Capitolo 1
IL FLAGELLO
Ero lì. Pronto. Come un perfetto soldatino. Il generale entrò nella stanza. Aveva spalle larghe ed ampie e baffi appuntiti. Sapevo che avremmo dovuto fare qualunque cosa ci avrebbe chiesto se volevamo sopravvivere. Che provasse un sadico senso di piacere, nell’avere in mano la vita di qualcun altro? O forse tanta responsabilità da darti alla testa. Non è qualcosa che gestisci tanto facilmente. “Buongiorno soldati” disse il generale, con voce autoritaria. “Buongiorno, generale” ripetemmo tutti in coro. “Oggi cento flessioni e venti prove col fucile. Muoversi, muoversi, muoversi” disse lui, prima di uscire dalla stanza. Tutti ubbidimmo subito. Il tempo passò abbastanza lentamente. Quando ci si diverte… Che schifo di situazione in cui eravamo. Ripensandoci, appariva tutto piuttosto ridicolo. Non era stato un terremoto o un maremoto o uno dei tanti disastri naturali terribili ma ordinari a separarci dal mondo. Non erano stati né uomini né forze sovrumane. No, era stato qualcos’altro. Sì, era crollata una nube dal cielo, aveva avvolto la città come nebbia fitta, e boom! In un battibaleno ci siamo trovati arenati qui. L’abbiamo chiamato il Flagello. Quelli che hanno provato ad andarsene, non sono tornati. Di qualcuno abbiamo trovato i cadaveri, morti, secchi, smembrati come fossero vittime di bestie feroci. Per altri ce li dovremo immaginare i cadaveri, immagino. Scusatemi il gioco di parole. Alcuni hanno provato a fuggire, e hanno pagato. Io e gli altri non avevamo niente. Saremmo morti di fame se il generale non ci avesse offerto viveri in cambio di aiuto. E finora l’aiuto si era tramutato in questa specie di idiota addestramento militare. Quasi quasi mi dispiacevo che non ci fosse stata nel mio Paese la leva obbligatoria. Almeno sarei stato preparato. Ero atletico, sì, ma non tanto atletico. Alcuni erano messi peggio. E poi, quest’uomo, il generale, chissà da dov’era saltato fuori. Questo figuro, di cui non sapevamo neanche il nome, che aveva passato evidentemente anni ad immagazzinare cibo in scatola e bevande, e che ora voleva prepararci per chissà quale causa. Ed eccolo che stava rientrando. “Riposo, soldati” disse. Poi abbassò gli occhi, e proseguì. “In realtà credo sia giusto mi apra un po’ con voi. Ebbene oggi svelerò la nostra missione. Da quando il Flagello ha colpito la nostra città, si sono fatti vivi degli alieni”. Alieni? Per poco non mi mettevo a ridere. Un pazzo, un folle. Ecco cos’era quel generale da strapazzo. Ma alla fine bisognava pur portare il cibo in tavola quindi preferii ascoltarlo. “In molti degli uomini che vedete non sono altro che corpi vuoti controllati da alieni. Alieni mostruosi e malvagi. Creature che fanno ribrezzo, vi dico, ribrezzo. E noi le annienteremo. Chi è con me?”. Ci guardammo tutti negli occhi. Un po’ tutti lo sapevamo che era andato fuori di testa. Ma cosa ci volevamo fare, lui aveva il cibo, il potere, lui ci aveva in mano. Alla fine bisognava pur portare il cibo in tavola, quindi ci fingemmo d’accordo. “Io” gridammo tutti all’unisono. “Bene” disse lui “Incominceremo domani”. Poi uscì nuovamente, e tornò con un carrello pieno di ben di Dio: bottiglie, fagioli, carne e pesce in scatola in grandissima abbondanza. Diede a ciascuno quattro scatolette e tre bottiglie. Era sicuramente ben preparato, ciò non lo si poteva negare. Forse questa sua ossessiva paranoia lo aveva portato a temere catastrofi di ogni tipo e prepararsi per l’evenienza. Lasciai la struttura. La base militare era