qualcuna di loro o amiche di passeggiata. Le ragazze hanno apprezzato molto l’organizzazione e la posizione strategica della casa, lontano da sguardi curiosi. Crediamo che vista la riuscita della serata, d’ora in poi questa casa diventerà il ritrovo per future feste di compleanno e/o serate danzanti.

MATRIMONIO DI MIO FRATELLO

Tra una quindicina di giorni si sposa mio fratello e dovendo rientrare in paese ho già prenotato dieci giorni di ferie, in quanto conto di restare a casa quindici giorni cioè la settimana prima e quella dopo il matrimonio. Certo ci sarà parecchio da lavorare, dal momento che mio fratello intende organizzare uno sposalizio tradizionale con due giorni di festa e con più di trecento invitati. Si cucinerà nel cortile di casa e per la preparazione dei pasti sono state ingaggiate due cuoche che si prestano per questo tipo di cerimonie, con un grosso bagaglio di esperienza. Si mangerà nella casa di mia zia, un locale dirimpetto a casa nostra, completamente vuoto in quanto i miei parenti da qualche anno si sono trasferiti a Sassari.

Prendo il treno per Napoli il venerdì dopo pranzo, per poi proseguire per Roma Termini, quindi ancora il treno per la stazione marittima di Civitavecchia. Prima di salire a bordo della nave Tirrenia (di nuovo a contatto con quei simpaticoni di napoletani) c’è il tempo di mangiare una carbonara in una trattoria antistante il porto. Traversata tranquilla e una volta arrivato ad Olbia prendo posto sulla saetta sarda per Macomer, dove mi aspetta mio fratello con la sua Cinquecento. Una volta arrivati a casa, neanche il tempo di riposarmi, che vengo coinvolto nella frenesia dei preparativi. La domenica prima del giorno dello sposalizio, cioè la settimana prima, c’è la preparazione del pane, pane modde e simbula pintada, focacce e pane di semola decorato e intagliato, un pane da cerimonia; in queste occasioni l’impegno dei ragazzi è quello di girare la manovella della impastatrice e poi a notte fonda riaccompagnare a casa loro le donne coinvolte nei preparativi. Il lunedì si inizia con la pulizia del locale che verrà utilizzato per i festeggiamenti e con il fare la conta di quante persone si riesce a sistemare in ogni stanza; poi c’è da procurare i tavoli, le sedie e i banconi, possibilmente annotandoli in quanto ogni oggetto che viene preso in prestito bisogna poi restituirlo al legittimo proprietario. I primi tre giorni della settimana passano con questi preparativi, poi il giovedì si macellano i maialetti e le pecore necessarie per la festa: i maialetti per l’arrosto, le pecore per il brodo e per il bollito. Il venerdì ragazze/i consegnano su pranzu, cioè una corbula con dentro pane dello sposalizio, vino e un pezzo di filetto di vitello, ai parenti stretti e ai padrini e madrine degli sposi e da questi ritirano i regali, che di solito comprendono servizi di piatti, posate e tegami per arredare la nuova casa. Il sabato parenti e amici bene agghindati per partecipare alla cerimonia, mentre io devo restare a casa insieme a qualche altro parente per gli ultimi ritocchi. Mamma l’aveva promesso alle cuoche, che sarei arrivato io, che sono isvertu, cioè in grado di affrontare eventuali problemi.

All’arrivo degli sposi è tutto pronto con i gruppi di ragazze e ragazzi organizzati in coppia per servire a tavola. Si inizia con gli antipasti di prosciutto, salame, salsiccia, pancetta e olive confettate, mentre le cuoche buttano giù la pasta, sos macarrones ascaos, gli gnocchetti fatti in casa e conditi con un ragù a base di carne di maiale, lardo e polpa di carne di pecora, di una bontà infinita. Io intanto faccio il giro nelle varie stanze per sentire gli umori dei commensali e prendere gli ordini da parte di quelli più esigenti che odiano vedere la bottiglia del vino mezzo vuota, tanto che appena ti avvicini al loro tavolo ti urlano "oh tue, ‘atti un’ampulla de ‘inu”. Ogni tanto nel via-vai tento di irretire una bella ragazza di un paese vicino che serve ai tavoli e che sistematicamente mi manda a quel paese, (non al suo, a quell’altro…!).

Dopo i due giorni di festa, nuovamente al lavoro, questa volta al contrario rispetto alla settimana precedente, ossia riconsegnare tutto ciò che era stato preso in prestito e pulizia dei locali. Il giovedì e il venerdì a casa con babbo e mamma, per rispondere alle loro mille domande, su come me la passo a Pisticci, sulla salute e sul tempo. Il sabato pomeriggio viaggio a ritroso, da Macomer ad Olbia in treno, la nave per Civitavecchia, quindi arrivo alla stazione Termini di Roma. Qua, sentendomi in dovere di salutare i vecchi amici, vado a fare una visitina all’Università Gregoriana per trovare, oltre ai vecchi compagni di lavoro, l’irlandese di Belfast padre ‘O Farrel e il fratello basco Elzaguirre. Tutti e tre abbiamo in comune un forte senso di appartenenza e attaccamento per la propria terra. Dopo avere salutato la vicina Fontana di Trevi, di nuovo alla stazione Termini per prendere il treno per Napoli e poi per Pisticci. Una volta accomodato sul treno rivivo con la mente, come in un film, i momenti più belli degli anni trascorsi a Roma; sento un po’ di nostalgia tanto che mi assale la malinconia e gli occhi diventano lucidi.

FINTA DROGA

FM il ragazzo pisticcese aggregato al nostro gruppo, negli ultimi tempi sta diventando piuttosto invadente. Tutte le sere appena vede qualcuno dei nostri al corso che passeggia con una ragazza durante la movida, lui cosa fa: si avvicina e piano piano, con la scusa di chiedere informazioni su qualcosa, si affianca e prosegue anche lui la passeggiata, la ragazza da una parte, lui dall’altra e il nostro in mezzo; a nulla servono le brutte occhiate e qualche gomitata per fargli capire che è di troppo, a volte viene proprio la voglia di cacciarlo via in malo modo. Lui, niente, fa l’indifferente e rimane appiccicato, sinceramente inizia a dare parecchio fastidio. Ne abbiamo parlato con gli altri del gruppo e tutti insieme abbiamo deciso di dargli una piccola lezione, nel senso di fargli qualche scherzetto. Detto, fatto.

La sera stessa, durante la passeggiata, quando come al solito si avvicina lo informiamo che dei nostri amici appena giunti dalla Sardegna hanno procurato un po’ di droga, chiaramente si tratta di roba leggera, sigarette preparate con un misto di hascisc e marijuana; se ci sta, stiamo pensando di riunirci l’indomani dopo cena a casa di Franco M. Ci dice che ci sta. Il giorno dopo al rientro dal lavoro abbiamo comprato un pacco di cartine e una busta di tabacco trinciato, poi arrivati a casa abbiamo preparato le sigarette aggiungendo al tabacco un po’ di zucchero, caffè macinato e una spruzzatina di dopobarba

La sera sul tardi una volta arrivati tutti, compreso FM, tiriamo fuori le sigarette da una scatolina di latta e nel mentre uno di noi lo informa sugli effetti di questo tipo di droga, dicendogli anche che noi l’abbiamo già fumata il giorno prima e che la reazione è stata da sballo. L’effetto è pazzesco, ti fa vedere cose straordinarie, cavalli che corrono nella prateria, tu che corri in mezzo a loro, trottando, saltando e volando come se avessi le ali, poi di colpo anche tu diventi un cavallo…L’unico problema è che purtroppo, questa miscela non fa effetto a tutti, in quanto se uno per esempio è dell’altra sponda, cioè per essere chiari se è omosessuale, c’è il rischio che gli faccia un brutto effetto, cioè che gli crei del vomito e delle convulsioni. Questo è quanto gli viene detto, anche per costringerlo a dimostrare che gli fa effetto. Lui risponde che gli sta bene, di essere d’accordo e che comunque vuole provare. Si inizia accendendo due sigarette, passandocele l’un l’altro e facendo finta di tirare delle grosse boccate, espellendo subito il fumo dal sapore dolciastro direttamente dalla bocca, mentre lui inspira fin dentro i polmoni, facendo uscire il fumo dopo alcuni secondi dalle narici. Passato qualche minuto e non prima di aver fatto diverse tirate, qualcuno di noi fa finta di essersi trasformato in un cavallo, mettendosi carponi sul pavimento e battendosi le mani sul sedere, come per spronarsi. Ptru su cà!. Quasi subito anche lui fa altrettanto, inginocchiandosi e spronandosi e ogni tanto, cosa strana, urtando e strusciandosi agli altri cavalli. Una scena da cagarsi dal ridere, ma con grande sforzo da parte di tutti, la portiamo avanti fino in fondo, con la massima serietà. Dopo una decina di minuti poniamo fine alla scena, facendo finta di riprenderci e chiedendo a F.M. come si sentisse e quale era stato l’effetto. Ci racconta che gli è apparsa una mandria di cavalli che correvano nella prateria e lui era uno di loro. La sera sul tardi, una volta andato via FM, parlando di quanto era successo ci siamo sentiti un po’ in colpa, convinti di avergli creato dei problemi; qualcuno è dell'opinione che forse è giusto raccontargli tutto, cioè che si è trattato soltanto di uno scherzo. Decidiamo di lasciar perdere.

L’indomani nella passeggiata serale è di ottimo umore, si avvicina al gruppo per chiedere se è avanzato qualcosa dalla sera prima, perché lui è disponibile a ripetere l’esperienza, poi con indifferenza, tanto per cambiare, si aggrega a quello dei nostri che sta passeggiando con la ragazza.

VITA DI FABBRICA

Il lavoro in fabbrica procede nel migliore dei modi e sempre più spesso i colleghi dell’officina elettronica mi danno la possibilità di lavorare in autonomia. Normalmente in impianto si va in due, sebbene ognuno svolga la sua parte di lavoro; laddove ci sono strumenti della stessa tipologia, su uno esegue la manutenzione il collega mentre sull’altro la faccio io. Tutte le mattine interveniamo nei reparti di produzione delle fibre, dove in ogni linea sono montati i cosiddetti registratori di campo, che ti permettono di poter verificare in qualsiasi momento della giornata l’andamento di una grandezza fisica da tenere sotto controllo e quindi registrare, la temperatura, la pressione o la portata, riferita ad una determinata macchina. Questi registratori sono provvisti di due pennini, che vengono fatti scorrere su un asse da un segnale elettrico; i pennini inchiostrati vanno a posarsi su un rotolo di carta diagrammata trascinata lentamente da un motorino, lasciando sulla stessa due tracce di colore diverso nelle ventiquattro ore. Queste tracce sono riferite alla temperatura o alla pressione presente in quel momento sulla macchina. Registratori e tanti altri strumenti necessitano di una manutenzione giornaliera, sia per verificare lo stato del rullo, del motorino che trascina la carta e la presenza di inchiostro nei pennini, oltre alla pulizia e l’ingrassaggio o oliatura di tutte le parti in movimento. In certi reparti di produzione la temperatura ambiente e l’umidità sono piuttosto elevate tanto che è possibile lavorarci solo per pochi minuti, il che ci costringe ad intervallare il lavoro. All’esterno di tutti i reparti esistono dei posti fumo e dei locali dove si recano i lavoratori turnisti per fare colazione.

Una mattina in uno di questi locali trovo due operai che si preparano la colazione; il primo prende dalla sua borsa un panino e dopo averlo aperto a metà con un coltellino vi strizza un pomodoro su ambo le parti con l’aggiunta di una spruzzatina di sale, poi passa questo pomodoro mezzo strizzato al collega che a sua volta, dopo aver tagliato un altro panino, continua a spremercelo sopra. Costui, vedendo che lo guardo un po’ stupito e forse pensando che non avevo ancora fatto colazione, prima di mettersi a mangiare mi porge il pomodoro ormai già appabassau insieme ad un altro pezzo di pane, chiedendomi se voglio favorire. Lo ringrazio dicendo di aver già fatto colazione al bar. Accettando, quel piccolo pomodoro avrebbe soddisfatto tre persone. Anche questa è vita di fabbrica.

Oltre che nei reparti di produzione, si va a fare la manutenzione anche nei laboratori chimico e tessile dove la maestranza è quasi tutta femminile, perciò il reparto è sicuramente più gradevole, non solo per la presenza delle ragazze ma anche per i dati ambientali più a norma. Nei laboratori si fa la manutenzione ai vari strumenti utilizzati per verificare la bontà della fibra prodotta.

