Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Ti aspetto lì di Anna G.

TI ASPETTO LÌ

Vorfreude (tedesco): la gioia dell'attesa. La felicità che nasce prima ancora che qualcosa accada. Quella sottile certezza che il domani custodisca già una promessa.

Arrivo in studio con addosso quel filo di leggerezza che mi ha lasciato. La pausa pranzo è stata… meglio del previsto. Molto meglio.

Mi sorprendo ad aspettare un suo messaggio. O forse dovrei essere io a scriverle.

Davanti allo specchio del bagno mi fermo un istante più del necessario. Mi accorgo che sto sorridendo.

Sorrido.

Io.

Scuoto appena la testa.

Ridicolo.

Rientro nel mio ufficio, apro la cartella sulla scrivania e accendo il computer. Mentre i programmi si avviano, prendo lo smartphone.

Penso a cosa scriverle. Niente di impegnativo.

Dirle che sono stato bene. Che mi piacerebbe rivederla. Che quel giro in barca, buttato lì quasi per gioco, non era una frase di circostanza.

Scrivo.

Rileggo.

Cancello.

Riprovo.

Niente.

Quando una persona ti interessa davvero, anche le parole più semplici sembrano improvvisamente sbagliate.

Il pollice torna sulla tastiera.

In quell'istante la porta si spalanca.

Entra Giacomo. Ovviamente.

Ha ancora addosso il cappotto in cashmere leggero, quello nuovo di cui continuerà a vantarsi almeno per un altro mese. Si accomoda sulla poltroncina davanti alla mia scrivania con la naturalezza di chi considera questo studio un'estensione del proprio.

Appoggio il telefono.

Addio messaggio.

Per il momento.

«Bella giacca, fratellone. Ti dona.»

Ha quell'aria da “so tutto io” che gli viene naturale come respirare.

«Nel pomeriggio verresti con me al cantiere appena aperto in Campo San Giacomo? Pare che le travi del soffitto siano messe peggio del previsto. Mi serve la tua esperienza.»

Addio anche al pomeriggio.

«Va bene.»

Rispondo quasi senza pensarci.

Il progetto che volevo finire oggi slitta ancora. Pazienza. Lo rivedrò stasera. O a stanotte.

«Com'è andata alla Scuola Grande di San Rocco?»

Questa domanda, invece, mi fa piacere.

Parlare d'arte è uno dei pochi momenti nei quali Giacomo dimentica di fare il fratello maggiore anche se è nato dopo di me.

«Bene. Vedere il Tintoretto da quell'impalcatura è un privilegio raro. Il restauro è straordinario. È stata gentile Chiara a invitarmi prima che smontassero tutto. Non capita spesso di osservare un'opera da una distanza simile.»

Apro la posta.

Lui rimane seduto.

In silenzio.

Con Giacomo il silenzio non è un buon segnale.

«E chi c'era?»

Continuo a guardare il monitor.

«Che intendi? C'erano la restauratrice, il suo assistente... gente al piano terra.»

«Lorenzo era con te?»

«Sì. L'ho portato con me, poi è rientrato per un appuntamento in Soprintendenza. Io ho mangiato da Bepi. Altre domande?»

Mi è uscito un tono più secco del previsto.

Lui sorride appena.

«Non lo so... dovresti dirmelo tu.» risponde lui, con quello sguardo da cane da caccia che ha imparato da ragazzino e non ha più disimparato.

«Direi di no.» Sorrido. Forzato, ma sorrido.

Giacomo si alza. Poi finge di ricordare qualcosa.

Un classico. Da uomo di mondo. Sa cavalcare la scena, qualunque essa sia. Mentre a me è sempre stata affibbiata la parte del saggio.

Aggira la scrivania. Si avvicina più del necessario, e io capisco che c’è qualcosa che lo sta divertendo.

Allunga la mano verso il mio avambraccio. Io seguo il gesto, portando lo sguardo su quel punto preciso.

Un capello.

Biondo.

Riccio.

Rimasto appoggiato sulla giacca blu.

Il cuore perde un colpo.

Lui pizzica il capello tra due dita e lo solleva come una prova forense.

«E questo?» chiede, divertito come un ragazzino che ha appena trovato il bottino.

Lo solleva e lo guarda controluce.

Io guardo lui.

«Una tipa.»

«Che non ho nemmeno sfiorato, già che siamo nel reparto della polizia scientifica.»

Ride.

«Lavora con la restauratrice?»

«No. Sì. Cioè, collabora con Venezia Restauri, che non c’entra con quel cantiere e, comunque, non è un tecnico. L'ho conosciuta in treno. L'ho invitata alla Scuola Grande. Si chiama Anna. È bionda. Fine dell’indagine, fratellino curioso.»

Giacomo trattiene un sorrisetto che gli tremola agli angoli della bocca. Sta catalogando. Analizzando.

E poi il suo sorriso cambia. Diventa meno ironico. Più curioso.

«Perfetto.» Annuisce.

«Allora me la presenterai.»

«Se avrà voglia di rivedermi. È presto.»

Si dirige alla porta, ma rimane sulla soglia.

