Storia · capitolo 9

CAPITOLO 9

Il peso della polvere di MarVin

​Il suono delle sirene si fece assordante, un lamento metallico che squarciò la cortina di vapore. I fari blu e rossi illuminavano le pareti dell'officina, trasformando le volute di vapore in spettri danzanti.

​Rinaldi si rialzò a fatica, pulendosi la giacca con una lentezza snervante. Non guardò la polizia che faceva irruzione, ma fissò me e Gloria con uno sguardo che mi fece gelare il sangue. Non era lo sguardo di un uomo sconfitto, ma di chi ha appena sacrificato una pedina per salvare il Re.

​— Siete arrivati tardi, Davide — disse, e per la prima volta notai un sorriso sottile, quasi impercettibile, sulle sue labbra.

​Gli agenti della Prefettura circondarono l'officina, armi in pugno. Valenti era in fondo al gruppo, il volto una maschera di cera. Non mi guardò, ma vidi le sue mani tremare mentre teneva la pistola bassa.

​— Conte Rinaldi, lei è in arresto per associazione a delinquere, omicidio e occultamento di cadavere — esclamò il capo della squadra, leggendo i diritti con tono meccanico.

​Rinaldi allargò le braccia, accettando le manette con l'eleganza di un re che sale al patibolo. Mentre lo portavano via, incrociò il mio sguardo. — Il registro che avete consegnato è solo una copia, Davide. L'originale non è mai uscito dalla villa. E la verità, qui dentro, ha radici molto più profonde di quanto possiate immaginare.

​Rimasi lì, in mezzo al caos, con Gloria che mi stringeva il braccio. La polizia iniziò a sequestrare tutto: documenti, computer, registri. Ma avevo la sensazione netta che Rinaldi avesse ragione. Il suo arresto era la superficie, la parte visibile del ghiaccio, ma il resto dell'impalcatura che teneva in piedi il silenzio di San Michele era ancora intatta.

​Nei giorni successivi, il borgo sembrò riprendersi. La gente usciva di casa, le serrande si alzavano. Ma era un sollievo ipocrita. Gli sguardi evitavano i miei; eravamo diventati gli stranieri, coloro che avevano rotto l'equilibrio precario su cui poggiavano le loro vite.

​Una sera, mentre stavamo lasciando la casa dei miei genitori, ricevetti un pacco anonimo. Nessun mittente. All'interno c'era una vecchia fotografia, scattata vent'anni prima, il giorno della sagra. Clara era lì, sorridente, accanto a me. Ma sullo sfondo, in un angolo, si intravedeva una figura che non avevo mai notato prima: una donna, con il volto parzialmente coperto, che osservava Clara con un'intensità che non era di amicizia, ma di possesso.

​Guardai bene. Era la madre di Gloria.

​Il cuore mi si fermò. Gloria era sempre stata troppo pronta ad aiutarmi. Troppo esperta nel muoversi nell'ombra. E se il registro non fosse stato la prova contro Rinaldi, ma un modo per distrarci dai veri colpevoli?

​Mi voltai verso di lei , che mi stava aspettando in macchina, con lo sguardo perso verso le colline. La luce della luna le illuminava il profilo, rendendola bellissima e, improvvisamente, spaventosamente estranea.

​— Davide? — chiese, con quella voce dolce che avevo imparato ad amare. — Andiamo via da questo posto?

​Guardai la foto, poi lei. Il motore dell'auto girava al minimo, un suono ritmico che sembrava contare i secondi rimanenti della nostra vita.

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