un grande cubo grigio con le pareti di metallo nel mezzo della foresta, collegata ad un bunker sotterraneo. Fuori c’era quiete e silenzio. Solo il lieve fruscio del vento, e il canto delle cicale. Ah, pace. Vera pace. Tornai a casa lentamente, assaporandomi la quiete e le bellezze della notte. Le stelle sopra di me brillavano. La Una linea quasi dritta separava la parte oscurata della Luna da quella in luce. Chissà se la notte successiva sarebbe stata più ampia la parte nera o la parte bianca. Ed all’orizzonte, iniziavano ad apparire le case. Case singole, quasi tutte con un giardinetto. Lì ci vivevo io, i ragazzi che incontravo dal generale, e altri, che avevano imparato a vivere da agricoltura dopo che il Flagello ci aveva colpiti e i contatti con l’esterno. Con passo svelto raggiunsi la mia casa ed entrai. Aprii una delle scatolette, con dentro dei fagioli, e presi a mangiare, fissando il televisore ormai spento. Per i pochi giorni in cui ancora l’elettricità aveva retto, avevo sentire alla TV parlare di città sparite nel nulla. Chissà cos’era successo. Francamente, non mi importava più. Tutto quello che importava era riuscire a tirare avanti. Mi addormentai, ed ebbi un giorno agitato. Mi svegliò un pesante bussare. Guardai l’orologio. Erano le cinque del mattino. Quando andai a vedere chi fosse, mi resi conto che era il generale. “Generale” chiesi “Lei che ci fa qui?”. “Non c’è tempo per le chiacchiere, soldato, voglio che mi segua”. “Sì signore” risposi. Odiavo che quel patetico psicopatico maniaco rincitrullito mi avesse svegliato a quell’ora. Ma mica potevo dirglielo in faccia. Dopo tutto, dovevo pur portare il cibo a tavola, no? Seguii il generale per oltre nove chilometri. Era l’alba, ed una luce quasi spettrale inondava ogni cosa. Il mio cuore batteva all’impazzata dalla corsa. Finalmente, poi arrivammo. Una casupola, piccola. Con un campo di fronte, piuttosto grande e con varie coltivazioni e alberi da frutta. “Qui vivono quelli controllati dagli alieni” disse il generale. Non osai controbatterlo, anche se ormai sapevo che era andato di testa. “Tu aspetterai qui, e ti assicurerai che non si svegliano spiando dalla finestra. Quando ci vedi fai un passo in avanti se sono ancora addormentati e un passo all’indietro se sono svegli. Capito, soldato?”. “Sì signore” risposi. “Bravo soldato” disse. Poi si girò, e si allontanò, fino a sparire. Non era certo un tipo che amava conversare a lungo. Ed io rimasi lì. Il mio cuore prese a battere. Che cosa dovevo fare? Ero lì, solo. Senza nessuno. Nessuno. Sarei stato io a dare la sentenza. Oh, Dio, no, non potevo farlo. Ma dovevo farlo, no? Non avevo altra possibilità. Il Sole si stava incominciando ad alzare ed io rimasi lì, aspettando e pregando che si svegliassero il prima possibile. Non sarebbe stata davvero colpa mia, vero? Era solo lavoro, no? Soltanto lavoro, sì. Ma chi volevo ingannare? Nemmeno io ci credevo. Un passo in avanti e sarei diventato un mostro, un collaboratore, un assassino. Sarei stato come quel buzzurro del generale, anzi peggio, perché almeno lui pensava che quello che stesse facendo fosse un bene, mentre io lo sapevo fosse un male. Volevo solo che tutto sparisse, che mi svegliassi nel mio letto e mi rendessi conto di aver immaginato tutto. Passarono i secondi. Poi i minuti. Poi le ore. E poi, ad un certo punto, diedi un’occhiata all’erba alta che circondava il campo, e vidi alcuni fucili spuntare. Erano lì. Quanto era passato? Non importava. Dovevo fare una decisione. Non