Mi osserva qualche secondo.

Poi scuote lentamente la testa.

«Ah... come mi piace vederti così.»

Si porta una mano al petto con enfasi teatrale.

«Preso. Era ora. Quella tonaca monacale che indossavi da mesi stava cominciando a stancare anche me.»

Gira i tacchi e se ne va, lasciandomi con un po’ di dignità in meno.

La porta si richiude. Lo sento ridere anche in corridoio. Il pagliaccio.

Resto solo.

Abbasso di nuovo lo sguardo sulla giacca.

Un capello biondo. Un solo, maledetto capello biondo.

È bastato quello per mandare all'aria ogni tentativo di restare ancora un po' nell'ombra.

E pensare che gli unici contatti tra noi sono stati del tutto involontari. Salendo e scendendo dall'impalcatura. O quando mi sono avvicinato per indicarle il volto della donna ai piedi della Croce, facendole notare l’esemplare rappresentazione della Chiesa che accoglie la salvezza.

Contatti di pochi istanti. Quasi niente.

Eppure abbastanza per cogliere il suo profumo. Neutro, talcato, appena accennato. Il genere di profumo che percepisci solo quando qualcuno ti passa davvero vicino.

E abbastanza per sentire il suo corpo irrigidirsi appena. Un impercettibile sobbalzo, come se la mia vicinanza l'avesse sorpresa quanto aveva sorpreso me.

È proprio quel momento che continua a tornarmi in mente.

E, senza volerlo, sorrido.

Un sorriso diverso.

Più morbido.

Afferro lo smartphone.

Adesso, finalmente, ho qualcosa da scriverle.

"Ciao. Non so come, ma un capello biondo è rimasto sulla mia giacca. Mi è costato un interrogatorio in piena regola. Mio fratello non mi darà pace, già lo so."

Invio.

Due spunte grigie.

Passano pochi secondi.

Due spunte blu.

Ha letto.

Resto con il telefono in mano.

Compare quella scritta in corsivo. Sta scrivendo...

Poi scompare.

Ricompare.

Di nuovo sparisce.

Lo prendo come un segnale positivo. Che lei stia cercando le parole.

Poi compare una faccina timida. Alla fine arriva il messaggio.

"Grazie per la pausa pranzo. Vedere un'opera di quel calibro dall'impalcatura è stato emozionante..."

Lo rileggo.

Tutto qui?

Quasi nello stesso istante compare di nuovo la scritta.

Sta scrivendo...

"Ah... grazie anche per i cicchetti. Sono stata bene."

Ecco. Adesso sì. Ecco, molto meglio. Allora posso azzardare.

Le dita si muovono quasi da sole.

"Mi piacerebbe portarti a Mazzorbo, in un locale tipico. Alla Maddalena. Ci sei mai stata?"

La risposta arriva quasi subito.

"No."

Gioco un po’.

"No, non ti piacerebbe oppure no, non ci sei mai stata?"

Dopo qualche secondo compare una faccina che ride.

"No, non ci sono mai stata."

"E quindi? Si va?"

Questa volta l'attesa dura di più.

Apro l'agenda.

Se sposto un paio di visite guidate, riesco a liberare venerdì. Altrimenti dovremo aspettare la settimana successiva.

È curioso.

Fino a questa mattina l'agenda era soltanto un'agenda.

Adesso mi sembra un ostacolo.

Il telefono vibra.

"Sì, va bene. Quando potrebbe essere?"

Controllo ancora gli impegni.

"Eviterei il fine settimana. Troppi turisti. Tu riusciresti a organizzarti per venerdì? Partiremmo verso mezzogiorno da Venezia. Altrimenti dimmi tu quando sei libera."

Invio.

Resto qualche istante a guardare lo schermo.

La porta si apre.

Di nuovo.

La porta a vetri ormai non protegge più la mia privacy. Prima o poi dovrò mettere delle tende.

Giacomo resta sulla soglia, una mano sulla maniglia e il solito sorriso stampato in faccia.

«Non vorrei essere troppo pressante... ma pensi di venire al cantiere o preferisci continuare a chattare?»

Senza dire una parola afferro la gomma dalla scrivania e gliela tiro.

Lui, come sempre, è più veloce.

Richiude la porta un istante prima che lo colpisca.

La sua risata arriva dal corridoio.

Scuoto la testa.

Lo conosco.

Dietro quelle prese in giro c'è solo una cosa. È contento. Per me. Spera sia passato tutto quel nero legato alla morte di mia moglie.

Lei non ha ancora risposto.

Starà pensando.

O forse è semplicemente salita sul treno.

Rimetto il telefono in tasca.

Per oggi può bastare.

O almeno è quello che provo a raccontarmi.

ANNA

Il treno ha appena superato la stazione di Venezia Mestre quando lo smartphone vibra nella tasca della giacca.

Mi ero ripromessa di non pensarci troppo.

Di lasciare sedimentare le sensazioni che oggi mi sono rimaste addosso.

Aver condiviso con lui la visione del Tintoretto mi ha lasciato qualcosa di difficile da definire. Una sensazione lieve, piacevole. Come se quella pausa pranzo avesse occupato uno spazio più grande del tempo che è durato.