FINE DI UNA AMICIZIA

Con le belle giornate primaverili, nei giorni di festa, ci rechiamo in una zona periferica di Pisticci, dove c’è una strada poco trafficata che guarda verso la vallata del fiume Basento e lo stabilimento dell’ANIC; questa zona è del tutto simile a “su marghinile”, la zona nord del mio paese, che si affaccia sulla piana di Ottana. È il posto ideale per delle partite a morra senza essere disturbati e senza disturbare a nostra volta. Un giorno, uno non impegnato nel gioco si avvicina alla scarpata a fianco della strada e con stupore vede diversi cespugli di finocchietto selvatico; non ci eravamo mai accorti, o forse non avevamo mai fatto caso, che crescesse anche da queste parti; è vero che il clima non è molto diverso dal nostro, quindi è del tutto normale che siano presenti determinate erbe. Ricordo di aver visto del finocchietto selvatico durante un mio viaggio in Toscana, dalle parti di Cecina, l’avevo anche colto ma non aveva nessun odore e tantomeno sapore; questo invece ha un aroma intenso tanto che dopo averne assaggiato un pezzo si decide di raccogliere il necessario per cucinarlo, sebbene FM ci consigli di lasciar perdere sostenendo che si tratta di un’erba che a Pisticci nessuno coglie in quanto velenosa. Non gli diamo retta. La sera con tutto il gruppo ci ritroviamo a casa mia per cucinare il finocchietto; dopo averlo cimato, una bella sbollentata in acqua e sale, per poi soffriggerlo in padella con tanta pancetta. Il sapore è ottimo, del tutto uguale a quello che cucinano le nostre mamme. Ne mangiamo tutti, continuando poi il pasto con prosciutto e formaggio sardo, il tutto accompagnato da un robusto cannonau di Oliena portato da Gianne. È presente, come altre volte, anche F.M. che assaggia il finocchietto senza dare molta importanza alla velenosità, anzi mangia e beve a quattro ganasce. Poco dopo, forse anche per colpa del Nepente di Oliena, inizia a comportarsi in modo alquanto strano, si avvicina ora all’uno poi all’altro strusciandosi con il suo sedere. Ci guardiamo in faccia come per dire che questo suo comportamento conferma quello che in fondo abbiamo da tempo intuito, cioè che sia omosessuale. Lui continua a strusciarsi, fino a quando qualcuno inizia a scocciarsi e lo riprende, ma lui tenta di scusarsi sostenendo che probabilmente è l’effetto del finocchietto. Gianne gli dice che sicuramente si sbaglia, in quanto secondo lui è più probabile che l’effetto sia quello del finocchione; scoppiamo tutti a ridere. Uno dei nostri comunque non la prende molto bene, tanto che acchiappa una scopa e lo minaccia dicendogli che se si riavvicina gli infila il manico nel sedere. Di colpo scompare la finta imbreaghera e se ne va via. Fine di un’amicizia.

ARRIVO DEL SOCIOLOGO

Oggi è arrivato dalla Sardegna un sociologo, il dottor S; è sardo come noi ed è anche lui dipendente ENI. Di pomeriggio ha presieduto un’assemblea presso il centro addestramento per informarci che è sua intenzione incontrarci singolarmente per una chiacchierata amichevole su come sta procedendo il nostro inserimento nel tessuto sociale locale, sia dentro la fabbrica che nel territorio. Gli incontri si terranno durante l’orario di lavoro.

Questo sociologo io l’ho conosciuto quando ero disterrau a Roma dove lavoravo come cameriere all’Università Gregoriana; lui frequentava l’Università dove studiava Scienze sociali e Filosofia. Quando lo incontravo in qualche aula dell’ateneo si fermava per chiedermi notizie della nostra cara isola e come procedeva il mio lavoro, sapeva anche del diploma che avevo conseguito frequentando l’Istituto Radio e Televisione e della mia specializzazione nel campo radiotecnico; un giorno mi disse che si sarebbe impegnato nel darmi una mano nella ricerca di un posto di lavoro adeguato. In quel periodo avevo inviato dei curricula a diverse società, tra cui l’IBM, ma sempre con risposte negative. S. disse di aver un buon rapporto di amicizia con un Padre professore dell’Università, che a sua volta contava amicizie all’interno del Vaticano per cui si accennò ad una possibile assunzione alla Radio vaticana. Questo professore era un mio cliente, per così dire, dato che aveva la residenza al Palazzo Frascara, dove mi ero trasferito da un paio di mesi; il mio compito era quello di preparare la colazione per i Padri professori che abitavano in questo palazzo, sempre di proprietà della Gregoriana e da questa distante una decina di metri.

Dormivo in una cameretta del palazzo; tutti i giorni di prima mattina scendevo in portineria per ritirare il latte e il pane che poi portavo in cucina. Dopo aver apparecchiato i tavolini preparavo il caffè che versavo dentro a delle caraffe a disposizione insieme al latte, al burro e alle marmellate per i più mattinieri. Di seguito affettavo il salame e il prosciutto, che arrivava insieme all’olio, alle uova e alla carne, da una fattoria nella Ciociaria di proprietà dell’Università. Una volta preparato tutto dovevo soltanto aspettare; dalle sette alle nove arrivavano quasi tutti per la colazione con il caffellatte e le rosette con burro e marmellata. Dalle nove alle dieci tornavano i Padri, soprattutto quelli più giovani, per mangiare qualche panino con salame o prosciutto e non mancava quello che mi chiedeva un uovo al tegamino. Verso le undici si ripresentavano in mensa quasi tutti i padri statunitensi, bentri segaos, per completare la loro colazione con una fettina alla piastra. Il mio lavoro giornaliero si concludeva a mezzogiorno, dopo aver lavato le stoviglie e riassettato sia la cucina che la mensa.

Questo Padre si mosse con discrezione, nel tentativo di darmi una mano, ma purtroppo inutilmente. Infatti alla fine si rese conto, o meglio ci rendemmo conto, che per poter lavorare alla Radio Vaticana era prioritario essere parente stretto di qualche vescovo o in seconda battuta di qualche monsignore.

Tornando alla visita a Pisticci del sociologo, un giorno ci ritroviamo a pranzo nella mensa aziendale, rispolverando i ricordi dei trascorsi romani. Mi chiede come mi trovo a Pisticci, se ho creato delle amicizie, specialmente femminili, e così via. Si ferma in azienda per una settimana, per poi ripartire per raggiungere un altro stabilimento del gruppo.

BELLA MORETTA

Da qualche mese ho conosciuto una ragazza molto carina, ha i capelli corti alla maschietta e un’aria da sbarazzina; tutte le sere esce per fare compagnia ad una sua amica che fila con uno del nostro gruppo. Si passeggia spesso insieme durante la movida e con il passare del tempo, tra di noi è nata una forte attrazione. Giorno dopo giorno ci rendiamo conto che le passeggiate con le strette di mano o qualche carezza furtiva non bastano più, tanto che stiamo prendendo in considerazione la possibilità di trovare un posticino per poterci appartare. Portarla a casa mia non è fattibile e per altre case è lei a non essere disponibile. Finalmente un giorno si trova la soluzione: c’è una sua amica che ha la casa in una zona disabitata, nel rione da dove hanno fatto sgombrare tutte le famiglie per rischio frane, in quanto quasi tutte le case sono state costruite su un dirupo argilloso e qualcuna con le forti piogge ha iniziato a scivolare lentamente a valle. Diciamo che il pericolo si presenta soltanto dopo forti e frequenti piogge, ma ormai siamo a fine primavera ed è arrivato il bel tempo. Appena entrata in possesso della chiave di questa casa si è avviata per raggiungerla, mentre io l’ho seguita a debita distanza. Una volta intrufolati dentro, subito abbracci e baci dati con avidità, poi dopo qualche minuto lei si gira dall’altra parte mostrandomi la schiena, mormorando quasi sottovoce, come una litania, “tanto io amo Rocco, tanto io amo Rocco!” Mi fermo quasi interdetto, la guardo e dico: comente!? Ma ite ses nande, boh! Amerai pure Rocco, ma così non c’è più poesia. Mi ritorna in mente quell’altra che in una circostanza analoga si mise a cantare " io l’altra notte l’ho tradito…ma l’abat-jour". Questa continua con la frase "tanto io amo Rocco", come a cercare un’attenuante alla sua coscienza per quello che in fin dei conti vorrebbe fare. Mi è venuto spontaneo dirle: ma vaffanculo, tu e Rocco, io proprio non capisco perché cavolo ti sei messa con me, poi in fondo se siamo qui è perché lo volevamo tutti e due e in fin dei conti non sei più una bambina perciò potevi tranquillamente valutare le tue azioni.

Evidentemente i bollori primaverili erano più forti del grande e smisurato amore per Rocco, tanto che ho continuato a frequentare quella casa, disabitata e mezzo smottata, con questa ragazza. Di fatto diventai padrone di quella casa. La vera padrona, o meglio la figlia della padrona, mi aveva affidato la chiave, investendomi del potere di utilizzo, senza alcun limite. In fondo non esistevano dei pericoli, in quanto in tutto il rione interessato dagli smottamenti, questa era una delle tante case non lesionate dalla frana, sebbene classificata pericolosa in quanto facente parte della zona rossa. Qualcuno venne a conoscenza del mio possesso, tant’è che un giorno un ragazzo del paese, frequentatore delle nostre feste da ballo, durante la passeggiata serale mi chiamò in disparte chiedendomi se c’era la possibilità di poter utilizzare la casa. Chiaramente gli ho spiegato di non poter prendere decisioni prima di sentire la padrona, che la sera stessa mi diede carta bianca. Così quella chiave passò di mano in mano, da questo ragazzo a qualche suo amico. Mi trovai gestore di una casa di appuntamenti, ma senza portafoglio!

SCIOPERO PER IL CONTRATTO

Ed eccoci arrivati al giorno dello sciopero. La sera prima tutti i componenti del gruppo, compreso quelli che abitano a Ferrandina e Bernalda, ci siamo dati appuntamento a Pisticci per allestire un paio di cartelli con gli slogan e le motivazioni dello sciopero e per la stampa di un pacco di volantini utilizzando il ciclostile messoci a disposizione dalla sezione del partito comunista di Pisticci. Quindi la mattina dello sciopero, poco dopo l’alba, tutti e trenta i ragazzi del primo corso insieme ad alcuni dei diplomati sardi che abitano in foresteria, ci siamo ritrovati davanti ai cancelli d’ingresso dello stabilimento. La tattica studiata per poter far fronte ai tanti lavoratori, specialmente giornalieri, che sicuramente faranno un tentativo per entrare a lavorare è quella di sistemarci negli ingressi obbligati e delimitati dai tubi d’acciaio, piazzandoci almeno in otto per ogni passaggio, in modo tale da creare un vero e proprio tappo. All’occorrenza nel caso di una forte pressione da parte dei potenziali crumiri, c’è la possibilità da parte nostra di aumentare la resistenza, aggrappandoci ai passa mano metallici. Verso le cinque e mezzo arrivano i primi turnisti, cioè quelli che iniziano il loro lavoro alle sei di mattina, poi dopo qualche ora arrivano anche i giornalieri, la maggior parte impiegati e addetti alle manutenzioni. Tutti quanti vedendo gli ingressi bloccati restano nei paraggi, creando dei capannelli che vengono raggiunti dai nostri distributori di volantini per spiegare loro il motivo dello sciopero. Molti sono indecisi sul da fare, diversi salgono nuovamente sui pullman per fare ritorno a casa. Quelli che pensano di entrare non sono molti e per di più sono consapevoli di non essere in grado di creare la forza necessaria per poterci sopraffare. Verso le nove arriva la polizia che si tiene a distanza, limitandosi a tenere sotto controllo la situazione. Qualche ora dopo, quando all’esterno e nelle vicinanze dei cancelli si è creata una folla, i più decisi e agguerriti con la volontà di entrare a lavorare a tutti i costi, iniziano a pressare ammassandosi sul passaggio dove mi trovo io, tanto che ci costringono a mollare per un attimo la presa e tra gli spintoni da ambo le parti cinque di loro riescono a sgattaiolare all’interno dello stabilimento. Bisogna correre ai ripari, così mi viene l’idea di prendere a calci negli stinchi quelli che mi pressano, tanto la folla copre le mie mosse; gli altri colleghi vedendo quello che faccio fanno altrettanto, dando anche loro calci a quelli che hanno addosso e contemporaneamente iniziamo ad urlare, gridando che ci stanno menando. Alle urla si avvicinano i poliziotti che, bontà loro, li costringono a desistere e ad allontanarsi, convinti anche loro che quelli che vogliono entrare ci stiano usando violenza. Riusciamo a tenere l’ingresso bloccato per tutta la mattinata. Tra le persone trattenute all’esterno c’è anche il capo impianto del poliestere che ha necessità di entrare per poter intervenire su un’emergenza in una delle linee di produzione. Niente da fare, non deve entrare più nessuno, neanche il direttore di stabilimento che, presente al blocco, ci chiede di permettere l’ingresso del capo impianto. Ad uno dei nostri viene un’idea, che subito propone al direttore. "Noi facciamo entrare il capo impianto, se lei fa uscire quei cinque che ci sono scappati". Il direttore, con un sorriso divertito acconsente e infatti manda subito una guardia della portineria a rintracciare i cinque per riaccompagnarli fuori dalla fabbrica. Dopo una decina di minuti arrivano i crumiri accompagnati dalla guardia ed escono fuori tra fischi e urla. Il blocco viene mantenuto fino a quando la piazza antistante l’ingresso dello stabilimento non si è svuotata e tutti sono andati via.

Un successo, uno sciopero da ricordare e che ricorderanno! L’indomani un giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, in cronaca di Matera, parla dello sciopero titolando così il suo articolo: "Trenta pastori sardi bloccano duemila pecore lucane".

FESTE DA BALLO

Intanto le feste a casa di Franco M proseguono quasi a cadenza settimanale. Ormai il mio giradischi è posizionato sopra un tavolino della loro camera, direi in maniera definitiva. Ogni sabato c’è la cerimonia dello spostamento dei letti che di colpo diventano dei perfetti divani, dando alla camera una parvenza di salotto, con la parte centrale utilizzata come pista da ballo. Un giovane del paese, nostro conoscente, ha chiesto di poter partecipare alle nostre feste danzanti insieme alla sua ragazza e l’abbiamo accolto con piacere, l’importante è rispettare quella che è la capienza della camera; anche se, a onore del vero, capita spesso che una delle coppie si trasferisca in cucina o anche nel bagno, ma penso che lo facciano volentieri.

