Storia · capitolo 1

Capitolo 1

La rottura del sistema di Momo

LA ROTTURA DEL SISTEMA

Raffaele, come da quotidianità, si recava in stazione a prendere il treno per andare a lavoro.

Un lavoro comodo, il suo: un informatico in un’azienda.

All’università ha studiato fisica e non contava certo di diventare un informatico, bensì sperava di lavorare in qualche laboratorio di ricerca e addirittura entrare al CERN.

La realtà dei fatti, però, l’ha deluso; l’Italia è un paese che non ha mai investito molto sulla ricerca, anzi, in confronto agli altri paesi europei, quasi niente.

Raffaele dopo l’università era riuscito a entrare effettivamente in un laboratorio di ricerca, ma il lavoro che gli si presentò davanti fu decisamente diverso rispetto a ciò che si aspettava di trovare: turni di lavoro senza senso, colleghi poco empatici, poca comunicazione e stipendio non sufficiente per una vita agiata.

Dopo 7 anni non resse più, così decise finalmente di lasciare quel posto di lavoro di costante precariato e partecipò al bando dell’azienda, vincendo un contratto a tempo indeterminato come informatico.

Nel momento del seguente episodio, Raffaele ha 59 anni; non ha famiglia, ha un po’ di amici di vecchia data con cui la massima intimità è guardare la partita, è in affitto in un monolocale ed è solo.

Ma a lui, forse, va bene così.

Una mattina, come suo solito, si sveglia alle 5:30 del mattino.

Si riscalda il latte al microonde, apre l’armadio dove conserva i cereali e i biscotti: l’armadio è pieno di briciole, non emana un buon odore; in fondo ci sono dei pacchi di torroncini regalatigli da qualche parente che non ha mai finito, visto che non li ama, ma non li ha mai buttati, perché pensava che buttare del cibo fosse peccato.

I pacchi di biscotti che prendeva la mattina, invece, erano comprati da poco: ci teneva molto al fatto che ci fossero sempre almeno due pacchi di biscotti nell’armadio; talvolta infatti capitava che, in momenti di malinconia o tristezza, ne finisse uno intero, e più di una volta la mattina dopo si ritrovava senza biscotti, facendogli iniziare la giornata con il piede sbagliato.

I cereali, invece, duravano almeno una settimana e mezzo, non aveva bisogno di comprarli spesso.

Il tintinnio del microonde gli dà sempre una nota di felicità, perché vuol dire che finalmente, dopo due minuti di attesa, poteva fare il suo pasto preferito della giornata.

Dopo aver consumato lasciava sempre un po’ di macchie di latte sul tavolo, che però non puliva mai subito, ma le lasciava a incrostare finché poi la sera dello stesso giorno, in vista della cena, non si decidesse finalmente a togliere le macchie.

Così fece anche quella mattina.

Si lavò, si vestì, lasciò il tavolo sporco e andò in stazione a prendere il treno.

6:00 del mattino spaccate quando arriva in stazione, la sua puntualità era riconosciuta dai suoi conoscenti.

In stazione Raffaele vedeva sempre gli stessi volti, si era fatto quasi l’abitudine a vedere i soliti pendolari alla stazione, ma quando vedeva facce nuove non si incuriosiva e non si domandava quella persona cosa ci facesse lì, dove andasse, chi fosse, ma semplicemente la ignorava, progettato solo sul suo turno di lavoro.

Quella mattina vide sempre gli stessi volti, sempre le stesse persone: cinque o sei erano particolarmente ricorrenti, ormai Raffaele poteva dire, senza mentire, che vedeva quelle persone più spesso dei suoi amici e dei suoi familiari.

Ciononostante, non gli piaceva attaccare bottone con gli sconosciuti, benchè ormai potesse dire di conoscerli benissimo: era sempre titubante anche quando doveva semplicemente chiedere qualcosa a un negoziante, credeva sempre di essere il disturbatore di turno, la persona meno voluta e meno desiderata del mondo, una sciagura per chi aveva a che fare con lui.

Così, anche in stazione, rimaneva in silenzio: in piedi, in un angolo, a osservare ciò che succedeva.

A differenza degli altri pendolari, Raffaele non si intratteneva con un libro, con una rivista o con un fumetto, ma osservava: osservava con molta attenzione, senza mai però voler dare l’impressione di stare effettivamente facendolo, sempre per non dare fastidio a nessuno.

Non gli trasmetteva niente osservare se non semplice sicurezza; a lui non interessava la brina della mattina, il freddo talvolta pungente, il canto degli uccelli, lo strisciare di una lumaca, il correre veloce di una lucertola o i binari della stazione.

A lui interessava solamente sapere che nulla gli stesse accadendo, che nessuno lo stesse guardando e che nessuna minaccia stava per rompere il suo stato di quiete.