volevo mettermi contro il generale, ma, anche a costo di farmi saltare le cervella, non potevo diventare un assassino. Così decisi, e feci un passo indietro. Sorprendentemente, però, non rimasero fermi, né tornarono indietro, ma al contrario si lanciarono verso la casa. Si appostarono dietro altre finestre e cominciarono a sparare. Poi uno di loro entrò dalla finestra sfondata, con un fucile in mano. Gli corsi dietro e poi mi lanciai contro di lui. Gridammo e combattemmo sul pavimento come assennati. Avevo fatto il volere di quel verme per troppo. Ora era tempo che prendessi in mano la situazione. Sentì un urlo. La coppia si era svegliata. “Ritirata” disse il generale a squarciagola. Ce l’avevo fatta avevo vinto. Il senso inebriante di successo e di pace con me stesso mi prese alla sprovvista, tanto che il ragazzo con cui stavo combattendo riuscì ad approfittarne per accaparrarsi una vittoria. Brandendo in mano il suo fucile, lo fece ruotare e mi colpì dritto alla nuca, facendomi svenire. Mi risvegliai nella base militare di fronte al generale. “Bene, bene” mi disse lui, non appena mi vide aprire gli occhi. “Vedo che sei tornato fra noi. Sai, il tuo stupido trucchetto non ha funzionato con me. Pensi di essere furbo, non è vero? Ma la verità è che sei uno sciocco, un traditore, un villano senza speranze. Avevo mandato un altro ragazzo vicino alla casa. È cieco ma ci sente benissimo. Ci siamo tenuti in contatto con un walkie-talkie. Lui mi ha detto che ancora dormivano. Volevo vedere chi dei due aveva ragione, ed a quanto pare, non eri tu. Li ho visti. Erano addormentati come ghiri! Tu idiota bastardo, sei uno di loro, uno di quelli controllati dagli alieni vero?”. “Ora basta” eruppi allora io. Non ne potevo più. Non avrei continuato a chinare la testa. “Stai zitto, viscido bastardo che non sei altro, tu e le tue paranoie idiote”. “Come osi” si scatenò lui. “Come oso?” replicai “Oso perché so che tu non sei niente senza di noi. Pensi di essere così forte e duro ma non lo sei. Non sei nulla senza di noi. Nulla di nulla. E noi lo sappiamo che sei malato nel cervello, noi non vogliamo ubbidire più a te. Basta essere uniti e ci possiamo sbarazzare di te in un istante”. “Vero, ragazzi?” dissi poi, fissando i miei compagni. “Vero?”. I loro volti mi dicevano che sapevano che io avevo ragione. Ma non dissero niente. Non fecero niente. Era l’occasione perfetta, di liberarsi di quel tiranno io sapevo loro odiavano almeno quanto me. E invece niente. Si arresero. “Bello il tuo spirito rivoluzionario” mi prese in giro il generale “Purtroppo non siamo in Francia, e tu non sei certo il Robespierre che ti credi di essere”. “Legatelo” ordinò poi ai miei ormai ex-compagni, lanciando una corda ad uno di loro. Legò un’estremità al mio busto e l’altra ad un palo di metallo, e mi lasciarono lì. “Domani, all’alba, ti uccideremo” disse il generale, prima di andarsene, seguito da tutti gli altri miei ex-compagni, nel bunker dove teneva tutto il cibo. E io ora sono qui, in attesa della mia esecuzione, senza nessun testamento da fare, senza cibo, con come mia unica consolazione l’oppio degli sventurati: la speranza. La speranza che un fulmine, o una belva feroce, o un terremoto, o un infarto, o una tegola caduta dal soffitto o una qualunque cosa uccida quel pazzoide, prima o dopo che io sia morto non importa. Quanto ai miei ex- compagni, non posso davvero biasimarli ormai. Dovranno pur portare il cibo in tavola, no?
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