Tra i pochi ragazzi pisticcesi aggregati al nostro gruppo, ce n’è un altro che si accompagna con una bellissima ragazza che lavora nello stabilimento dell’amaro Lucano. A volte qualcuno dei nostri, quelli che non hanno la ragazza, montano uno stratagemma: mentre uno offre da bere al ragazzo, tenendolo impegnato in qualche discussione, l’altro invita la bella a ballare, tanto che qualche pomiciata ci scappa sempre. La volta seguente si invertono le parti, tra chi discute e chi balla. Certo è una carognata, sicuramente il ragazzo si accorge della manfrina, ma preferisce lasciar perdere, in fondo non è geloso. La serata è sempre accompagnata da musica e canzoni ballabili e come canta la Pavone, il ballo preferito è sempre quello del mattone, abbracciati, dondolando sulla stessa mattonella! Il brano più suonato è Maria Elena di Santo e Johnny e delle volte appena terminato lo fanno ripartire, forse per non interrompere il discorso tra i partner; va forte anche It Ain’t Gonna Work Baby, un lento strepitoso e bellissimo anche da ascoltare; il titolo tradotto letteralmente è “non funzionerà piccola”, ma funziona, altro che se funziona! Questa canzone fa parte dell’LP di Joe Tex I Gotcha. Normalmente ogni coppia occupa il suo mezzo metro quadro e tanti, quasi tutti, continuano a ballare anche senza musica, cioè tra un disco e l’altro. Capita di doversi spostare da quel mezzo metro quadro solo per andare a bere o per sedersi, si fa per dire, in uno dei letti appena si libera qualche posto. Certe volte qualche buontempone mette su un disco di musica Rock oppure qualche Twist, ma tutti quanti continuano a ballare il lento, con la scusa che non c’è abbastanza spazio per sbracciarsi. Si va avanti così per almeno tre o quattro ore. Ormai la gioventù del posto, sia femminile che maschile, è a conoscenza delle nostre feste, con tanta invidia da parte di molti; qualcun’altro vorrebbe partecipare, ma purtroppo lo spazio è quello e solo noi sardi siamo una decina, metà di noi ha la ragazza e i restanti si dilettano a fare i lupi.

RAGAZZA DI FERRANDINA

Intanto il mio lavoro in fabbrica procede nel migliore dei modi. Tutte le mattine si va negli impianti di produzione per effettuare la manutenzione degli strumenti, a volte in compagnia dello strumentista del posto, spesso anche da solo. Di solito la manutenzione programmata occupa tutta la mattinata, ma lavorando di buona lena si riesce a terminare in un paio d’ore; ed è proprio in queste occasioni che vado a trovare i paesani o gli altri sardi nel loro posto di lavoro; il più delle volte vado nel laboratorio tessile per trovare Salvatore C, dove fa la sua preparazione come assistente capo reparto. In questo laboratorio vi lavorano come analiste parecchie ragazze, alcune di loro sono le stesse che hanno fatto il corso di addestramento durante la nostra permanenza al centro, quelle che giocavano insieme a noi a tzacca e pone, cioè allo schiaffo del soldato. W, una delle ragazze che esegue i test di elasticità sulla fibra, ha destato il mio interesse; è di Pisticci e ha più o meno la mia età, è molto carina ma è sempre imbronciata, poche volte l’ho vista sorridere; mi fermo spesso a parlare con lei. C’è anche L una ragazza di Ferrandina, che al contrario di W è sempre sorridente ed espansiva, ogni volta che vado in laboratorio mi ricorda che siamo invitati, io e Salvatore, a cena a casa sua. Me lo ricorda ogni volta che mi vede, sicuramente vuole ingraziarsi Salvatore, perché sa che io ho altre mire; forse crede che invitando tutti e due ci sono più possibilità che si accetti e infatti concordiamo la visita per il sabato successivo.

Il sabato sera dopo aver comprato una scatola di Baci Perugina al bazar del quartiere, ci siamo avviati verso il paese di Ferrandina che dista una quindicina di chilometri da Pisticci Scalo. L’appuntamento con L è nella piazza centrale del paese, non lontano dalla chiesa di Santa Maria; all’ora stabilita ci ritroviamo sul posto e insieme facciamo un giretto nelle vie del centro per poi tornare nella piazza anche per poter ammirare dall’esterno la chiesa Madre che è molto bella. Da queste parti la chiesa più importante del paese viene chiamata chiesa Madre, è come se noi in paese chiamassimo chiesa Madre la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Poi entriamo in un bar per prendere l’aperitivo e mentre si sceglie cosa bere L si rivolge a me con frasi in dialetto, tentando di trascinarmi e sfidandomi a rispondere in lucano; è vero che in questi due anni ho imparato parecchie parole della loro parlata, ma non abbastanza da poter affrontare un discorso, così le rispondo con frasi miste lucano-sardo ed è divertente quando lei mi guarda con fare interrogativo chiedendomi: cià dit? cosa hai detto. Dopo l’aperitivo ci rechiamo a casa sua dove abita da sola, dato che ha abbandonato la casa dei genitori appena ultimata la ristrutturazione di quest’appartamento. Ormai è ora di cena, ci fa accomodare in sala da pranzo, mentre lei si sposta in cucina per poi rientrare con il vassoio degli antipasti, un misto di affettati, con delle ottime salsicce, del buon salame con olive e verdure gratinate. Niente primi piatti, ma diverse pietanze cucinate di pomeriggio, il tutto annaffiato da una bottiglia di vino Aglianico. Ottima cena, le facciamo i complimenti. Si vede che lei è felice e che gradisce molto la nostra compagnia, ha molta voglia di parlare. Si parla di tutto, fa anche delle domande personali, sulle nostre famiglie, forse vuole sondare per capire come è la “situazione” sentimentale di Salvatore. Di sicuro ho capito che si sente molto sola e ha bisogno di compagnia. Parliamo parecchio anche noi ma credo che la nostra parlantina sciolta sia dovuta a qualche bicchiere di troppo, sia di vino che di Amaro Lucano.

Andiamo via da casa sua a notte inoltrata, ringraziandola e promettendole un’altra visita a breve.

QUADRISTI

Nell’ultimo periodo il gruppo dei sardi presente in val Basento sta diventando sempre più numeroso; infatti, nei giorni scorsi ne sono arrivati degli altri, giovani e meno giovani, per essere preparati come quadristi. Nella gestione degli impianti industriali la figura del quadrista ha un ruolo molto importante in quanto è colui che ha il compito di tenere sotto controllo il ciclo produttivo di un impianto. Di norma il quadrista opera in una sala dove vengono raccolte, istante per istante, tutte le informazioni relative alla funzionalità e all’andamento delle apparecchiature montate in ogni parte dell’impianto. Concretamente in questa sala arrivano dei segnali elettrici o pneumatici provenienti dai vari punti della linea di produzione e riconducibili alla temperatura effettiva presente in una macchina, o al livello di un serbatoio, oppure ancora alla portata di una tubazione, ecc. Questi segnali vanno a finire su degli strumenti, provvisti di scale graduate, per ogni tipologia di grandezza fisica, dando al quadrista tutte le informazioni relative all’andamento del ciclo di produzione, in modo tale da tenere la situazione sempre sotto controllo e quando necessario effettuare delle correzioni. Oltre agli strumenti, sempre a quadro, sono montati degli allarmi, visivi e sonori, che danno l’informazione di un’eventuale anomalia, in modo tale da poter intervenire per ripristinare il tutto. Possiamo dire che la sala quadri è il cervello dell’impianto da dove partono tutti i comandi che ne permettono il suo buon funzionamento; perciò il quadrista svolge un ruolo di primaria importanza nel ciclo produttivo di un’azienda.

Essendo la famiglia dei sardi in continua crescita, nasce anche l’esigenza di eleggere delle figure all’interno del gruppo, che si occupino di rappresentare e tutelare i lavoratori facendo da tramite con la direzione aziendale per qualsiasi problema che si presenti sul posto di lavoro, sia negli impianti di produzione che nelle officine dove siamo presenti. Abbiamo chiesto alla direzione del personale tre ore di permesso sindacale retribuito, previsto dal contratto, per una riunione nei locali del consiglio di fabbrica. Si è discusso di tutto e sono stati esposti i vari problemi, sia del collettivo che personali. Qualcuno dei nuovi arrivati si è informato sulla possibilità di poter fare qualche ora di straordinario, perché ha necessità di denaro in quanto quello che incassa come borsista non basta per campare la moglie e i due figli che sono rimasti in Sardegna. Si è poi passati alla votazione per l’elezione dei rappresentanti. Siamo stati eletti in tre, io, Angelo C. e Gianne.

BIGOTTA

Ieri Gianfranco è andato al mare insieme a Giorgio. Sono partiti in moto di buon’ora diretti alla marina di Pisticci, dandoci appuntamento a metà mattinata, quando li avremmo raggiunti con Salvatore e C. Noi dovevamo fare un salto a Ginosa per incontrare un sindacalista della CGIL per chiarire alcune problematiche relative al nostro lavoro in fabbrica. Verso le undici, arrivati alla marina di Pisticci, un tuffo in mare e una bella nuotata, prima di stenderci sulla sabbia per prendere il sole. Poco dopo mezzogiorno rientro in paese, loro davanti con la moto e noi dietro in cinquecento; rientriamo direttamente a casa per preparare la solita pastasciutta per tutti, mentre Gianfranco e Giorgio hanno deviato verso il corso, informandoci che avevano intenzione di recarsi al bar per prendere l’aperitivo.

Dopo circa mezz’ora, visto che la pasta era ormai servita a tavola e loro non ancora tornati, C è uscito per cercarli; li ha trovati al corso che discutevano animatamente con due vigili urbani. Era successo qualcosa d’incredibile e da non credere; i nostri avevano attraversato il centro per raggiungere il bar, ancora in tenuta da spiaggia, o meglio, mentre Gianfranco aveva dei pantaloncini diciamo normali, cioè uno di quelli acquistati al negozio o forse da qualche bancarella, Giorgio invece indossava un pantaloncino ritagliato da un vecchio paio di jeans, un po' corto, quasi mini ma come del resto vanno di moda oggi. Una bigotta vedendoli passare ed entrare al bar, ha pensato bene di telefonare ai vigili urbani, dicendo loro che al corso si aggiravano due giovani vestiti in modo sconcio e offensivo per la decenza. I vigili, ligi al dovere, accorrono subito, rintracciano i due ancora al bar e li accusano di atti osceni in luogo pubblico, compilando un verbale che prevede una multa di quindici mila lire. Ne nasce subito una discussione, anche abbastanza accesa. I nostri contestano l’accusa dicendo che il loro vestire è decente e che non stanno mettendo assolutamente niente in mostra. I vigili sono irremovibili, tanto che consegnano la multa e vanno via. La sera stessa abbiamo preparato una lettera descrivendo nei minimi particolari quanto era successo e l’abbiamo spedita al settimanale Cronaca Vera, rivista di cronaca nera e di costume.

Dieci giorni dopo la lettera viene pubblicata nella rivista, dando risalto al fatto, ridicolizzando e trattando da bacchettoni e arretrati sia i vigili urbani, che la signora che aveva sporto denuncia. La multa comunque non è stata mai pagata.

INCOMPRENSIONI

Nell’ultimo periodo si sono verificati degli avvenimenti negativi, piuttosto preoccupanti, che hanno coinvolto alcuni ragazzi del nostro gruppo. Finora i rapporti con la gente del posto sono stati ottimi, mai un contrasto o una tensione con chicchessia; rapporti improntati sempre sulla massima cordialità e il rispetto reciproco. Ora invece siamo incappati in un tipo piuttosto arrogante e spavaldo; lo chiamano con il soprannome di “Spaghetto” e mai un appellativo fu così sbagliato, in quanto è grande e grosso. Costui sembra aver preso di mira qualcuno del nostro gruppo. L’altro giorno, mentre Giorgio e Gianfranco passeggiavano al corso, sono stati avvicinati dallo Spaghetto e aggrediti verbalmente, senza alcun motivo plausibile. Siccome Gianfranco non è certo uno che si tira indietro, non ha fatto altro che rispondergli per le rime, trovando anche solidarietà da parte di alcuni del posto lì presenti. La disputa è terminata subito, il tizio si è allontanato borbottando, mentre i nostri hanno proseguito la loro passeggiata. Di certo bisogna stare attenti a qualsiasi tipo di provocazione in quanto può diventare pericolosa.

Sempre al corso si è verificato un altro episodio che ha coinvolto Gianne e Peppe; i nostri durante la passeggiata serale sono stati avvicinati da quattro persone adulte. Bisogna ricordare che nel gruppo dei trenta, quando siamo arrivati a Pisticci, parecchi erano appena diciottenni e sia Gianne che Peppe sono due di questi. Una delle persone che si sono trovati di fronte si è qualificata, dicendo di essere il padre di M. la ragazza che fino a qualche mese prima filava con Gianne e che lui aveva lasciato in quanto non andavano più d’accordo. La ex per vendicarsi dell’abbandono racconta al padre di essere stata offesa dal nostro amico con delle frasi ingiuriose. Questi, un piccolo imprenditore edile di Pisticci, si rivolge a Gianne, minacciandolo e dandogli un leggero scappellotto sulla guancia. Peppe, pusillanime, scappa via forse pensando a un’imminente pestata, considerando anche che quelli sono in quattro. Invece il padre della ragazza si limita alle minacce verbali, dicendogli che se vuole rientrare sano e salvo in Sardegna, deve darsi una regolata. Visto il numero dei componenti della combriccola, non c’è stata nessuna reazione e non è rimasto altro da fare che abbozzare e andar via.