Si sentiva preso di mira al minimo sguardo, al minimo urto involontario; credeva persino che quando due persone parlavano a bassa voce era per non farsi sentire da lui, perché stavano parlando male di lui.

Ciò non lo rendeva una persona impulsiva e irrequieta come si potrebbe pensare, lo rendeva semplicemente attento, molto attento.

Quella mattina, così, fece la stessa cosa: osservava, osservava e osservava.

La voce dell’altoparlante cominciò a dire “treno per xxxx in arrivo sul binario uno. Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla.”

Raffaele così era pronto per prendere il treno, ma dopo un po’ si rese conto che il treno non arrivava.

Dopo qualche minuto, stesso messaggio dell’altoparlante, che allertava i passeggeri che il treno fosse in arrivo sul binario uno e che dovevano allontanarsi dalla linea gialla.

Ma anche in questo caso, il treno non arrivò.

Questa cosa si ripetè ancora per qualche volta, finché Raffaele non si decise a chiedere al capostazione cosa stesse succedendo.

“mi scusi” cominciò a dire Raffaele al capotreno, sempre con la solita distanza e garbo che lo contraddistingueva “credo ci sia un guasto all’altoparlante, visto che ha annunciato per più volte l’arrivo del treno. Ma il treno non è mai arrivato.”

“come? sta parlando con me?” chiese il capostazione, che evidentemente stava pensando a tutt’altro quando Raffaele gli rivolse la parola.

“le ho detto” rispose Raffaele “che c’è un guasto agli altoparlanti, visto che annunciano costantemente l’arrivo del treno. Ma il treno non arriva mai.”

“già, il treno non arriva mai…”rispose il capostazione, guardando verso il vuoto con sguardo spento e con tono di voce neutro, quasi simile proprio a quello dell’altoparlante.

Dopo aver detto questo, il capostazione entrò in una porta il cui accesso era riservato solo al personale e si chiuse dentro.

Raffaele non lo vide mai più uscire, né si chiese cosa fosse andato a fare.

Un po’ stranito da quello che era appena successo, tornò sulla banchina e trovò gli altri pendolari esattamente come li aveva lasciati pochi minuti prima: intenti a leggere libri e riviste.

L’altoparlante continuava a parlare, parlare e parlare, ripetendo sempre le stesse cose.

Dopo un po’ Raffaele si chiese che ore fossero, ma guardando il suo orologio si rese conto che era rimasto fermo alle 6:00 del mattino.

“cazzo, si sono scaricate le batterie. Non le cambiavo da un po’ effettivamente. E ora come faccio?”.

Raffaele guardò l’orologio della stazione, ma si rese conto che anche quello era rotto, rimasto fermo alle 6:00.

“che coincidenza!” pensò Raffaele, “però io devo assolutamente sapere l’orario, non posso fare tardi a lavoro”.

Così Raffaele, dopo aver preso coraggio, si avvicinò a un pendolare e gli chiese “che ore sono?”, “sono le 6:00, non vedi l’orologio? toh, sta là, bello grande.”

Raffaele si stizzì alla risposta così irritante e maleducata del pendolare, così, dopo qualche secondo di silenzio in cui pensava e ripensava a quello che gli era stato appena detto, decise di fare una cosa che aveva fatto rarissime volte in vita sua, cioè rispondere.

“mi scusi, ma io sono arrivato qui alle 6 in punto e sono sicuro al 100% che non siano più le 6. Sono qui da almeno un quarto d’ora, e anche lei dovrebbe rendersene conto!”

“ma cosa sta dicendo?” chiese il pendolare in un tono misto tra rabbia e stupore “io cosa sto dicendo?” chiese Raffaele evidentemente irritato “sì, lei, che cazzo sta dicendo? sono le sei, punto e basta! ora smetta di rompermi le palle! non vede che sto leggendo? torni ad aspettare il treno, vedrà che arriverà”.

Raffaele allora mollò l’osso, aveva deciso che non ne valeva la pena continuare a discutere con un tipo così ottuso come quel pendolare.

Però ancora non era sicuro, lui sapeva che non potevano essere le sei, era impossibile.

Il tempo non è relativo, lo aveva imparato molto bene all’università.

Così decise di chiedere a un altro pendolare, quello che giudicò più tranquillo: aveva una giacca color marrone chiaro e un ombrello lungo e nero; cappellino per il freddo, occhiali da lettura, scarpe ben lucidate, guanti e rivista di elettronica alla mano.

A Raffaele piaceva molto l’elettronica, a fisica l’aveva studiata bene, ma non aveva mai avuto il coraggio di provare a discuterne un po’ con quel pendolare.

“scusi, mi sa dire che ore sono?” chiese Raffaele sempre con garbo e rispettosa distanza, “sono le sei, vede?” disse l’uomo sfoggiando un orologio digitale, uno dei primissimi dell’ epoca.