Le promesse fatte a sé stessi, però, sono spesso le prime a cadere.

Sblocco lo schermo.

Un messaggio di Marco.

"…un capello biondo è rimasto sulla mia giacca. E mi è costato un interrogatorio in studio."

Sorrido. Un sorriso involontario, di quelli che ti sfuggono anche quando cerchi di restare composta.

Un capello.

Mio, senza alcun dubbio.

Immagino Giacomo, del quale Marco mi ha parlato appena ci siamo conosciuti, che osserva quella giacca come un investigatore davanti a una prova schiacciante.

E Marco che prova, inutilmente, a minimizzare.

La scena è così nitida che mi viene da ridere.

Abbasso per un istante il telefono.

Fuori dal finestrino la pianura scorre lenta, sfumata dal sole del pomeriggio.

Mi prendo qualche secondo.

Non voglio sembrare troppo lanciata. Ma nemmeno distaccata.

È una misura che conosco bene. Un equilibrio che so tenere. A volte.

Ho imparato a dare tempo alle emozioni. Quelle autentiche non hanno fretta. Si manifestano, vogliono essere ascoltate. Restano: il corpo lancia segnali. Anche quando smetti di pensarci.

Scrivo.

Cancello.

Riscrivo.

Alla fine invio il messaggio più sincero che riesco a trovare.

"Grazie per la pausa pranzo. Vedere un'opera di quel calibro dall'impalcatura è stato emozionante… Mi è sembrato di entrare nella scena e sentire le pennellate del Tintoretto."

Non sto mentendo.

L’arte mi cattura. È la fonte delle cose che scrivo.

Ma so che non è solo quello che sto ringraziando.

Aver condiviso con lui quello che mi entusiasma ha creato un momento di intimità non programmata.

Scriviamo e ci sfioriamo con le parole. Ne sono consapevole.

Quando mi propone Mazzorbo, mi fermo.

La laguna, il vaporetto, lo spazio che si apre lasciando Venezia alle spalle. Tutto questo ha un buon profumo.

Mi accorgo che non sto valutando se andarci.

Sto decidendo se concedermi la possibilità di aspettare quel giorno.

Guardo ancora fuori dal finestrino.

Negli ultimi anni ho imparato che esistono incontri che chiedono di essere rincorsi.

E altri che, semplicemente, arrivano. Quando si è pronti. Quando si fa spazio.

Questo somiglia ai secondi.

Abbasso gli occhi sul telefono.

Mi piace quel «partiremmo.»

Ha qualcosa di naturale. Ne sento il profumo.

Scrivo.

"Venerdì va bene."

Mi fermo.

Aggiungo ancora una riga.

"Dimmi tu dove devo farmi trovare. Vaporetto o preferisci una lancia?"

Invio.

Solo allora mi accorgo che sto trattenendo il respiro.

Appoggio il telefono sulle gambe coperte dalla giacca, guardo il paesaggio fuori dal finestrino scorrere come un acquerello sfuocato.

Mi rendo conto che sto aspettando la sua risposta più del dovuto.

Chiudo gli occhi per un istante.

Mi sento sorprendentemente serena.

È una sensazione che conosco.

Arriva ogni volta che smetto di cercare di controllare quello che verrà.

Il telefono vibra.

"Ho una barca. Non serve vaporetto né lancia."

Certo.

Un lagunare.

Avrei dovuto immaginarlo.

Subito dopo compare un secondo messaggio.

"Fatti trovare a San Giobbe. In zona università. La passerella che porta ai pontili la riconosci subito."

Lo leggo.

San Giobbe.

Conosco quel punto.

Sto per riporre il telefono quando arriva un'ultima notifica.

"Ti aspetto lì."

Resto immobile.

Lo leggo due volte.

Ti aspetto lì.

Non ci vediamo.

Ti aspetto.

È una sfumatura, ma è quella che conta. È semplicemente un appuntamento. Nessuna frase costruita.

Solo qualcuno che, con assoluta naturalezza, mi dice dove sarà.

E che mi aspetterà.

Parole che mi colpiscono più del previsto. Perché non dicono soltanto dove incontrarsi.

Dicono che qualcuno, venerdì, sarà lì.

Ad aspettare proprio me.

Richiudo il telefono.

Il treno rallenta fino a fermarsi.

Le porte si aprono.

Le persone iniziano a scendere con la fretta di sempre.

Io resto seduta ancora un istante.

Guardo il riflesso del mio viso nel finestrino.

Scendo.

L'aria del tardo pomeriggio ha ancora il profumo dell’estate che sta arrivando.

Cammino verso il parcheggio.

Il telefono resta nella tasca della giacca.

Non ho bisogno di rileggerlo.

Quelle tre parole le ricordo perfettamente.

Ti aspetto lì.

Mentre apro la portiera della macchina, mi torna in mente una parola letta anni prima.

Vorfreude. La gioia dell'attesa.

Sorrido.

Forse è proprio questo il nome di ciò che sto provando.

Metto in moto.

E, senza nemmeno accorgermene, venerdì è già un po' più vicino.

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