Un altro problema è legato alle nostre feste danzanti. Da un po' di tempo la casa di Franco M è frequentata anche da alcune ragazze minorenni; un po’ preoccupato ho fatto presente a tutto il gruppo che è importante stare molto attenti, in quanto la situazione può sfuggirci di mano e diventare pericolosa. E infatti è successo. La ragazza di Peppe ha appena sedici anni, sebbene per il suo fisico ne dimostri venti; ieri durante la solita festicciola hanno bussato alla porta il padre e un fratello di questa ragazza e come da loro richiesta l’abbiamo fatta uscire. Non aveva ancora varcato l’uscio, che le sono arrivati due schiaffi in sequenza, prima dal padre e poi dal fratello. Poi questi ci chiedono di poter parlare con Peppe, che già conoscevano; abbiamo detto che il nostro amico non era presente e che si trovava fuori Pisticci per degli impegni. Non hanno chiesto di entrare ma di sicuro non l’avremmo permesso, tra l’altro non l’avrebbero trovato, dato che impaurito si era nascosto dentro un armadio.

Certo non si può chiedere la carta d’identità alle ragazze che vengono a ballare, però la situazione sta diventando insostenibile e bisogna fare più attenzione, altrimenti c’è il pericolo di fare la fine che hanno fatto alcuni giocatori del Cagliari, Domenghini e amici, che alcuni mesi fa sono stati accusati di aver organizzato e partecipato a delle feste con ragazze minorenni. I giornali, sportivi e non, parlarono dei cosiddetti “balletti rosa”, tanto che successe uno scandalo con parecchie denunce. Il cantante a tenores di un gruppo folk di Orgosolo scrisse una poesia dove tra gli altri temi trattati faceva riferimento anche a questo avvenimento. Di seguito la strofa:

…E tzertos zogadores de pallone … e certi calciatori

Chi veneraos sunt comente deos che sono venerati come degli dei

bis zana unu mare ‘e miliones guadagnano un mare di milioni

e issos chi sun pagos sos impreos e loro che hanno pochi impegni

si faghen puru sos balletos rosa si fanno anche i balletti rosa

a sa fatza de tantos macabeos alla faccia dei tanti maccabei

e de sa zente de issos tifosa e della gente loro tifosa

chi po unu Mazzola o unu Rivera che per un Mazzola o un Rivera

lassana mamas, fizos e isposa abbandonano mamma, figli e sposa.

Andant in montagna o in riviera vanno in montagna o in riviera

In Acapulco, Hawaii e Florida ad Acapulco, Hawaii e Florida

Ispassiendesi in donzi manera spassandossela in tutti i modi

Triballan solu un’ora sa chida. Lavorano solo un’ora a settimana

S’ateru tempus in divertimentu il resto del tempo in divertimento

E che “beato porco” faghen sa vida… Fanno la vita del “beato porco”

NUOVA TRATTORIA

Da un po’ di tempo frequentiamo una nuova trattoria, abbandonando in parte quella di Alfonso con le sue squisite quaglie al sughetto e con i suoi piatti pittoreschi timbrati dal suo ditone. Questo nuovo locale non è una vera e propria trattoria, forse assomiglia più ad una bettola dove a richiesta preparano anche dei pasti. Da quando la frequentiamo solo poche volte abbiamo trovato altri commensali. La padrona del locale, una brava donna, ci chiede sempre di prenotare dal giorno prima le pietanze di nostro gradimento in modo tale che possa prepararcele, diversamente le scelte non sono molte e spesso si mangia quello che c’è; del resto non si spende molto, qualcosa in meno rispetto alla trattoria da Alfonso. Di solito quando arriviamo ci fa accomodare in una lunga bancata già apparecchiata a fianco del tavolo dove mangia la sua famiglia, marito e due figli, una ragazza e un ragazzo. Capita spesso che quello che prepara per noi prepara per loro, o forse il contrario, comunque si mangia tutti la stessa cosa, con una piccola differenza, che noi durante il pasto sorseggiamo qualche bicchiere di vino mentre loro bevono esclusivamente acqua. La signora è molto premurosa e ci tratta veramente bene, tra l’altro il locale è pulitissimo, il contrario di quello di Alfonso.

Un sabato mezzogiorno durante il pranzo sentiamo delle voci provenire dalla strada, voci alterate e urla, come quelle di persone che stanno bisticciando di brutto. Incuriositi ci siamo alzati da tavola dirigendoci verso la porta per uscire fuori e verificare cosa stesse succedendo. La signora si alza anche lei e ci precede piazzandosi davanti alla porta per impedirci di uscire e pregandoci di ritornare a tavola, dove sia il marito che i figli sono rimasti fermi, rigidi sulla sedia. Ubbidienti ci siamo rimessi a sedere anche per non procurarle un dispiacere, ma protestando, consapevoli che fuori sicuramente qualcuno ha bisogno di aiuto. Dopo alcuni minuti dalla strada arriva il lamento di una donna, che con una cantilena mista ai singhiozzi ripete “figghie mie, t’accisu, figghie mie è murt”, poi si sente il rumore di una macchina, uno sbattere di sportelli e dopo più niente. A questo punto la signora ci permette di uscire, fuori non c’è nessuno, ma dal lato opposto della strada, sopra il marciapiede, è evidente una chiazza di sangue.

La signora qualche giorno dopo ci racconta quanto era successo e cioè che due uomini del vicinato erano venuti alle mani per futili motivi e il più anziano vedendo la mala parata ha estratto un coltellino, ferendo il rivale lievemente ad una coscia. Niente di grave; meno male che non era “murt”.

MADONNA DELLA BRUNA A MATERA

Spesso i colleghi dell’officina elettronica si informano su come abbiamo trascorso il fine settimana e la risposta è sempre la solita: siamo stati al mare, quindi al mare e poi ancora al mare. Ormai le spiagge le abbiamo visitate tutte, da Taranto alla Calabria. Forse proprio per questo mi suggeriscono di diversificare i nostri spostamenti perché, secondo loro, la Basilicata non è solo mare; dicono anche che la zona del potentino è molto bella e si possono visitare, oltre Potenza, i paesi di Melfi e di Castelmezzano; oppure, se proprio si desidera restare vicino al mare c’è la splendida cittadina di Policoro, dove è possibile visitare il museo e la sua area archeologica davvero importante. Sicuramente hanno ragione. Due di questi colleghi, materani, mi informano anche che il due di luglio, nella loro città si svolge una bellissima festa in onore della Madonna della Bruna. Mi consigliano di andare a vederla e tra l’altro quest’anno cade di domenica.

Ne parlo con Salvatore informandomi sui suoi impegni domenicali, in modo tale da poter programmare il viaggio con sua la macchina; anche lui come me è curioso di vedere sia questa festa che i Sassi di Matera, perciò decidiamo di partire non più tardi delle nove in modo da avere un paio di ore a disposizione per vedere i famosi Sassi e poi trovare una trattoria per il pranzo. Matera è distante da Pisticci una cinquantina di chilometri e poco dopo le dieci siamo sul posto.

I Sassi sono qualcosa di indescrivibile, volendo fare una similitudine con qualcosa di esistente nella nostra zona si potrebbero paragonare ai costoni di Biddinchis o di Corrugosu sulle sponde del Tirso, se la roccia anziché di basalto fosse di tufo o trachite e con tutte le domus di Ispiluncas e Pedra ‘e Cupa costruite sopra, sia da una parte che dall’altra. A Matera è così, ci sono questi due costoni chiamati Sassi, intesi non come pietre ma come rioni; il tufo è completamente scavato, forse in origine dalla natura e poi modificato dall’uomo che nel tempo ha continuato a scavare, ricavando delle vere e proprie abitazioni e costruendo delle vie che le mettono sia in comunicazione tra di loro che con l’abitato di Matera. In mezzo, nella parte sottostante passa il fiume. Queste case costruite sul dirupo sono state abitate fino a metà degli anni cinquanta, mentre ora sono completamente abbandonate dalla popolazione e stanno diventando meta per i turisti o utilizzate come set cinematografici.

Ci siamo fermati a mangiare in una piccola trattoria non lontano dai Sassi. Nella sala all’interno di una bacheca sono esposti diversi timbri in legno e incuriositi abbiamo chiesto informazioni al gestore della trattoria sulla loro provenienza e sul loro utilizzo. Ci ha spiegato che fino a qualche decina di anni fa tanti materani facevano il pane in casa, ma erano in pochi a possedere il forno, perciò erano costretti a utilizzare un forno comune, cioè quello cittadino. Per essere certi di riprendere il proprio pane facevano un segno sulla pasta con un timbro in legno, del tutto simile ad una pintadera nuragica, con la differenza che quella anziché in legno era in ceramica o in terracotta. Ogni famiglia aveva il suo timbro personalizzato dove erano incise le iniziali del capo famiglia insieme ad altri simboli di riconoscimento.

Dopo pranzo abbiamo fatto un giro nelle vicinanze della cattedrale intitolata alla Madonna della Bruna la cui festa siamo venuti a vedere. Le strade sono piene di gente, una folla immensa si accalca nelle vie in attesa della processione. I miei colleghi di lavoro materani mi hanno informato che la statua della Madonna viene portata in processione sopra un carro adornato e abbellito con statue di cartapesta colorata e con dipinti in rilievo; lo chiamano il carro trionfale e viene trainato da quattro coppie di muli e scortato da cavalieri in costume. Ci siamo fermati in una piazza e vedendo due ragazze da sole, abbiamo chiesto loro delle informazioni, anche per attaccare bottone, poi vista la loro disponibilità abbiamo proseguito la camminata insieme. Ci hanno spiegato lo svolgimento della festa e suggerito di seguirle per spostarci in un’altra piazza, dove una volta riportata in cattedrale la statua della Madonna, sarebbe arrivato il carro trionfale. Così è stato. Quello che è successo all'arrivo del carro in piazza è da non credere. È stato letteralmente preso d’assalto da decine e decine di persone che l’hanno completamente smembrato tanto che alla fine del carro è rimasto soltanto lo scheletro di legno e di tubi innocenti. Le ragazze ci hanno raccontato che era molto importante riuscire a prendere almeno un pezzo dell’addobbo, in modo da poterlo esporre in casa in quanto segno di buon augurio e prosperità per tutta la famiglia.

ARDIA DI SEDILO

Il sei e il sette di luglio a Sedilo si svolge la festa di San Costantino. È il secondo anno consecutivo che non vi partecipo e dentro di me sento un profondo senso di tristezza.

Oggi è il sei. Al rientro dal lavoro mi sdraio sul lettino e con la mente vado al rito dell’Ardia: alle diciotto e trenta il gruppo dei cavalieri guidati dalle tre pandelas stanno attraversando il corso in direzione de su fronte mannu e io con in mano la mia piccola macchina fotografica Yashica, cammino precedendo i cavalieri; dopo la sosta per la benedizione a su fronte allungo il passo per precedere oltre i cavalieri anche il sindaco, il prete e la banda musicale. È importante arrivare qualche attimo prima per poter trovare un posto strategico dove piazzarsi per fare le fotografie. Mi vedo, come altre volte, accovacciato sul tronco o sopra un grosso ramo de s’olia, mentre sas pandelas precedono tutto il gruppo dei cavalieri che, in modo disordinato, va schierandosi nel piccolo tratto di strada de su frontigheddu, arginati con difficoltà da sas iscortas. La banda a passo di marcia, guidata dalla musica degli ottoni e dal ritmo della grancassa, precede il sindaco, il prete e i carabinieri, che hanno ormai oltrepassato l’arco e ora sono dentro sa corte. Due de sas tres pandelas montano dei cavalli nervosi che si spostano e girano continuamente, mentre il terzo è immobile sopra il suo cavallo, con lo sguardo fisso verso sa calada. Sos cadderis, quelli che non premono per partire subito appresso a sas pandelas, si chinano sulla criniera del cavallo e l’accarezzano, stringendo le ginocchia sul fianco della bestia. Un cenno de sa prima pandela alle altre due e tutti e tre, si lanciano in una corsa sfrenata verso l’arco, seguiti all’istante dagli altri cavalieri; giovani e meno giovani, animati dall'ebrezza della corsa tendono le redini e frustano i destrieri per farli correre veloci, ancora più veloci. Centinaia di zoccoli calpestano lo sterrato, evitano i fossi e i sassi che affiorano sia nella discesa de su frontigheddu che nella ripida salita dentro Sa Corte.

Coricato sul lettino, rivivo con la mente questa corsa sfrenata, mi sembra di vedere sas pandelas che volano dae su frontigheddu verso la chiesa, seguite dagli altri cavalieri. Mi sembra di essere presente e mi si accappona la pelle, sento i peli delle braccia che diventano irti, ho gli occhi umidi. L’Ardia, noi sedilesi la sentiamo e la viviamo anche quando siamo lontani.