Raffaele fu molto colpito da quel pezzo di elettronica, che avrebbe tanto voluto ma che non poteva permettersi, però lui era orientato al lavoro: “mi scusi ma mi sembra impossibile che siano le sei da più di venti minuti. Stiamo aspettando entrambi il treno da tantissimo. E poi non lo sente l’altoparlante? è palesemente guasto!”

“ma cosa sta dicendo? l’altoparlante funziona benissimo! e poi, mi perdoni, ma il suo orologio a lancette può trarla in inganno, ma il mio orologio digitale casio è precisissimo! non solo, ma con esso è incorporata anche un’agenda con tutti i mesi, le settimane e i giorni dell’anno! per cui, stia sereno, so perfettamente di cosa parlo e le dico con la più assoluta precisione che in questo momento sono le sei in punto del mattino!”

“va bene, la ringrazio. Buona giornata.”

“ a lei”.

Raffaele si fece ammaliare dall’eloquenza di quel pendolare che, anche in questo caso, gli mancò il coraggio di rispondergli e ribadirgli che non potevano assolutamente essere le sei del mattino, ma doveva essere necessariamente più tardi.

Così si scoraggiò, cominciò a perdere le speranze e pensava quasi di tornare a casa, anche perché non riusciva più a sopportare la voce incessante di quell’altoparlante: aveva perfettamente capito che il treno non sarebbe arrivato e che non sarebbe stato un pericolo superare la linea gialla.

Così dalla banchina andò dentro alla stazione, dirigendosi verso l’uscita, quando improvvisamente le luci si spensero.

“Bah, sarà solamente un blackout” pensò Raffaele “a maggior ragione torno a casa, il servizio qui è veramente scadente”.

Però, a sorpresa, l’uscita era chiusa!

“chiusa, ma come è possibile? da quanto tempo sono qui? gesù santo, sembra passata un’eternità!”

Allora Raffaele torna sulla banchina in stato di disperazione, ma i pendolari che aveva lasciato lì non c’erano più.

La banchina era vuota, le panchine erano vuote, i binari erano vuoti: due enormi colate di cemento separate da due binari che poggiano su del pietrisco completamente vuoti.

Raffaele comincia a pensare di star sognando, di star avendo un incubo, e così si dà un pizzicotto sulla pancia.

“ahia, che male! non ho dosato bene la forza! comunque, a quanto pare, non sto sognando.”

Raffaele allora decide che l’unico modo per tornare a casa fosse necessariamente dover attraversare i binari, fare un piccolo tratto a piedi seguendo i binari e poi rimettersi sulla strada, visto che i binari non erano delimitati da recinzioni e quindi non avrebbe avuto problemi a tornare sulla strada di casa.

“mannaggia, non sono mai stato un tipo atletico!” farfugliò tra sè e sè mentre tentava di scendere dall’alta banchina sui binari.

Decise che saltare direttamente sul binario non era cosa per lui, così prima si sedette e poi da seduto, gambe a penzoloni, saltò sul binario.

Salito sul binario, si incamminò verso la direzione opposta a quella del lavoro, perché per lui sarebbe stato più facile e più veloce rimettersi sulla strada seguendo questa direzione.

Dopo una breve camminata, finalmente riuscì a uscire dal tracciato del treno e si rimise sulla strada, ansioso di tornare a casa.

“hey, ma lei cosa sta facendo? perché stava camminando sui binari?” gli urla un passante.

Raffaele si gira e vede il passante: è un uomo anziano, con una barba folta, una camicia a scacchi, dei pantaloni marroni decisamente logorati e delle scarpe messe ancora peggio.

“mi hanno chiuso dentro alla stazione, così sono uscito dai binari, era l’unico modo.” rispose Raffaele in tono molto scocciato e quasi irritato.

“ora devo tornare a casa, mi perdoni” disse frettolosamente e con l’intenzione di chiudere la conversazione.

Però Raffaele vide che il vecchio lo guardava con una faccia spaventata, inorridita, completamente incredula.

“ma che cavolo ha questo vecchio? che gli ho detto di così strano? sicuramente non gli capita tutti i giorni di vedere qualcuno passeggiare sui binari, anzi, probabilmente non capita a nessuno, però neanche a reagire in questo modo!”

Vedendo che il vecchio continuava a fissarlo intensamente e con lo stesso sguardo, Raffaele gli chiese “mi scusi, ma tutto bene?”

“signore” gli rispose il vecchio “ma la stazione è chiusa da 21 anni!”.

Raffaele rimase scioccato: diventò di marmo, non si muoveva. non emetteva emozioni, lo sguardo perso nel vuoto, la mente annebiata.