Ha scritto Marcello Serra nel suo libro “Mal di Sardegna” “…la festa di San Costantino è l’assemblea nazionale dei sardi ed è una delle poche che conservino intatto il carattere tradizionale, senza contaminazioni o adulterazioni. Qui la vecchia Sardegna mostra ancora il suo volto non deformato, le sue usanze integre e il suo umore genuino. Ogni anno, infatti, essa riunisce qui i suoi pittoreschi costumi, tutte le sue non represse manifestazioni popolari, tutti gli istinti liberi e schietti della sua gente…. “

Lo scrittore inglese Crawford Flitch, che ha visitato Sedilo nel 1911 e visto l’Ardia, nel suo libro “Sardegna 1911” ne ha descritto le donne presenti “….C’erano le donne del campidano, col viso assolato, coi fazzoletti gialli sul capo e candide camice di lino scollate sugli opulenti seni; donne di Oristano, dalle ampie gonne, semi velate, vestite di abiti scuri e neri, c’erano le altere figlie di Barbagia, risplendenti nei loro costumi antichi color rosso sangue e cremisi, giunte da Tonara, Aritzo, Fonni, Nuoro; donne del Goceano, dalle gote pallide e dai grandi occhi melanconici dall’aria araba; graziose ragazze di Orani e Bosa, dai visi splendenti, avvolti in ampi soggoli bianchi. Vi erano anche misteriose figure seminascoste da un cappuccio scuro che copriva loro il capo e giungeva fino alla vita; comparivano fugaci visioni di donne in abito da sposa, splendenti di ricami dorati e di broccato, dai veli svolazzanti… Poi Crawford Flitch continua parlando dei cavalieri “…hanno dato risposta a quell’incantesimo che brilla ne “gli occhi splendenti del pericolo”, è forse perché essi ancora corteggiano il pericolo come una bella donna, che riesci a scorgere nei loro occhi una vivacità particolare che certo non ritrovi in altre regioni…”

Questa è l’Ardia come l’hanno raccontata questi due grandi scrittori.

Sono sicuro che il prossimo anno sarò lì, al mio posto, accovacciato sopra il tronco de s’olia, se Dio vuole ci sarò fisicamente e non solo con il pensiero.

FRANA A GRACO

Non soltanto a Pisticci ma anche nei paesi limitrofi vi sono delle cose belle e interessanti da visitare, a Bernalda per esempio c’è un bel castello, dove tra l’altro in un’ala esterna vi abitano alcuni del nostro gruppo; poi c’è Ferrandina con le sue tante belle chiese e monasteri. Invece Craco, purtroppo, ha in comune con Pisticci il problema dello smottamento e delle frane.

A Craco nel 1963, nella parte vecchia del paese, una grossa frana costrinse molte persone ad abbandonare la zona a causa delle case pericolanti; la maggior parte delle famiglie residenti si trasferirono a Peschiera, un borgo distante una decina di chilometri. Le piogge del gennaio scorso, allorché è piovuto ininterrottamente per una decina di giorni, hanno causato ulteriori frane costringendo quasi tutti i nuclei familiari del centro storico ad abbandonare la loro casa e trasferirsi a Peschiera come nel 1963. L’altro ieri due del nostro gruppo hanno pensato di verificare di persona quanto si raccontava sia della frana che dei crolli. Hanno preso la corriera in partenza da Pisticci e che, attraversando Peschiera, arriva fino al paese di Craco. La distanza non è molta, poco meno di una ventina di chilometri, per una mezz’oretta di viaggio. Una volta arrivati sul posto fanno un giro nel paese per poi andare a vedere la frana; ora le case sono abbandonate, parecchie sono parzialmente crollate tanto che sembra tutto surreale: è veramente un paese fantasma.

All’ora di pranzo entrano in una trattoria per mangiare un boccone, anche perché sono costretti ad aspettare quasi due ore prima di poter riprendere la corriera per il rientro a Pisticci. Terminato di pranzare, una volta usciti dalla trattoria si sono avviati verso la fermata, c’è ancora da aspettare una mezz’ora e nell’attesa ad uno dei due viene una idea malsana. Avevano visto appena fuori paese, sul ciglio della strada, due biciclette abbandonate, perché non prenderle e rientrare in paese in bici? La decisione è presto presa, ci montano sopra e iniziano a pedalare in direzione Pisticci; il caso vuole che i padroni delle biciclette, da un campo non molto distante, si accorgano di quanto sta succedendo, il tempo di arrivare al primo posto telefonico per fare una chiamata ai carabinieri. Li fermano pochi chilometri dopo Craco e la contestazione è furto aggravato. I nostri tentano di difendersi dicendo che le bici erano buttate in malo modo sulla cunetta, tanto da fare pensare che fossero rottamate. I militi non sentono ragioni e li portano in carcere a Matera. Appena avuta la notizia ci siamo preoccupati sul da fare; qualcuno è dell’avviso di interpellare un avvocato che possa seguire da vicino l’evolversi della situazione. Però non riesco a capire come si possa essere così “Calloni”. Uno dei due è il mio collega di lavoro in officina elettronica, un ragazzo in gamba e per bene, una persona onestissima, proprio non riesco a capire l’assurdità della loro azione. Sono rimasti in carcere due giorni, poi sono rientrati nella loro casa a Pisticci; si spera che non vi siano conseguenze, anche perché una volta prese le dovute informazioni, i carabinieri si sono resi conto che alla fine si è trattato soltanto di una ragazzata.

VACANZE ROMAGNOLE

Abbiamo deciso di trascorrere il Ferragosto in quel di Romagna, esattamente a Pinarella di Cervia in provincia di Ravenna, per andare a trovare mia sorella e la sorella di C che insieme ad altre ragazze di Sedilo e a tante altre ragazze sarde, lavorano nelle colonie estive per bambini. Certo la distanza è ragguardevole, infatti sono circa settecento chilometri e la macchina da utilizzare per il viaggio è la Cinquecento di Salvatore, sicuramente un mezzo poco idoneo per un viaggio così lungo, per di più con quattro persone stipate dentro l’abitacolo; ma quando si è giovani si è anche un po’ incoscienti, perciò la decisione è presto presa e infatti il venerdì pomeriggio tutti e quattro, cioè io, Salvatore, C e D abbiamo prenotato quattro giorni di ferie ciascuno all’ufficio personale. Il sabato mattina i preparativi, un po’ di biancheria e un paio di magliette e pantaloni di ricambio nella borsa, oltre al necessario per lavarsi. Controllatina alla macchina, pressione ruote, olio, etc. poi il sabato pomeriggio si parte. Percorriamo la Basentana fino al bivio per Matera, che sarà la prima città che toccheremo, per poi proseguire fino a Bari. Arrivati a Bari si fa una prima tappa, sia per sgranchirci un po’ le gambe e anche per fumare una sigaretta, visto che è tassativamente proibito fumare in macchina in quanto a Salvatore dà fastidio sia il fumo, sia qualsiasi oltre odore sgradevole, che provenga da dentro o da fuori dell’abitacolo.

Dopo una sosta di circa mezz’ora, prendiamo la statale adriatica, strada abbastanza scorrevole essendo quasi tutta a quattro corsie, che ci porterà fino in Romagna. Contiamo di viaggiare tutta la notte, in modo da poter arrivare a Pinarella la domenica mattina presto. Giunti a circa metà percorso, nelle vicinanze di Pescara, decidiamo di fare un’altra sosta, questa volta un po’ più lunga, anche perché dopo quattro ore di viaggio piegati dentro la Cinquecento e dopo le birrette bevute a Bari, si sente anche la necessità di fare una pisciatina. Una volta parcheggiata l’auto in una piazzola, il primo a scendere è l’autista, seguito da me; scendo con qualche difficoltà non riuscendo a raddrizzare del tutto le gambe. I due dietro hanno preso la conformazione dei sedili, o meglio dei copri sedile, e non riescono a muoversi, tanto che li abbiamo aiutati ad uscire fuori dall’abitacolo. Una volta fuori, chi si è sdraiato sull’erba, chi sopra un cumulo di ghiaia ai bordi della cunetta. Ci son voluti alcuni minuti prima di poter stirare e sciogliere i muscoli delle gambe. Programmiamo una sosta di qualche oretta per riposarci, fare i bisogni e fumare una sigaretta. Qualcuno si è messo a fare ginnastica.

Verso le tre del mattino si riparte. Dopo qualche ora di viaggio Salvatore inizia ad incavolarsi e a bestemmiare, aprendo il finestrino e chiedendomi di fare altrettanto. Sta di fatto che uno dei due seduti dietro ha mollato una pisinatza, cioè una di quelle troddie silenziose, ma notevolmente puzzolenti, tanto da obbligare l’autista ad una fermata per poter aprire sia gli sportelli che il cofano in modo da far circolare e cambiare l’aria. Scomparso l’odore, nuovamente tutti in macchina, con la minaccia da parte di Salvatore che qualora si verificasse di nuovo la puzzona e una volta individuato il colpevole, l’avrebbe fatto scendere mollandolo per strada. Nel proseguo del viaggio non succede nient’altro e alle otto di mattina siamo a Pinarella. Al primo bar che troviamo sulla strada entriamo per fare colazione e per telefonare a mia sorella per informarla del nostro arrivo; per vederci dobbiamo aspettare il pomeriggio, durante le loro ore libere. Usciti dal bar andiamo in cerca dell’ubicazione della colonia utilizzando come riferimento l’indirizzo; arrivati in zona vediamo centinaia di bambini, tutti in fila, uscire dai caseggiati per recarsi sulla spiaggia insieme ai loro accompagnatori; in ogni via c’è una colonia, decine e decine di colonie e decine e decine di ragazze che vi lavorano. Ci avviciniamo anche noi alla spiaggia per dare un’occhiata, è molto bella ed ampia costeggiata da una pineta, però notiamo che la sabbia anche se fine è piuttosto nera tanto da sembrare sporca e l’acqua del mare non è poi così limpida, in più toccandola resta un poco oleosa.

Da Pinarella ci rechiamo a Cesenatico che dista un paio di chilometri per trovare un posticino per pranzare; in tutte le trattorie c'è il menù esposto fuori, scegliamo quella più interessante sia per le pietanze che per le nostre tasche; da queste parti il prezzo del pasto è di poco inferiore a quello che si spende a Pisticci, però i ristoratori si rifanno con le bevande, specialmente con i liquori, infatti con i soldi che abbiamo speso per un cognac e tre amari, a Pisticci avremmo comprato alcune bottiglie di amaro Lucano. Comunque si mangia veramente bene, la cucina è ottima, buon servizio e tanta gentilezza. Il titolare della trattoria si avvicina spesso al nostro tavolo e dopo aver individuato dalla parlata la nostra provenienza, accarezza le spalle ora di uno ora dell’altro dicendo: “i miei bei paesani di Antonio”. Per Antonio intende Antonio Gramsci. Rientrati a Pinarella ci preoccupiamo di trovare un posto dove dormire, un pensionato vicino alle colonie fa al caso nostro, mezza pensione per un prezzo ragionevole, tanto che concordiamo e scarichiamo le nostre borse.

All’orario stabilito ci incontriamo con le parenti che, dopo i saluti, ci presentano le loro amiche. Sono circa una trentina, molte vengono da diversi paesi della Sardegna, altre sono pugliesi e lucane. Si va a spasso per Pinarella, chiaramente non con tutte, poi una puntatina al bar per un gelato. Loro sono libere solo per alcune ore, in quanto devono rientrare per servire la cena ai bambini. Una volta soli e in giro senza meta, per strada incontriamo un gruppo di sei ragazze; proviamo ad attaccare bottone, una di loro è sarda come noi mentre le altre ragazze sono pugliesi; lavorano anche loro in una colonia e non hanno problemi di orario per il rientro. Dopo le presentazioni decidiamo di spostarci tutti insieme per andare in un locale da ballo distante qualche chilometro. Saliamo in macchina, in dieci sulla Cinquecento, qualcuno ne prende due in grembo; l’autista ha dovuto camminare sempre in seconda, per la difficoltà di trovare la leva per poter cambiare marcia.

Sono stati dei giorni bellissimi e sono nati nuovi amori. Ma tutto ciò che è bello, purtroppo ha anche una fine. Il giovedì subito dopo pranzo siamo ripartiti per Pisticci. Il viaggio di ritorno è stato abbastanza tranquillo, sia perché si viaggiava di giorno e sia perché chi aveva necessità di “troddiare”, avvisava prima, in modo da poter fermare la macchina e scendere dall’abitacolo; chiaramente il tutto per la tranquillità e buona pace di Salvatore.

FESTA A GRASSANO

Spesso il sabato al rientro dal mare si va in qualche paese dei dintorni alla ricerca di sagre e feste paesane. Da queste parti, come da noi del resto, in estate e all’inizio dell’autunno in ogni paese si festeggia il santo patrono, che nel materano di solito è San Rocco. Ogni fine settimana acquistiamo la Gazzetta del Mezzogiorno per consultare il calendario delle feste in modo da poter scegliere quale paese visitare, ovviamente tenendo conto delle distanze. Oltre che per lo svago frequentiamo le sagre anche per gustare i prodotti enogastronomici della zona, dove di solito la fa da padrona la salsiccia e per essere sinceri i lucani sono maestri nel prepararla e confettarla.

Al rientro da Metaponto, ci siamo fermati a Pisticci scalo per una rinfrescata in foresteria, per poi proseguire in direzione Potenza percorrendo la Basentana. Questa volta la meta è Grassano, un paesone di ottomila abitanti in provincia di Matera e distante da Pisticci una cinquantina di chilometri. Abbiamo letto sul giornale che ci sono i festeggiamenti in onore di Sant’Innocenzo e San Rocco. Quando arriviamo la piazza dove si svolge la festa è stracolma di gente e sul palco si esibisce un complessino musicale del napoletano, formato da una decina di elementi tra ragazzi e ragazze. Cerchiamo un posto dove poter mangiare e bere e una volta riempito lo stomaco, torniamo in piazza per ascoltare un po’ di musica.

Mentre siamo fermi di fronte al palco, uno dei nostri riceve una leggera pacca sulle spalle da una persona che lo chiama per cognome: si tratta di un carabiniere, ora in borghese, originario di Grassano, che negli anni scorsi prestava servizio alla stazione di Sedilo e conosceva personalmente alcuni di noi. È stupito della nostra presenza tanto che fa la battuta "Accidenti, ma quanti chilometri avete fatto per venire alla nostra festa!". Gli spieghiamo che da qualche anno ci troviamo a Pisticci per motivi di lavoro; ci presenta un sacco di gente, compresi alcuni degli organizzatori. Uno di questi sale sul palco, si impossessa del microfono e annuncia alla folla, che in piazza è presente un gruppo di giovani sardi, poi rivolgendosi a noi, aggiunge che sono veramente lieti di ospitarci e che ci danno il benvenuto. Poco dopo una delle ragazze del gruppo musicale che sta cantando e ballando il tucca – tucca pensa bene di invitare qualcuno di noi a salire sul palco per ballare insieme a lei. Salgono in due e si divertono a “tuccare” la ragazza.

CAMBIO RESIDENZA

Parecchi ragazzi del gruppo sono andati via da Pisticci perché richiamati dal dovere della Patria e Gianfranco è uno di questi: è rientrato in paese per poi tornare nuovamente nel Continente, ma questa volta in Toscana, per espletare il servizio di leva. Sicuramente a fine servizio militare rientrerà direttamente a Ottana e non più a Pisticci, dato che si vocifera che quelli del primo corso rientreranno definitivamente in Sardegna a fine anno. Con la partenza di Gianfranco nella casa siamo rimasti solo in due e anche per questo motivo stiamo pensando di cambiare abitazione. Una ragazza che lavora nel laboratorio fisico, mi ha informato che i suoi genitori hanno uno stanzone in un semi interrato, con la porta e la finestra che danno direttamente sulla strada e il locale è momentaneamente vuoto. Si accede scendendo due gradini e l’immobile è completamente arredato compreso il bagno e il cucinino; è anche abbastanza spazioso, sono circa settanta metri quadri. La casa è nella stessa via dove abitiamo ora, ad un centinaio di metri di distanza dopo l’ultima scalinata. La sera stessa ci presentiamo dalla signora Lapadula e concordiamo l’affitto, sempre per diecimila lire a persona; visto che c’è abbastanza spazio pensiamo di includere anche D, un nostro compaesano del secondo corso, che ormai è al termine del periodo di borsa e sicuramente dovrà abbandonare le baracche nel quartiere di Pisticci Scalo, perciò chiediamo alla signora di preparare tre lettini. La padrona di casa, cioè la mamma della mia amica, è una persona squisita, gentile e simpaticissima, sempre con il sorriso sulle labbra, ci parla in dialetto che ormai capiamo, tanto che a volte azzardiamo qualche dialogo.

Ormai sono quindici giorni che abitiamo nella nuova casa; la signora ci tratta come suoi figli. La sera quando rientriamo dal lavoro ritroviamo l’appartamentino perfettamente in ordine, con i letti rifatti, anche se tutto ciò non rientra nell’accordo sull’affitto; poi quando trova qualche camicia, ma anche della biancheria intima abbandonata sulla sedia o per terra, raccoglie tutto e lo lava, senza mai chiedere niente in cambio o dei costi aggiuntivi. Ad essere sinceri il cambio di casa è stato un affare, in quanto abbiamo trovato un bel posto, un bell’appartamento e una seconda mamma. Grazie di cuore signora Lapadula.

AMORE PLATONICO

Durante la movida serale c’è sempre la possibilità di fare nuove conoscenze e infatti nei giorni scorsi ho conosciuto una ragazza, una studentessa ventenne all’ultimo anno di liceo classico; ci siamo rivisti l’indomani nella solita passeggiata al corso. È una grande romanticona e si diletta a scrivere poesie, tanto che ne ha scritto una che mi ha consegnato all’interno di una busta, riferita al nostro primo incontro. La sua qualità, oltre a scrivere poesie, è un'altra ed è legata alle sue fattezze fisiche. Non so se sia possibile fare simili paragoni, forse non è neanche corretto, ma guardandola di profilo il suo corpo assomiglia alla lettera erre dello stampatello minuscolo, una r con la testa. Quando dobbiamo incontrarci, se arriva da una via laterale e deve svoltare l’angolo, prima compare il petto e dopo qualche attimo arriva il resto del suo corpo. Non so se ho reso l’idea. Ha un petto che le sporge per più di venti centimetri, fa sorgere il dubbio che si metta sotto il maglione il cuscino delle bambole.

Per essere sincero questa sua dote, ai miei occhi, la rende ancora più attraente sebbene non abbia un grande fisico, dato che è un po’ bassa di statura. Sarebbero bastati altri dieci centimetri in altezza per farla diventare una ragazza copertina. Stiamo studiando la possibilità di incontrarci in luoghi più riservati, visto che al corso è complicato anche il potersi stringere la mano. Ormai da tempo non sono più in possesso della chiave della casa in zona rossa e quindi l’unica possibilità è quella di vederci a casa mia, ma bisogna farlo con molta discrezione in quanto proprio di fronte c’è un negozio di parrucchiera, con un continuo via vai di persone; il pericolo è che possa essere vista da qualche cliente, con conseguenze per lei non molto piacevoli. Comunque la voglia di stare soli è tanta che si decide di rischiare, io l’aspetto dentro casa lasciando la porta socchiusa e sta a lei trovare l’attimo propizio per entrare. Eccola, ci siamo, tutto è andato bene. Ci sediamo sul lettino, finalmente le prime carezze con la smania da parte mia di toccarle le tette, per verificare se sono vere. Toccandole sembrano ancora più grandi. Restiamo insieme qualche ora, poi in modo furtivo, va via. L’indomani mi consegna un’altra poesia. Amore platonico!

RIENTRO DA GINOSA MARINA

Fa ancora abbastanza caldo e si continua ad andare al mare; la località viene scelta in base al tipo di locomozione usato per arrivarci. Se si vuole andare in macchina, bisogna scendere con il pullman a Pisticci Scalo per poi utilizzare la Cinquecento del conte o di Salvatore oppure la Bianchina decapottabile di Tarcisio; in questi casi sì sceglie normalmente Metaponto visto che è la spiaggia più vicina, a volte si va a Ginosa marina in provincia di Taranto, oppure se si ha voglia di fare qualche chilometro, si scelgono le spiagge calabresi dove si trovano dei posti incontaminati con delle belle riviere rocciose. Mentre se si decide di andare in pullman, il posto più vicino e facilmente raggiungibile è la marina di Pisticci.

Sabato si va al mare con la Bianchina decapottabile di Tarcisio e come al solito in quattro; i due che siedono dietro sono costretti a fare i contorsionisti per riuscire ad accomodarsi nell’abitacolo, visto che nei sedili posteriori della Bianchina c’è meno spazio della Cinquecento. Si sceglie Ginosa marina anche perché abbiamo intenzione di fermarci a pranzo. Da tempo frequentiamo una trattoria, non molto distante dalla spiaggia dove si mangia veramente bene e, cosa importante, spendendo poco. Tra l’altro la spiaggia è molto bella e altrettanto lo è il mare che degrada dolcemente tanto da permettere di fare il bagno anche a quelli come me, visto che il nuoto non fa parte delle mie attitudini. All’ora di pranzo ci rechiamo alla trattoria e al nostro arrivo, come al solito, veniamo accolti con un: “ecco qua i miei belli sardignoli”. Ormai ci siamo stancati di dirgli che quelli che scrivono e parlano l’italiano, sostengono che gli abitanti della Sardegna si chiamano sardi. Niente. Lui si mette a ridere e continua a chiamarci sardignoli. Va bene così, anche perché il gestore della trattoria è una persona simpaticissima, certo non ha grandi pretese di conoscere e parlare bene l’italiano, ma in compenso prepara degli ottimi piatti di pesce con le sue specialità che sono le zuppe.

Di pomeriggio al rientro facciamo una piccola deviazione per andare a Bernalda con l’intenzione di trovare e salutare i nostri colleghi e conterranei che vi abitano, addirittura in un appartamentino nelle adiacenze di un vecchio castello. Questo fu ricostruito nel secolo quindicesimo dal feudatario Bernardino de Bernardo che diede il proprio nome al paese; costui era segretario di Alfonso II di Aragona, re di Napoli. Il custode di questo maniero, erede di qualche antica famiglia, ha ricavato un paio di appartamenti adiacenti al castello, in uno vi abita lui mentre gli altri li affitta. Ve l’immaginate i nostri compaesani venuti dalla Sardegna che abitano in un castello! Al nostro arrivo li troviamo in casa; ci offrono della birra tedesca, procurata chissà dove; ci fermiamo qualche oretta poi lasciamo Bernalda per fare rientro a Pisticci Scalo.

Come capita quando si beve molta birra a qualcuno viene la pisciarella, tanto da obbligare l’autista ad una piccola sosta. Scendiamo tutti visto che c’è sempre il solito, l’ex seminarista, che spiritosamente ricorda a tutti: chi non piscia in compagnia…, portandoci oltre la cunetta, fuori dallo sguardo dei passeggeri delle auto in transito. Uno del gruppo, quello più riservato, si infila in mezzo ad una siepe e si rende conto che dall’altro lato c’è una vigna con dei bei grappoli d’uva matura. Qua non è come da noi, non devi saltare nessun muretto a secco, basta superare la piccola siepe e sei dentro la vigna. Stava già cogliendo qualche grappolo quando una voce stridula proveniente dall’ingresso di una casupola poco distante, lo fa sobbalzare. Il padrone di quella voce, che sicuramente è anche il padrone della vigna, gli urla in basilisco "oh, ma che cazzo fai, chi ti ha dato il permesso?". Costui mentre grida si avvicina brandendo una specie di marrone mascru con il manico lungo. Sentendo le grida anche noi abbiamo oltrepassato la siepe per entrare all’interno della vigna e visto l’uomo che viene verso di noi gridando ci mettiamo ad urlare a nostra volta al suo indirizzo. Il tizio vedendo e sentendo quattro persone che fanno casino si ferma indeciso sul da fare, poi un po’ intimorito rifà nuovamente la domanda, questa volta con un "ma che cazzo fate?", ma senza gridare. Gli diciamo che era nostra intenzione cogliere un grappolo d’uva per assaggiarla. Ci risponde che in questi casi è più corretto chiedere il permesso, quindi rientra nella casupola, prende una busta di carta e la riempie con alcuni grappoli d’uva; ringraziamo, salutiamo e andiamo via.

ASSISTENTI SOCIALI

Sono arrivate dalla Sardegna due belle ragazze, una è di Ottana e l’altra di Sarule. Si tratta di due assistenti sociali inviate a Pisticci, non si capisce bene da chi: forse dal Consorzio Valle Tirso, con il benestare dei politicanti della provincia di Nuoro. Lo scopo della loro presenza è quello di verificare se esistono eventuali problemi di ambientamento, nei singoli o nel gruppo, dei sardi presenti in addestramento presso l’ANIC. Alloggiano al Motel Agip, non lontano dal quartiere residenziale di Pisticci Scalo e tutte le mattine sono presenti in stabilimento, dove ci incontrano singolarmente. Si parla di tante cose, sempre in modo amichevole, su come vanno le cose in fabbrica, come sono i rapporti con i colleghi di lavoro del posto, in quale paese si abita e come è la vita in questi paesi, se abbiamo la ragazza e così via.

Riescono ad incontrare tutti, compreso quelli che abitano in foresteria e nel quartiere residenziale. È vero che c’è sempre qualcuno riluttante alle interviste, per diffidenza o per timidezza, ma le ragazze vincono queste resistenze con la loro simpatia, sicuramente non hanno nessuna difficoltà nei rapporti con il gruppo, del resto è la loro professione e malgrado la giovane età dimostrano capacità ed esperienza. Ormai è già una settimana che sono in Val Basento e hanno quasi portato a termine il loro lavoro; il giorno prima della partenza io e su conte le aspettiamo in mensa e quando arrivano ci sediamo al loro tavolo per scambiare quattro chiacchiere, poi prima che si alzino per andar via proponiamo loro di passare la serata insieme in qualche sala da ballo a Metaponto, chiaramente se questo è di loro gradimento. "Perché no? Ci fa veramente piacere, siete proprio gentili e se per voi va bene, possiamo darci appuntamento per questa sera alle sette al motel Agip". "Certo, ci potete contare, saremo puntuali". Appena andate via restiamo seduti alcuni minuti per programmare quella che si presentava come una bella serata. Alle sei e mezzo siamo già dentro la Cinquecento ben agghindati e pronti ad avviarci verso il Motel, poi per scrupolo ci diciamo che forse è ancora troppo presto ed è più conveniente aspettare; verso le sette meno dieci partiamo dal piazzale della foresteria, arrivare al motel sono cinque minuti. Una volta sul posto, appena entrati nella hall, incontriamo due nostri colleghi sardi, poi altri due, poi ancora altri due, eravamo una decina e tutti e dieci avevamo l'appuntamento alle sette con le giovani assistenti sociali, per passare insieme la serata.