“21 anni? 21 anni?! io lavoro in azienda da 21 anni! sono 21 anni che ogni giorno prendo il treno in stazione! 21 anni che sono insoddisfatto di me! 21 anni che mi accontento di uno stipendio leggermente migliore di quello che prendevo prima, ma comunque non sufficiente a farmi vivere nel benessere! 21 anni che faccio l’informatico! 21 anni che soffro, soffro dalla monotonia di questa vita, soffro del…”

Raffaele si zittì per un attimo, si fermò, e disse “21 anni che…il tempo, per me si è fermato. Non faccio più distinzioni tra l’oggi e il domani. Tanto, a ogni ora di ogni giorno io faccio sempre le stesse cose. La mia non è una vita, è una ripetizione. E quando una cosa si ripete nel tempo, si ripete e si ripete, allora non ha importanza il tempo. Una cosa che si ripete sempre non ha bisogno di essere misurata nel tempo. Solo due momenti sono importanti di questa cosa: quando inizia e quando finisce.

Credo che la mia vita sia finita 21 anni fa, quando ho rinunciato a essere un appassionato ricercatore, seppur povero, e ho deciso di diventare una macchina.”

Detto questo, Raffaele si congedò dal vecchio e andò in direzione di casa sua, ma casa sua era un cumulo di macerie.

“cosa è successo qui?” chiese Raffaele, con tono indifferente e neutro, quasi che non gli importasse niente di quello che aveva davanti.

“signore” cominciò a dirgli il vecchio “questo paese è stato abbandonato perché si trova in una zona altamente sismica. Anni fa c’è stato un terribile terremoto che ha causato la morte di centinaia di persone. Sotto alle macerie, a volte, trovo ancora delle ossa. Qui vivo solo io, non ho voluto andarmene, e mi trovo bene. Vivo di quello che la natura mi offre, ogni tanto viene qualcuno a salutarmi e vado avanti così. Mi trovo bene, anche se la mia è una vita un po’ monotona mi piace, perché l’ho decisa io e ne vado fiero.

Non sono più dipendente dal denaro e dalla tecnologia, né tantomeno da aziende, spa, multinazionali e tutto quel fango! quel mondo non mi piace. Lei sembra venire proprio da quel mondo, sa? però ancora non mi spiego che ci faccia qui.”

“io…non lo so. ma gliel’ho già detto, sono rimasto intrappolato nella stazione e percorrendo i binari sono uscito! com’è che non capisce?” rispose Raffaele.

“signore” gli rispose il vecchio “credo che per lei forse sia meglio andarsene da qui, da queste macerie e da me. Non so di cosa sta parlando nè tantomeno se è sotto effetto di qualche droga o di alcol. Cortesemente, se ne vada.”

“volentieri” rispose Raffaele.

Dopo aver detto ciò, Raffaele cominciò ad avviarsi via da quel posto, da quella casa,, da quella stazione e da quel vecchio.

Una volta uscito da quel cumulo di macerie, Raffaele si trovò davanti le montagne, alte, altissime e innevate.

Ciò non gli suscitò alcuna meraviglia, ormai non lo poteva meravigliare più niente.

Camminava, camminava e camminava, si inerpica per quelle montagne e camminò talmente tanto da arrivare in cima.

Vide il mondo dall’alto, vide ciò che lo circondava, e urlò :” nulla di ciò che vedo è reale. La mia vita è stata una menzogna, il mio lavoro è stato una menzogna.

Quella stazione, quella maledetta stazione…al diavolo! Ma cosa sto guardando? cos’è questo? altro frutto del sistema, eh? volete che diventi una macchina? io non voglio! avete capito, io mi sono stufato! stu-fa-to! basta!”.

Dopo aver detto questo, Raffaele si buttò dalla cima della montagna in uno strapiombo, e cadde.

Mentre cadeva osservava quello che lo circondava: vedeva la capra, il camoscio, l’asino, le pecore, l’aquila, il muschio e gli alberi.

Ora era felice, quelle cose lo meravigliavano, lo facevano sentire bene.

Il paesaggio? ora lo apprezzava veramente, gli piaceva ciò che vedeva e gli dava pace.

Vide le sue mani, con le unghie non tagliate e con pochi peli, e pensava al fatto che non le aveva sapute usare bene, le aveva solo donate agli altri.

Lui non ha mai deciso cosa farne, è stato qualcosa di superiore a lui a deciderne le sorti.

Nella vita non aveva mai rischiato, ma d’altronde cos’è la vita se non un rischio continuo? Vivere nella prudenza, ciò che aveva sempre fatto, lo aveva fatto diventare solo un robot, non una persona prudente.

E ora? Ora che aveva smesso di essere prudente, finalmente si sentiva felice. Felice di essere andato in montagna e di aver fatto quel gesto.

La sua contemplazione durò finché non divenne tutto nero.

“ora…posso dire…di essere…fe…li…ce”.

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