Certo la serata l’abbiamo passata insieme in un locale di Metaponto, noi dieci insieme alle assistenti sociali, un bicchiere di birra e poi, come dice un detto sardo: pira cotta e pira crua, onni unu a domo sua. Non ci resta che ridere e prenderla con filosofia.

CONTRATTO CHIMICO PUBBLICO

Ormai siamo giunti alla vigilia dell'incontro per il rinnovo del contratto chimico pubblico che si terrà a Roma. Nei giorni scorsi ci siamo messi in contatto con i delegati sardi presenti negli altri stabilimenti e d’accordo con il sindacato provinciale di Nuoro abbiamo deciso di incontrarci tutti quanti a Firenze per una riunione preliminare prima delle trattative. È nostra intenzione chiedere al sindacato nazionale che venga permesso ad una nostra delegazione di poter presenziare alle trattative con l’ASAP.

Partiamo da Pisticci in tre, io, Gianne e Angelo C, prendiamo il pullman che ci porta sino alla stazione ferroviaria di Bari per poi proseguire con il treno fino a Firenze; l’appuntamento è presso la sede del sindacato unitario dei chimici. Ritroviamo tanti nostri colleghi e conterranei, che non vedevamo dai giorni dello sciopero e dell’occupazione del centro addestramento a Nuoro. A tarda notte prendiamo tutti insieme il treno per Roma e una volta giunti alla stazione Termini ci fermiamo per qualche ora per depositare i bagagli e per fare colazione; l’incontro per le trattative si terrà nella sede dell’ASAP in via Due Macelli, non molto distante da Fontana di Trevi e da piazza di Spagna, il centro di Roma che conosco molto bene.

A un centinaio di metri da dove si terrà l’incontro, c’è il laboratorio di riparazioni radio/TV dove mi recavo per fare pratica durante l’estate una volta terminata la scuola. Si riparavano televisioni e radio, ma anche piccoli elettrodomestici e visto che nella zona sono presenti parecchie sartorie, c’era un via vai di giovani apprendiste che venivano a portarci i ferri da stiro da riparare.

Usciti dalla stazione prendiamo l’autobus che ci porta nelle vicinanze della sede dell’ASAP e arrivati sul posto incontriamo i sindacalisti nazionali dei chimici, della FILCEA/CGIL, FLERICA/CISL e UILCID. Per quanto riguarda la nostra richiesta, purtroppo ci informano che non possiamo presenziare alle trattative in quanto questa è una prerogativa del sindacato nazionale; possono fare un’eccezione e permettere la presenza dei sindacalisti nuoresi, poi saranno questi a informarci sull’andamento dell’incontro; insomma noi non dobbiamo far altro che restare ad aspettare nel salone sprofondati nelle enormi poltrone in pelle. Verso le quattordici c’è una sospensione per il pranzo; con il mio gruppo ci rechiamo in una trattoria che frequentavo durante i miei trascorsi romani, a cinquanta metri dalla fontana di Trevi. Nelle specialità della casa, tra i primi piatti, figurano gli spaghetti alla carbonara che ordiniamo insieme ad un litro di vino bianco sfuso dei castelli romani, informando il cameriere che per il secondo decideremo dopo, una volta verificata la quantità di cibo necessario per saziarci. Mangiati gli spaghetti, veramente ottimi, richiamiamo il cameriere e ne ordiniamo un altro piatto ciascuno insieme ad un’altra bottiglia di vino. Un pasto esclusivo fatto a base di spaghetti alla carbonara, buoni e cremosi come solo a Roma li sanno fare. Una volta usciti dalla trattoria quando ripassiamo davanti alla fontana butto in acqua una monetina, così come fanno i turisti, esprimendo il desiderio dell’ottenimento del contratto chimico pubblico. Si rientra nella sede del sindacato padronale dove alle sedici ricominciano le trattative. Ogni tanto fa capolino uno dei sindacalisti provinciali nuoresi che ci informa su come sta procedendo l’incontro, dicendoci anche che la trattativa sarà piuttosto lunga in quanto si sta ancora discutendo sulla normativa contrattuale; mentre il punto riguardante la concessione del contratto chimico pubblico per le industrie di Ottana, visto che l’azienda lo ritiene un problema piuttosto “spinoso”, verrà esaminato soltanto alla fine. Si vocifera anche che la controparte, cioè l’ENI e per loro conto l’ASAP, visto che il sindacato nazionale per poter firmare il contratto ha messo come pregiudiziale il problema Ottana, sicuramente toglierà le riserve, ma come contropartita intende rifarsi sulla parte salariale. La riunione va avanti per ore, ininterrottamente, ormai le due parti hanno intenzione di chiudere il discorso oggi, senza dover arrivare a dei rinvii.

Verso mezzanotte si apre la porta, esce un sindacalista provinciale nuorese, alza la mano con le dita a V e con un sorriso a trentasei denti ci annuncia che è fatta: da oggi anche le maestranze di Ottana rientrano nelle attività gestite dal contratto chimico pubblico. Evviva.

NUOVA CENTRALE TERMOELETTRICA

Intanto in fabbrica a Pisticci è stata ultimato il montaggio della nuova centrale termoelettrica, due gruppi da venticinque megawatt ciascuno. Sono arrivati due tecnici della Pignone Sud di Bari, anch’essa facente parte del gruppo ENI, per ultimare i collegamenti e allineare la strumentazione. Il capo dell’officina strumenti ha avuto la buona idea di spostarmi in centrale, affiancandomi al tecnico più giovane dei due, per seguire sia il lavoro di taratura che la messa a punto degli strumenti di diverse tipologie, cioè regolatori, registratori e indicatori tutti a marchio General Electric. Tutte le mattine al mio arrivo in stabilimento, dopo aver timbrato il cartellino, passo prima in officina elettronica per indossare la tuta da lavoro poi prendo i dispositivi di protezione individuale, cioè guanti e casco e quindi mi avvio verso l’impianto della nuova centrale, dove aspetto il tecnico Pignone che arriva non prima delle nove.

Questo pur avendo soltanto pochi anni in più di me, ha una notevole esperienza accumulata nel lavoro svolto in tante raffinerie gestite dall’ENI e sparse in tutte le parti del mondo, in special modo nel nord Africa: Algeria, Libia e Tunisia. Mentre lo aiuto nella taratura degli strumenti, mi racconta degli aneddoti legati al suo lavoro in queste nazioni. Mi dice che in questi paesi gli uomini difficilmente fanno dei lavori manuali e se li fanno sono maldestri, tanto che il più delle volte preferiscono lasciare l’incarico alle donne; ogni volta che l’ENI acquisisce una nuova concessione per costruire una raffineria o uno stabilimento in qualsiasi nazione, per contratto è prevista la formazione obbligatoria di tecnici locali, ma nel nord Africa difficilmente questo si verifica, vista la poca propensione del personale maschile ai lavori manuali, mentre quello femminile non viene neanche preso in considerazione, perciò succede che non si forma nessuno. Sicuramente l’ENI non si preoccupa più di tanto, anche perché ha la possibilità di far arrivare il personale dall’Italia, in trasferta o in missione, sapendo anche dì poter contare sulla preparazione dei nostri tecnici, sia per capacita che per esperienza; i nostri lavoratori si spostano volentieri anche perché con le trasferte all’estero si guadagna un bel po’ di milioni; infatti un nostro tecnico con un mese di trasferta in Libia, guadagna quanto quattro mesi di lavoro in Italia.

Il tecnico Pignone mi racconta che una mattina mentre lavorava per il montaggio di uno strumento su una tubazione, insieme ad un ragazzo del posto da preparare, venne richiamato dal suo responsabile per programmare un nuovo lavoro. Disse al ragazzo, seduto a cavalcioni sulla tubatura, di aspettarlo, in quanto si sarebbe assentato per non più di cinque minuti. Si liberò dagli impegni soltanto dopo pranzo e tornato sul posto si rese conto che il ragazzo era ancora lì, sempre seduto a cavalcioni, tranquillo e sorridente. Non si era alzato neanche per andare a mangiare.

Ho seguito questo tecnico fino al termine dell’assemblaggio e allineamento degli strumenti. Prima di andar via mi ha consegnato parecchio materiale didattico, raccomandandomi di preparami per bene in quanto anche nella centrale termoelettrica in costruzione ad Ottana verrà montata la stessa tipologia di strumenti.

Nei giorni scorsi in fabbrica si è verificato un episodio piuttosto curioso. Da qualche giorno si stanno eseguendo le varie procedure per avviare i due gruppi della nuova centrale termoelettrica e una delle operazioni, sicuramente la più importante, è quella del soffiaggio delle tubazioni. Si tratta di mandare aria o vapore ad alta pressione nei tubi, in modo tale da espellere dal loro interno i residui dovuti alle saldature, compresi eventuali granelli di sabbia o altra sporcizia. Questa operazione è indispensabile per evitare, una volta che la centrale è in esercizio, che qualsiasi tipo di impurità venga trasportata dal vapore che va a comandare la turbina, poiché basta un piccolo corpo estraneo per creare dei danni irreparabili. Chiaramente quando si immette aria o vapore ad alta pressione in una tubazione e poi questa viene scaricata in atmosfera tramite valvole di sicurezza, la sua fuoriuscita crea un rumore assordante molto simile ad un tuono prolungato e della durata del tempo necessario all’aria o al vapore per fuoriuscire del tutto.

Sta di fatto che, a parte gli addetti ai lavori, nessuno era a conoscenza di quanto si stava preparando per l’avvio della centrale e tanto meno che il soffiaggio avrebbe creato quel rumore continuo e assordante. Appena è iniziata l’espulsione del vapore dalla valvola di scarico, un vero e proprio boato ha fatto tremare i vetri dell’officina. In molti abbiamo abbandonato il posto di lavoro per uscire nel piazzale antistante il caseggiato per cercare di capire cosa stesse succedendo; i due gruppi della centrale erano avvolti da una nuvola di vapore fuoriuscito dallo scarico delle valvole e poco lontano dall’impianto quasi tutte le ragazze del reparto tessile erano fuori dal fabbricato, molte di loro correvano verso l’uscita dello stabilimento mentre alcune piangevano terrorizzate. Anche l’assistente degli strumentisti meccanici, un tecnico di una certa età proveniente da Ravenna, con molta esperienza ma poco coraggio, è corso verso la portineria pronto ad abbandonare lo stabilimento. Noi siamo rimasti abbastanza tranquilli, dimostrando sangue freddo ed esternando tutto il nostro coraggio barbaricino (zente chi portat pilu in su coro.), anche perché, ad onore del vero, un meccanico a conoscenza della tipologia del lavoro che si stava svolgendo in centrale, appena usciti fuori dalla officina si è preoccupato di passarci l’informazione.

FESTA DI FINE ANNO

Ieri ho ricevuto una lettera da casa dove mi danno notizia di un tragico incidente d’auto avvenuto a Ravenna che ha causato la morte di tre giovani sardi; anche loro erano in addestramento, ed era previsto il rientro ad Ottana dopo qualche mese. La sorte purtroppo ha deciso diversamente. Uno dei tre era un mio compaesano e frequentava il corso di infermiere. Dicono che l’incidente sia stato causato da un banco di nebbia, cosa molto frequente sia a Ravenna che in tutta la Romagna e nella pianura padana. A casa sono molto preoccupati tanto che mi pregano di limitare i viaggi in automobile, sia da solo che con altri. A dire il vero, se il pericolo è la nebbia, posso e possono restare tranquilli, dato che da quando sto a Pisticci non l’ho mai vista.

Intanto le voci che arrivano dalla Sardegna relative al nostro rientro ad Ottana, finora si sono dimostrate prive di qualsiasi fondamento. Temo proprio che si siano dimenticati di noi, parlano, parlano, ma dicono soltanto cazzate. Ormai è cosa certa che trascorrerò le feste di questo fine anno 1972 ancora a Pisticci. Il gruppo del primo corso si è ridotto numericamente e, a parte quelli che sono partiti per il servizio militare, tanti altri sono rientrati in Sardegna per trascorrere le feste. Siamo rimasti in pochi e ci stiamo adoperando per organizzare il pranzo di Natale e la cena di fine anno; con alcuni del gruppo sì è deciso di organizzare uno “spuntino” da fare in una delle case dove abitiamo, comprando e cucinando della carne di agnello; per la verità più che di agnello si tratterà di agnellone, visto che da queste parti difficilmente macellano lattonzoli, che siano agnelli o maialetti, in quanto sostengono che ammazzandoli così piccoli non c’è la convenienza dato che pesano troppo poco e perciò non c’è ritorno economico A me sembra una balla, in quanto basta farseli pagare di più.

Come sede per il pranzo di Natale mi sono offerto io, anche perché nella casa dove abito si dovrebbe stare abbastanza comodi; manca qualche sedia, ma ho già informato la signora che provvederà subito. Il giorno prima di Natale abbiamo visitato tutte le macellerie di Pisticci alla ricerca di qualche agnello da latte, ma è stato del tutto inutile, così alla fine ci siamo accontentati di metà agnellone, unu lados del peso di circa otto chili e di un paio di lorighe di salsiccia. Per cucinare l’arrosto, visto che da me manca il forno se ne occuperà la padrona di casa che mi ha detto: tu portami sia la carne che le salsicce, che al resto penso tutto io. Una santa donna. Nella tarda mattinata del giorno di Natale ci siamo ritrovati nel bar di Tonnuccio, al corso, per prendere l’aperitivo e poi tutti a casa mia. Subito i preparativi, un paio apparecchiano, altri due lavano la verdura e la frutta e i restanti due ai fornelli per preparare il ragù; poco prima di sederci a tavola per mangiare la pasta chiama la signora per avvisarci che l’arrosto è pronto; ce lo porta e ci invita a casa sua per prendere il caffè a fine pasto. Quando entriamo oltre a lei c’è il marito e la figlia, nostra collega di lavoro all’ANIC. Sono ormai tre mesi che abito nel loro appartamento ma è la prima volta che vedo il padrone di casa; non so se fa il pastore o il contadino, forse tutti e due. So che esce da casa prima dell’alba e rientra all’imbrunire; la figlia mi ha raccontato che tutti i giorni, feste comprese, va via in groppa al suo mulo, con indosso la mantella nera e in testa il capello a falde larghe, per accudire il suo piccolo gregge di pecore.

DA UN BAR ALL’ALTRO

Intanto continua a crescere il gruppo dei giovani sardi da formare nello stabilimento ANIC di Pisticci. Da qualche giorno sono arrivati una decina di diplomati: geometri, periti agrari e periti chimici. Verranno preparati per occupare, al loro rientro ad Ottana, la posizione di capoturno in produzione, cioè responsabile dei lavoratori turnisti, uno per turno e per reparto. La sera e i giorni festivi molti di questi, che abitano quasi tutti in foresteria, salgono a Pisticci paese sia per le passeggiate serali che per frequentare i bar del corso, tanto che capita spesso che gli avventori del bar di Tonnuccio (su tzilleri de Tonneddu!), almeno in certe ore, siano tutti sardi; sembra di stare in unu tzilleri di Sedilo o di Orgosolo, oppure di Orune: tutti piazzati a semicerchio di fronte al bancone, con il bicchiere in mano o posato sul ripiano. Gli inviti si susseguono e nessuno si tira indietro: ora tocca a te, poi a me, quindi a lui, fino a quando non si chiude il cerchio e ognuno ha pagato il suo giro. Nel bar non c’è spazio per i clienti locali e quando entra qualcuno di questi nessuno si sposta per farlo passare, almeno fino a quando non sente la parola permesso. Il barista gode, non gli sembra vero, resta sempre sul chi vive in attesa della prossima ordinazione, pensando: finalmente gente che beve e consuma in grazia di Dio. Quando uno inizia il suo giro è normale chiedere ad ognuno cosa preferisce bere. Pedru M invece quando tocca a lui è a dir poco stravagante, perché di solito inizia così: "tu Battì cosa prendi? Mah, per me un caffè – tu Gianfrà? Io una birra – e tu Gianne? Va bene un amaro”. e così via fino all’ultimo. Quando termina con le richieste passa l‘ordine al barista e se siamo in dieci ordina dieci whisky, non tenendo conto delle scelte dei singoli. Per la verità ormai ci siamo abituati, anche perché lui ogni volta si comporta in questo modo. Pedru, Pedru.!

E PIOVE, PIOVE…..

A Pisticci ogni volta che piove più di un giorno, la troppa acqua mette in apprensione un po' tutti. Quest’anno la pioggia ha bagnato l’inizio della primavera, anzi sta continuando a bagnarla e anche di brutto, visto che ormai sta piovendo da quattro giorni e sembra che ancora non abbia voglia di smettere. La strada per Pisticci Scalo è interrotta in un punto per colpa di una frana che l’ha inghiottita per una decina di metri, mentre in altri tratti la carreggiata è occupata da ammassi di argilla scivolata dal costone. Sicuramente per qualche giorno non si potrà andare a lavorare. Meno male che anche la casa dove siamo andati ad abitare è situata in una zona definita tranquilla. A causa della pioggia ininterrotta si è verificata una frana anche nel centro storico del paese e lo smottamento ha interessato una parte della chiesa Madre, facendo crollare un pezzo della muraglia di sostegno antistante al piazzale. Questo muro di contenimento fu costruito dopo una frana di grandissime proporzioni, verificatasi nel lontano 1688. Successe di notte e in quell’occasione parecchie case con dentro le persone che vi dormivano vennero letteralmente inghiottite dalla massa di argilla scivolata a valle; ne morirono più di quattrocento.

Dopo qualche settimana, terminate le piogge ho deciso di andare a vedere il crollo del muro e dato che W si è offerta di accompagnarmi ci vado insieme a lei. Mi ha mostrato la frana che si è verificata ora, poi mi ha spiegato dove e quanto successe con quel grande smottamento che causò la morte di così tante persone. Una cosa terrificante. Al momento di andare via mi chiede se ho piacere di passare a casa sua, dato che non abita molto lontano dalla chiesa. Ci siamo andati e mi ha presentato il suo babbo e la sorellina; W è orfana di madre da un paio di anni. Lei è davvero molto carina, ma è sempre triste, l’ho vista sorridere poche volte; veste di nero per esternare il lutto per la perdita della mamma, però con la sua tristezza, il lutto ce l’ha nel profondo dell’animo. È veramente una cara ragazza.

IL MATRIMONIO DI ANTONIO

E così uno dei nostri sta lasciando il cuore a Pisticci. A dispetto della quasi totalità del gruppo che siamo considerati “dei poco di buono”, chiaramente a livello sentimentale, lui invece l’anno scorso si è fidanzato ufficialmente, frequentando da subito la casa e i parenti della ragazza. E oggi finalmente convolano a nozze. Le voci, ormai sempre più frequenti, danno per imminente il nostro rientro in Sardegna per prendere lavoro ad Ottana; per lui sarà più bello, dato che l’hanno visto partire da solo e lo vedranno rientrare con la sua dolce metà, sempre che nel frattempo non ci sia qualcun altro in arrivo. La cerimonia religiosa si svolge a Pisticci mentre i festeggiamenti si terranno nel salone che il motel Agip mette a disposizione per queste cerimonie, offrendo un pacchetto completo, che prevede il mangiare e il servizio. Di buon’ora, agghindati per l’occasione, ci siamo recati a casa della sposa, per poi accompagnare gli sposi e gli altri invitati fino alla chiesa; alcuni sono rimasti per partecipare alla messa, mentre io con altri quattro siamo scesi a Pisticci Scalo, al bar della foresteria, per prendere l’aperitivo e per unirci agli altri nostri compaesani, anche loro invitati.

Dopo circa un’ora, lo strombazzare di decine di clacson, proveniente dalla strada per Pisticci, ci dà il segnale che gli sposi stanno arrivando e quindi è il momento di avviarci per raggiungere il motel. Arriviamo accodati alle ultime macchine e dopo aver parcheggiato entriamo nella sala del rinfresco dove, in un paio di tavolini, fanno bella mostra bibite, liquori e salatini. Ci avviciniamo a gruppetti, aspettando che gli sposi prendano posizione per ricevere gli auguri e i doni; poco dopo veniamo invitati ad entrare nel salone per il pranzo. Qua i tavoli sono stati posizionati nel perimetro della sala, lasciando il centro completamente libero per i balli. Con gli altri del gruppo abbiamo concordato, di non creare tavolate con solo noi sardi, ma di mischiarci con gli invitati locali.

Entrando nel salone vedo davanti a me una ragazza carina e sola, mi sembra di averla vista qualche volta al quartiere di Pisticci Scalo, forse è figlia di qualche tecnico dell’ANIC. Aspetto che prenda posto e mi siedo accanto a lei, alla sua sinistra. Ci presentiamo e parliamo degli sposi, sulla provenienza dello sposo, mia e della Sardegna in generale. Intanto arrivano le prime pietanze e si inizia a mangiare, antipasti di tutti i tipi, con l’immancabile salsiccia del posto. Dopo qualche bicchiere di vino che mi aiuta a diventare intraprendente, provo a mettere la mia mano destra sul suo ginocchio. Nessuna reazione da parte sua, anzi un mezzo sorriso che per me è come un invito a continuare. Provo a spostare la mano, facendola salire dolcemente sempre più in su, sotto la gonna fin sopra la coscia, ma ad un certo punto mi fermo di colpo. La guardo in modo stupito e stupido. Cosa c’è. Lei continua a sorridere, e io a pensare a qualche sua malformazione fisica e anche grave. Però al tatto mi è sembrato di aver toccato una mano. Poi mi rendo conto che il ragazzo seduto alla sua destra mi guarda con disappunto, con una faccia strana. Capito l’arcano, ci mettiamo a ridere tutti e tre. Io, a malincuore, lascio il campo a quel ragazzo, dicendogli con lo sguardo continua pure tu, del resto c’eri prima di me.

Intanto la festa prosegue, il pranzo è ottimo, il vino altrettanto, poi come da usanza del paese, ma penso come in tutto il sud Italia, un invitato o forse un parente si alza in piedi e rivolgendosi agli sposi inizia a declamare in rima un augurio di felicità e di figli maschi; al termine uno scroscio di applausi a non finire e un evviva gli sposi; dopo pochi minuti si alza un altro e prosegue con gli auguri, sempre in rima e sempre applausi da parte di tutti gli invitati, anche da parte nostra, pur non capendo del tutto le parole dialettali. Dopo tre o quattro esibizioni da parte degli invitati locali, un parente della sposa si rivolge a noi sardi chiedendo un intervento in lingua sarda. Facciamo finta di non aver sentito e continuiamo a discorrere con il vicino di tavolata; ma il parente continua ad insistere, fino a quando si alza uno dei ragazzi che abitano in foresteria che, con la massima serietà e tra il silenzio generale, inizia:

Cheriat mortu a balla sola

chie ad’ imbentau sa coca cola

Bufat Frantziscu e bufat Pascale

una tassa ‘e inu non faghet mai male

In custa die nodida e de amentare

nos pesamos tottu cantos a bufare.

(Dovevano ucciderlo con una fucilata

colui che ha inventato la Coca Cola

Beve Francesco e beve Pasquale

un bicchiere di vino non fa mai male

In questo giorno solenne, da ricordare

ci alziamo tutti quanti per brindare)

Appena terminato alza in alto il bicchiere pieno di vino, tutti gli altri invitati fanno altrettanto, dando vita ad una bevuta generale tra gli applausi e gli evviva gli sposi. Molti si rivolgono allo sposo o ad altri sardi per farsi spiegare il significato delle frasi d’augurio dette dal ragazzo della foresteria. Una serata indimenticabile.

Sul tardi ho saputo che la ragazza mia vicina di tavolo, non abita al quartiere, però ogni tanto ci ba…zzica.

FINE

Oggi siamo stati convocati dalla direzione nei locali del centro addestramento, dove con fare solenne ci hanno informato che la nostra permanenza a Pisticci, o meglio nello stabilimento ANIC di Pisticci avrà termine a fine mese. Finalmente i ragazzi del primo corso, dopo trenta mesi, rientreranno in Sardegna per prendere lavoro ad Ottana. Alla notizia sono partiti dei fischi e delle grida di esultanza, sembriamo allo stadio, quando la squadra del cuore ha segnato un gol. Siamo tutti felici, finalmente la parentesi pisticcese è giunta al termine. Per me rientrare a fine giugno significa anche essere a casa per la festa di San Costantino, fatto importante dato che sono due anni che non vi assisto.

Volendo fare una valutazione su questi trenta mesi trascorsi in Basilicata, onestamente devo dire che sono stati positivi; per quanto riguarda i rapporti personali con la gente del posto sono andati abbastanza bene (i mesi trascorsi nelle baracche non fanno testo) sono stato sempre rispettoso nei confronti delle persone che ho conosciuto, non solo a Pisticci, ma anche nei paesi vicini, specialmente a Ferrandina, e ho ricevuto altrettanto rispetto. Non lascio nessun cuore infranto e nessuna lo lascia a me, in quanto ho sistemato i rapporti di cuore già da qualche mese. Ripensando a tutte le cose belle vissute, visto che quelle brutte di solito si dimenticano in fretta, mi rimane qualche rimpianto. Però è meglio tornare a casa anche perché ormai sono stanco e sta iniziando a farsi sentire la nostalgia.

Ultimamente mi sembra di rivivere lo stesso stato d’animo vissuto a Roma negli ultimi mesi di permanenza. Anche lì stavo bene, lavoravo e mi divertivo, ma avevo sempre il pensiero fisso di voler tornare in paese, di tornare a casa. Quello che sento credo che sia il male che ad un certo punto colpisce in particolare noi sardi quando siamo lontani dalla nostra terra; ci sembra di non stare più bene e il pensiero corre sempre ai cari, agli amici e al paese. È la nostalgia, o come la chiamano i portoghesi, la saudade, la malinconia dovuta alla lontananza. Noi lo chiamiamo Mal di Sardegna. Per quanto concerne il lavoro, credo di aver assimilato qualcosa, anche se il campo strumentale è in continua evoluzione e fa dei passi da gigante. Quello che oggi sembra uno strumento ad alta tecnologia, dopo qualche anno è già sorpassato. Nella strumentazione c’è sempre da imparare cose nuove ed è importante fare dei continui aggiornamenti. I ragazzi dell’officina elettronica mi hanno dato una grossa mano, così come mi ha aiutato l’assistente di officina. Forse inizialmente c’è stata un po’ di incomprensione per colpa di qualche persona che si divertiva a mettere in giro delle voci malevoli nei nostri confronti, tipo che eravamo arrivati in val Basento per rubare il posto di lavoro ai locali; ma con il tempo tutto questo è stato superato.

Tornando alla comunicazione, ci hanno informato che dobbiamo presentarci ad Ottana, per prendere lavoro nello stabilimento lunedì due luglio. Saluto Pisticci, tutti i pisticcesi e grazie per l’ospitalità; chissà che fra qualche anno possa ritornarci come turista.

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